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lunedì 22 dicembre 2014
La Tunisia ha un nuovo presidente
La Tunisia, il paese che ha dato il via a tutte le primavere arabe, si conferma una eccezione politica rilevante nel panorama del mondo arabo. In questa nazione, infatti, pur essendo presente una fascia di popolazione che si richiama all’osservanza più stretta dell’islamismo, il successo delle formazioni politiche di ispirazione religiosa è rimasto minoritario, rispetto ai partiti laici. Questa tendenza, già evidenziata dalle scorse elezioni legislative, si è confermata anche nelle elezioni presidenziali. L’annunciata vittoria di Essebsi, pur non ancora confermata dai dati ufficiali, dovrebbe portare alla carica di presidente della Repubblica una personalità che ha più volte manifestato la propria contrarietà ai movimenti islamisti, specie quelli più integralisti. Se, da un lato, questa caratteristica, di quello che sarà probabilmente il nuovo capo di stato tunisino, rappresenta una garanzia importante per i settori laici del paese ed anche per le nazioni occidentali, specie quelle che si affacciano sul Mediterraneo, potrebbe rappresentare una controindicazione per gestire quella parte del tessuto sociale del paese, che si richiama ai valori islamici, attraverso la frequentazione di luoghi di culto e movimenti religiosi. Il rischio è che la mancata soddisfazione degli islamisti di trasformi in un elemento che potrebbe mettere in pericolo la stabilità del paese: in sostanza quello che si teme è che la propaganda religiosa conferisca una maggiore importanza ai gruppi estremisti, rispetto a quelli più moderati. In Tunisia, malgrado l’avversione generalizzata della società verso la visione più integralista della religione islamica, i gruppi salafiti e jihadisti non sono affatto assenti ed il loro malumore potrebbe sfociare nel terrorismo. Questi gruppi devono già gestire la delusione per non avere portato la rivoluzione algerina ad una evoluzione in senso religioso, come avvenuto in Libia ed Egitto e l’elezione di un Presidente così avverso potrebbe rappresentare un motivo per innescare forme di ribellione alla nuova leadership; anche perché Essebsi ha fatto parte del governo del deposto dittatore Ben Alì e gli stessi commentatori locali lo presentano come un usato sicuro. Quello che manca è un segnale di rottura con il passato, motivo che potrebbe consentire agli avversari del futuro presidente, facili critiche. Occorre ricordare anche che il partito islamista moderato Ennahda non ha presentato candidati alla presidenza. Questa rinuncia può essere interpretata in due modi: la prima è l’espressione tacita di appoggio ad una candidatura capace di sconfiggere la parte religiosa più estrema, che dia così un vantaggio a quella più moderata, la seconda, viceversa, può significare non avvallare alcun indirizzo per non scontrarsi con nessuna parte in causa. Resta il fatto che il nuovo presidente dovrà coinvolgere nella dialettica istituzionale il movimento moderato, come fattore in grado di contribuire alla gestione del rapporto tra istituzioni laiche e mondo religioso. Anche perché Ennahda, che ha vinto le prime elezioni dopo la caduta della dittatura, ha lasciato la gestione del governo ad un gruppo di tecnocrati, per favorire la stabilità del processo verso la democrazia e garantendo, quindi, con il suo atteggiamento la transizione di potere. Pur restando un’anomalia nel panorama politico arabo, la Tunisia di contraddistingue per la presenza di aderenti o simpatizzanti a gruppi terroristici islamisti molto motivati ed infatti sono molti i cittadini tunisini che si sono arruolati all’estero in formazioni di combattenti di matrice integralista. Questa presenza è quella che maggiormente deve preoccupare il governo, per l’evoluzione in senso terrorista che potrebbe assumere. Una ulteriore emergenza del paese è costituita dalla situazione economica, la cui risoluzione potrebbe facilitare molto proprio il problema legato all’estremismo religioso.
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