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mercoledì 17 dicembre 2014

Le strategie diplomatiche palestinesi

La Palestina intende partire con una offensiva diplomatica contro Israele, capace di sfruttare la buona predisposizione che si sta sviluppando in Europa sull’argomento del riconoscimento dello stato palestinese come stato sovrano. Pur trattandosi di iniziative prive di effetto pratico, le decisioni di alcuni parlamenti del vecchio continente di riconoscere lo stato palestinese, stanno aggravando lo stato di isolamento internazionale di Israele e ne compromettono fortemente l’immagine pubblica sulla scena diplomatica. Per i palestinesi, delusi dagli sforzi sempre più vani degli Stati Uniti, che non sono riusciti ad imporre a Tel Aviv la soluzione dei due stati sul medesimo territorio, la soluzione di praticare la via delle organizzazioni internazionali, appare, ormai, una scelta praticamente obbligata. L’intenzione principale è quella di presentare alle Nazioni Unite un testo destinato a diventare una possibile risoluzione del Consiglio di Sicurezza. La probabilità che questa iniziativa abbia successo è praticamente nulla, per il veto che gli USA metteranno quasi sicuramente, nonostante la Casa Bianca condivida in gran parte le ragioni palestinesi. Ma in questa fase la strategia dell’amministrazione statunitense è quella di aspettare l’esito delle elezioni, che in caso di sconfitta di Netanyahu, aprirebbero considerevoli possibilità per una trattativa nella direzione voluta da Washington ed anche dagli stessi palestinesi. Certo in caso contrario gli USA non potrebbero avere più alcuna scusante per continuare nell’atteggiamento di porre dei veti nel Consiglio di sicurezza per tutelare Israele, qualsiasi cosa faccia. Una vittoria di Netanyahu aprirebbe nella società americana e nella sua classe politica un dibattito molto acceso, tale da aprire profonde divisioni e lacerazioni nel tessuto politico del paese, ed è proprio su queste considerazioni che si basa l’atteggiamento di attesa dell’amministrazione Obama. Tuttavia i palestinesi sono decisi ad andare avanti lo stesso, anche per il solo fatto di costringere Israele ad un sempre maggiore isolamento internazionale. Il progetto dovrebbe contenere la richiesta di ritiro dalle zone occupate abusivamente, le così dette colonie o insediamenti, ma non si sa sarà contenuta una data di scadenza, che alcune previsioni indicano in due anni. Questa soluzione è ovviamente osteggiata da Netanyahu, ancora con più forza in questo periodo in cui il paese israeliano è entrato in campagna elettorale; la tesi del premier di Tel Aviv è che il ritiro dai territori occupati violando gli accordi del 1967, non potrebbe che favorire l’ingresso dei terroristi fin dentro Israele; come si vede si tratta di una tesi che deve risvegliare le paure della popolazione ed insieme mantenere il controllo sugli insediamenti. Sono ragioni in parte effettivamente condivise da Netanyahu ed in parte esasperate per raccogliere il maggior numero di voti possibili dalla destra nazionalista e da quanti osteggiano un accordo con i palestinesi. Viene ritenuto anche possibile che gli stessi Stati Uniti possano presentare un loro testo, ma questa eventualità appare in contrasto con l’attesa del risultato elettorale israeliano, che al momento sembra essere centrale nella strategia americana. I palestinesi, intanto, non focalizzano la loro azione soltanto sul Consiglio di sicurezza: altre iniziative vi saranno affiancate. Una riguarda l’intenzione di essere ammessa alle Nazioni Unite come membro effettivo e non più solo come paese osservatore, se ciò si verificasse la Palestina potrebbe chiedere di fare parte del Consiglio di sicurezza alla prima scadenza utile di un membro attuale non permanente. Questa operazione non ha alcuna possibilità di riuscita per il sicuro veto che gli USA porrebbero sulla questione, ma porterebbe alla ribalta il problema di una esclusione di un paese sostenuto, probabilmente in modo massiccio dall’assemblea. Un ulteriore passo dell’offensiva diplomatica palestinese è allo studio da tempo e riguarda la possibilità che la Palestina aderisca alla Corte Penale Internazionale e citi  in giudizio Israele per i crimini commessi a Gaza; si tratterebbe di una possibilità letale per Tel Aviv, che sarebbe destinata quasi sicuramente ad una condanna. Questa scelta viene tenuta quasi come arma finale dai palestinesi, che, al momento preferiscono non sottoporre Israele ad una tale pressione, anche per evitare di fornire a Netanyahu ulteriori elementi a suo favore in campagna elettorale. Risulta più probabile la possibilità che la Palestina sottoponga all’Assemblea una risoluzione non vincolante di condanna degli insediamenti israeliani nella zona della Cisgiordania, che costituirebbe una misura simbolica e priva di effetto, ma destinata a raccogliere un ampio consenso nell’Assemblea della Nazioni Unite, dove non è previsto lo strumento del diritto di veto come nel Consiglio di sicurezza.

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