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martedì 28 ottobre 2014
La Tunisia verso l'affermazione dei partiti laici
Se, come sembra, le elezioni tunisine confermeranno i dati dello spoglio delle prime circoscrizioni, ancora una volta il paese nordafricano, da cui era partita la primavera araba, per allargarsi, alle nazioni vicine, rappresenterà un importante esempio sulle tendenze politiche del mediterraneo meridionale. Dopo tre anni di governo del partito islamista al potere, le condizioni del paese, sia dal punto di vista sociale, che economico e politico parevano nettamente peggiorate, tanto da fare rimpiangere il deposto dittatore Ben Alì. Si erano replicate le condizioni di altri paesi del nord Africa, dove il partito al potere, di ispirazione islamica, voleva instaurare un sistema di governo fondato sulla religione in una nazione delle più laiche del mondo arabo, dove questi precetti non potevano attecchire ed essere accettati in modo passivo. Al Nahda, il movimento islamico al governo, ha condotto una politica radicale contro la cultura, negando i diritti umani agli oppositori e creando i presupposti per una crisi economica senza precedenti, causata da scelte sbagliate, aggravate da una accresciuta corruzione, in un quadro generale di alta inflazione, che ha causato, probabilmente il maggiore innalzamento del livello dei prezzi nel paese, comprimendo il potere d’acquisto di salari già tutt’altro che elevati. Anche l’inserimento nella vita politica di personaggi legati al mondo salafita, ha ulteriormente esasperato gli animi, in una opposizione laica, ma profondamente divisa, che non aveva saputo, fino ad allora, aggregarsi intorno ad una idea comune di sviluppo per il paese, privo dell’influenza religiosa. Il fattore maggiormente aggregante è stato il crescente disagio che si è sviluppato nella società tunisina, sempre più insofferente ad una politica troppo improntata alla connessione, quasi simbiotica tra elemento politico amministrativo e religioso. Si è generato quindi un cortocircuito tra società civile e classe dirigente, che, al contrario di quello avvenuto in altri paesi, come l’Egitto pare possa risolversi in maniera democratica e non cruenta. Occorre ricordare che già Al Nahda aveva percepito questo fastidio ed aveva deciso di isolare gli elementi salafiti, per instaurare un dialogo con la società civile, nel quadro di quanto proposto in campagna elettorale,dove il fattore dell’unità nazionale è stato usato per non uscire dal governo del paese. Le forze laiche hanno, invece, optato una unione improntata sul rifiuto dell’invadenza della religione con l’amministrazione del paese, superando le reciproche differenze presenti sul piano politico, che ha permesso di costruire un blocco elettorale composto da esponenti di sinistra, centro e destra, con il concorso di appartenenti al governo di Ben Alì. Se sul piano dell’evoluzione politica in senso democratico, non si può che guardare con soddisfazione alla possibile affermazione di forze laiche in un paese arabo, che potrà costituire una soluzione a cui ispirarsi per altri paesi dell’area, nello stesso tempo non si può non notare come la frammentazione delle forze laiche, seppure all’interno di uno stesso gruppo, non possa costituire un elemento di debolezza per il possibile nascente governo tunisino; ed anche la partecipazione di personaggi compromessi con il vecchio regime non rappresenta una garanzia di conservazione di una amministrazione laica contro le critiche dei partiti islamici, certo più coesi al loro interno, malgrado la prova di incapacità pratica del loro esecutivo. La Tunisia compie un passo avanti nella gestione dei suoi affari interni in maniera riconducibile perfettamente ad un processo democratico, cui l’occidente sperava si adeguassero tutti i paesi della primavera araba, che, al contrario, hanno incontrato una deriva religiosa ugualmente illiberale, al pari dei regimi che hanno rimpiazzato. Sarebbe un errore di valutazione, però, giudicare il processo che riguarda la Tunisia completamente avviato verso la democrazia pienamente compiuta, tuttavia al momento è la situazione che più si avvicina alle speranze occidentali. Ma la fragilità con cui dovrebbe nascere il nuovo esecutivo, basato appunto su divisioni politiche profonde, rischia di riportare i movimenti religiosi alla ribalta; il banco di prova di Tunisi è molto difficoltoso: se i partiti della coalizione saranno in grado di accantonare le singole visioni politiche per affermare la supremazia del sistema laico conseguiranno un successo senza precedenti, che sarà sancito in una competizione elettorale futura, dove qualunque forza in grado di vincere non lo sarà perché espressione di una visione religiosa, ma di un progetto politico laico di qualsiasi orientamento.
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