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lunedì 9 febbraio 2015

Il significato politico dell'impegno della Giordania contro il califfato

L'impulso dell'azione giordana contro lo Stato islamico sta mettendo in difficoltà il califfato, sia dal punto di vista militare, che da quello politico. Il significato dell’incremento dei bombardamenti dell’aviazione della Giordania, ha assunto un valore politico, che, probabilmente, ha un significato ancora più importante dei pur ottimi risultati militari. Infatti il grande impegno profuso dal paese giordano, la cui popolazione è costituita dal 95% di sunniti, in prima linea contro il califfato, rappresenta la più grande risposta ad alto livello di uno stato musulmano contro lo Stato islamico. Oltre alle azioni militari, sono state importanti le forti dichiarazioni di condanna della lettura dell’Islam proposta dagli jihadisti, che, finalmente, hanno rappresentato la visione più moderata della religione araba. Su questo fronte si gioca una battaglia importante, rappresentata dalla legittimità della lettura del Corano, all’interno di una confessione che manca di una guida spirituale universalmente riconosciuta in modo tale da contenere le spinte più estreme. La voce dei musulmani più moderati, che rappresenta senz’altro la maggioranza, era stata fino ad ora troppo timida contro le azioni del califfato, che rischiavano di avere una tacita legittimazione, fondata proprio sul silenzio dei più moderati. Per gli USA e le potenze occidentali, il problema di fondo era concreto, perché rischiava di non fare attecchire a sufficienza la necessità di una lotta determinata contro lo Stato islamico. Infatti, se sul fronte degli sciiti, il problema non si è mai posto per evidenti contrapposizioni religiose, la mancanza di un convinto appoggio dei sunniti rischiava di costituire un fattore non secondario per scardinare la compattezza del califfato. Tuttavia il nuovo atteggiamento del governo giordano, che pare essere seguito in modo convinto dalla maggioranza della popolazione, pur costituendo una novità determinante, non permette ancora di acquisire come assodata questa tendenza in tutti la parte sunnita dei musulmani. All’interno della stessa Giordania, sono ancora tanti i volontari che sono entrati nelle fila del califfato, un fenomeno comune a tutti i paesi arabi, impegnati a convivere nello stesso territorio, con una visione totalmente stravolta dell’Islam, improntata al più assurdo estremismo ed alla esasperazione dell’applicazione dei precetti religiosi nella vita civile. Questo strato di integralismo è alla base del successo del califfato, che intende applicare su grande scala, fino a farne legislazione fondamentale di un potenziale stato quale è lo stato islamico, la sharia. Questo aspetto tocca sensibilità differenti nel panorama del mondo arabo, che, come si è visto dall’esito delle primavere arabe, non pare ancora pronto ad una applicazione integrale della pratica della democrazia, intesa come viene vissuta nel mondo occidentale. Questa lettura è stata alla base dell’errata interpretazione, avvenuta sulla base dell’entusiasmo, del mondo occidentale circa i sommovimenti politici che hanno attraversato il mondo arabo e che ha determinato aspettative impossibili, salvo il caso tunisino, da verificarsi. L’errore quindi non deve ripetersi, l’occidente deve contare sui suoi alleati musulmani, ma non deve farsi prendere dai facili entusiasmi per cambi di rotta, che paiono presi più sull’onda di grandi impatti emotivi. La lotta allo Stato islamico è una cosa e l’avanzamento della democrazia è un’altra. Certamente vi è una necessità degli stati arabi di contenere il pericolo dello Stato islamico, che è funzionale al mantenimento del potere degli organismi che lo detengono ed in questa ottica deve anche essere letto in maniera appropriata il maggiore impegno nella lotta militare allo Stato islamico. Ma questo innalzamento della risposta militare giordana può diventare un fattore di trascinamento anche per gli stati sunniti vicini. Un maggiore coinvolgimento delle monarchie del Golfo potrà essere determinate per la sconfitta dello Stato islamico in tempi più brevi, senza attendersi una maggiore concessione sul tema dei diritti civili. Dal punto di vista prettamente militare sta maturando l’idea di un impegno sul terreno, che, come hanno dimostrato i curdi, è il campo di scontro determinante per l’esito del conflitto. Vi sono diverse indicazioni che la strategia in atto è quella di dividere la parte siriana da quella irakena delle forze del califfato, interrompendo i collegamenti e quindi i rifornimenti, per poi tentare un offensiva di terra da effettuare in primavera. Verosimilmente verranno intensificati i bombardamenti e si agirà nel contempo sul taglio della disponibilità finanziaria dello Stato islamico, per ridurne le capacità di spesa. Il problema determinate sarà, in caso di riuscita dell’annientamento del califfato, la gestione dei combattenti, che dovranno essere messi in condizione di non nuocere, ma con metodi differenti rispetto a quelli adottati dopo l’undici settembre. L’adozione di metodi totalmente repressivi non ha pagato ed è stata alla base della rinascita del terrorismo islamico: fin da ora si devono pensare metodologie differenti per non essere colti alla sprovvista nella gestione del fenomeno.

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