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lunedì 22 dicembre 2014

L'attacco informatico negli USA, come segnale di pericolo globale

La questione dell’intrusione informatica nei server della Sony rischia di degenerare, aggravando i rapporti tra Washington e Pyongyang. Gli USA starebbero studiando la possibilità di reinserire la Corea del Nord nella lista degli stati che sostengono il terrorismo. Lo stato eremita, come viene definito per il suo stato di isolamento che si è imposto, era stato cancellato dalla lista delle nazioni sostenitrici del terrorismo, grazie alla promessa di aprire i suoi siti nucleari agli ispettori internazionali; questa eventualità sottoporrebbe il paese a nuove sanzioni, in un momento particolarmente difficile per l’economia nordcoreana. Tuttavia Obama ha mantenuto un tono basso nei confronti dell’accaduto, pur annunciando una risposta proporzionale, passandolo da atto di guerra ad atto di vandalismo informatico, con il chiaro intento di non fornire occasione a Pyongyang di sfruttare le minacce americane per dare sfogo alla solita retorica del regime. Questo obiettivo non è però stato raggiunto: la Corea del Nord ha detto di essere pronta a qualsiasi confronto bellico con gli Stati Uniti, compreso quello cibernetico. Pyongyang ha rigettato le accuse, dicendosi estranea all’attacco alla Sony, ma lodandone comunque gli autori. Le autorità nordcoreane hanno affermato che Obama sfrutta l’attacco alla Sony per gettare discredito sul paese asiatico, che avrebbe, al contrario, offerto la propria collaborazione, peraltro rifiutata, alle autorità americane per risalire ai colpevoli. In realtà sarebbero emerse precise analogie su attacchi informatici condotti contro siti della Corea del Sud imputabili senza dubbio alla Corea del Nord. Gli Stati Uniti avrebbero richiesto l’aiuto della Cina, nella sua  qualità di unico alleato di Pyongyang. Tutta la vicenda riassume l’importanza sempre maggiore che la guerra elettronica sta assumendo in un contesto globale governato dalla cibernetica. L’affermazione del senatore statunitense Mc Cain, che definisce gli attacchi informatici un nuovo modo di fare la guerra è assolutamente esplicativa della portata del fenomeno. Tuttavia non siamo di fronte ad una novità: è da tempo che gli attacchi informatici sono diventati uno dei principali mezzi di contrasto tra potenze avverse. Basti ricordare le azioni israeliane che sarebbero state condotte contro i centri di controllo delle centrali nucleari iraniane o i continui attacchi provenienti presumibilmente dalla Cina verso installazioni occidentali. Quello che è però particolare è la violazione pressoché totale di un sito americano in maniera che è sembrata agevole e quindi la debolezza della prima potenza mondiale contro uno stato, che è più pericoloso per la sua imprevedibilità, che per la reale capacità di mettere in pericolo la sicurezza di un altro paese. Con questo non si vuole sottovalutare la Corea del Nord, che è pur sempre una potenza nucleare e che ha dato prova contro Seul di rappresentare un pericolo elevato, tuttavia non dovrebbe esserci partita con Washington. In realtà il senatore Mc Cain ha completamente ragione: atti di intrusione informatica a danno di paesi esteri non solo sono una nuova forma di guerra, ma possono innescare, proprio per questa ragione, rappresaglie che possono comprendere l’uso delle armi. Si deve configurare, sia a livello legislativo, che a livello strategico, che l’atto di pirateria informatica è ormai divenuto una fattispecie ed una casistica tale da essere ricompresa negli atti bellici propriamente detti, perché capace di provocare, oltre che a danni materiali, anche vittime, sia militari che civili. La capacità di intrusione in infrastrutture di carattere generale, come i server che comandano una rete ferroviaria o aerea, oppure i centri di comando di centrali elettriche, anche nucleari, può determinare disastri senza l’uso di ordigni bellici. Siamo di fronte ad un’arma con potenzialità infinite perché infinite sono le applicazioni dell’informatica, per cui si pone il problema della difesa di questi centri di controllo. Si tratta di un problema già ben chiaro agli strateghi militari, ma che assume una rilevanza sempre maggiore con la crescita della complessità degli apparati, che procede di pari passo con la loro vulnerabilità. Negli Stati Uniti le ripercussioni a livello alto devono essere state enormi se è vero che Washington ha addirittura chiesto aiuto a Pechino, della quale si è molte volte lamentata per episodi analoghi. Forse a spaventare di più è stato il fatto che l’attacco sia stato condotto da uno stato notoriamente imprevedibile e che forse era anche stato sottovalutato nella sua capacità informatica. Comunque siamo di fronte ad un ulteriore elemento di destabilizzazione del sistema globale, costituito dalla facilità di accesso a queste armi, ancorché improprie, che dovrà essere valutato e monitorato sempre più attentamente ed alla stregua dei sistemi di armamento, che spesso costituiscono fonte di discussioni accese tra stati su posizioni contrastanti.

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