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giovedì 23 ottobre 2014
Lo Xinjiang diventa obiettivo di Al Qaeda
Al Qaeda, nel suo progetto di espansione verso la parte orientale del continente asiatico, ha individuato la provincia autonoma cinese dello Xinjiang, dove risiede la comunità musulmana degli uiguri, come possibile obiettivo per il suo progetto di califfato globale, da contrapporre al califfato dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Questa dichiarazione danneggia le aspirazioni di maggiore indipendenza degli uiguri, perché offre un chiaro pretesto alle autorità cinesi centrali per intensificare la repressione nella regione. La questione dello Xinjiang rappresenta un problema molto rilevante per Pechino: il programma di adeguamento alla Cina, formato da immigrazione massiccia di cittadini cinesi, unito al tentativo di reprimere la cultura locale, tra cui le credenze religiose, ha scatenato una dura opposizione tra i cittadini autoctoni, sfociata in attentati compiuti, sia in ambito regionale, che nella stessa capitale cinese. Si tratta di un terrorismo, che per ora, pare difficile ricomprendere nel movimento islamico integralista, perché non mira ad una jiahd generale, ma soltanto a combattere i mezzi con cui la Cina cerca di annientare la cultura della regione. C’è anche da dire che gli uiguri con i mezzi pacifici non hanno ottenuto praticamente niente dal governo cinese. La regione dello Xinjiang non è stata quindi individuata a caso dalla propaganda di Al Qaeda, il movimento terroristico, in declino nelle sue abituali zone di azione, ritiene la regione cinese un terreno di coltura adeguato alla propria espansione. Per non incorrere negli strali internazionali, Pechino presenta la comunità uigura come moderata, ma deve combatterne le pulsioni locali indipendentiste, che possono risultare da esempio, come rivolta al regime, anche per i tanti dissidenti politici, tuttavia, l’appello di Al Qaeda rischia di diventare potenzialmente pericoloso per i dirigenti cinesi, con due livelli di lettura. Se da una parte può aumentare la pressione terroristica portando ulteriore instabilità, dall’altra la Cina, proprio per prevenirla, potrebbe essere costretta a rivedere la sua politica repressiva nella regione, facendo concessioni alla comunità uigura e creando così un precedente; fattore che la Cina difficilmente potrà permettersi, perché impegnata ad uniformare lo stato, cancellando le differenze che possano mettere in dubbio l’unità della nazione. Il futuro più probabile è un inasprimento dell’atteggiamento cinese da subito, fatto di ancora maggiore repressione e controllo. Nei confronti dell’opinione pubblica internazionale la Cina ha paragonato il terrorismo uiguro a quello dello stato islamico, ma questa visione è stata condannata da diverse organizzazioni per i diritti umani, che vedono in questa associazione la scusa per aumentare la privazione dei diritti più elementari alla comunità musulmana dello Xinjiang, che non si è mai pronunciata in modo ufficiale a favore della jihad islamica. Ma l’intensificazione dello strumento della pena di morte contro gli attivisti uiguri e la condanna all’ergastolo del fautore del processo di comprensione tra le due parti, il professore universitario Ilham Tohti, da più parti descritto come il Mandela uiguro, dimostrano come le accuse delle organizzazioni non governative siano veritiere. Un aspetto ulteriore, ai confini della questione, è rappresentato da come la Cina sia prossima ad essere investita fin dentro i suoi confini dal radicalismo islamico, un fattore che dovrebbe fare riflettere i dirigenti cinesi sulla necessità di cambiare il proprio atteggiamento in politica estera basato sul non intervento di quelle che vengono individuate come questioni interne ai singoli stati, per variarlo in presenza di situazioni potenzialmente destabilizzanti per il mondo intero, come l’espansione dello Stato islamico. La Cina è finora rimasta passiva di fronte all’insorgenza del fenomeno dell’estremismo islamico, concentrata sulla espansione economica globale e sul cercare di imporre la propria influenza nel sud est asiatico, praticamente disinteressandosi delle questioni mediorientali, un atteggiamento che contrasta con la volontà di emergere come grande potenza. Un cambiamento dell’utilizzo del diritto di veto nella sede del Consiglio di sicurezza potrebbe autorizzare ad inquadrare Pechino meno lontano dalle grandi questioni della diplomazia.
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