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venerdì 24 ottobre 2014
La guerra finanziaria degli USA allo Stato islamico
La guerra allo stato islamico, definito come l’organizzazione terroristica meglio finanziata al mondo, non può passare soltanto attraverso la via militare, ma deve contemplare una azione che possa troncare i flussi di denaro, che permettono al califfato di portare avanti il conflitto. Del resto la grande differenza con Al Qaeda è proprio la capacità di sfruttare una serie di strumenti finanziari, ben oltre le sole donazioni. Sostanzialmente sono tre le leve che lo stato islamico usa per il proprio finanziamento: la vendita del petrolio, i proventi da attività criminale, come riscatti, rapine, traffico di esseri umani e riscossione di tasse imposte alla popolazione invasa ed, infine, le donazioni. La strategia statunitense ha individuano i seguenti strumenti per impedire l’arrivo dei finanziamenti: distruzione delle infrastrutture per l’estrazione e la raffinazione del greggio, mediante i bombardamenti aerei, la limitazione delle possibilità di vendita del petrolio, che, si calcola, permette l’introito di circa un milione di dollari al giorno, limitazione della capacità della gestione del denaro, attraverso indagini in grado di congelare i depositi bancari e di imporre sanzioni rilevanti a chi commercia e fornisce aiuto nell’ambito finanziario. Lo schema, a parte l’uso dell’arma aerea, più o meno ricalca quello delle sanzioni internazionali, che ha permesso di ottenere successi nei confronti di Iran e Russia. Tuttavia non esistendo rapporti ufficiali dello stato islamico con le istituzioni creditizie e commerciali, il percorso dei flussi di denaro è più difficile da rintracciare, ma, per contro, una volta individuato, l’ente da perseguire risulta più facile sottoporlo alle sanzioni proprio per la natura illegale del suo rapporto con il califfato. L’azione riguarda, in primo luogo, gli istituti bancari e finanziari, per fermare all’origine il flusso di denaro. Nel mirino degli USA, per i proventi provenienti dalla vendita del petrolio, sono inquadrati mediatori, raffinerie, venditori e società di trasporto, che permettono al prodotto greggio o raffinato da parte dello stato islamico di esportarlo verso gli acquirenti, a loro volta anch’essi possibili vittime di ulteriori sanzioni economiche. La destinazione del greggio del califfato costituisce uno dei maggiori problemi che non può non fare riflettere sulle dinamiche del conflitto: l’organizzazione si basa sul lavoro di una rete molto estesa di contrabbandieri che esportano il greggio in Turchia, paese che appartiene all’alleanza contro il califfato, ma anche nel Kurdistan irakeno, che combatte sul terreno le forze militare dello stato islamico, che, a sua volta lo rivende sul mercato estero, fino ad arrivare alla Siria di Assad, anch’esso impegnato militarmente contro gli integralisti. Come per l’aspetto politico, anche quello economico presenta dei confini molto labili e non certo univoci, sulla reale volontà di combattere il califfato, costituendo l’ennesimo fattore di difficoltà per gli USA, nel districarsi in una varietà di interessi contrastanti ed equilibri precari, che non aiutano l’azione contro i jihadisti. Sul fronte delle contribuzioni, i maggiori indiziati sono stati i paesi delle monarchie del Golfo Persico, che hanno dimostrato un atteggiamento differente verso la repressione del fenomeno; mentre gli USA riconoscono ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi di essere avanti con le azioni intraprese per fermare le donazioni, non così Qatar e Kuwait, che devono ancora migliorare la loro azione repressiva. Sul versante dei rapimenti, capitolo che permette un guadagno minore, ma comunque fin qui stimato in circa 20 milioni di dollari, la linea americana è quella della fermezza, ma, malgrado le esortazioni verso gli altri stati ad adottare la medesima linea, non tutti hanno seguito Washington , preferendo pagare i riscatti per salvare i propri cittadini. Gli USA sono consci delle disponibilità finanziarie dello stato islamico, ma anche degli alti costi che questo deve sostenere per portare avanti la guerra: per questo una diminuzione degli introiti viene vista come un’arma altrettanto decisiva nella sconfitta del califfato.
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