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martedì 26 maggio 2015
Gli errori USA nella gestione della crisi mediorientale e la necessità di schierare le proprie truppe contro il califfato
La conquista di Ramadi, da parte dello Stato islamico è soltanto il punto più significativo, che dimostra come l’approccio della strategia americana, nei confronti, non solo del califfato, ma anche, delle modalità scelte per affrontare la guerra civile siriana siano state completamente sbagliate. Il primo punto è stato dare troppo potere agli sciiti irakeni nell’amministrazione del paese, relegando la maggioranza sunnita ad attore passivo del processo politico. Il secondo punto è stato quello, in onore alle promesse elettorali, di abbandonare militarmente l’Iraq troppo presto, vanificando così gli sforzi sostenuti in vite umane e finanziari dagli Stati Uniti. Il terzo errore è stata la condotta tenuta con la Siria: per non intervenire o, almeno impegnarsi nella creazione di una coalizione contro Assad, Obama si è accontentato di incerte promesse sullo smaltimento delle armi chimiche, mentre sul campo non sono state sostenute abbastanza le forze democratiche, fattore che ha favorito il progressivo rinforzarsi delle milizie integraliste, sostenute dai paesi sunniti alleati degli USA, con il quale è mancato del tutto un coordinamento a causa di una sostanziale differenza di vedute, che non ha permesso di raggiungere un compromesso accettabile per le due parti. Da questo aspetto discende direttamente lo sviluppo dello Stato islamico, sfuggito al controllo dei paesi sunniti finanziatori. L’espansione del califfato, che ha sempre proclamato il suo obiettivo di unire l’Iraq alla Siria, in un’unica entità statale sottomessa alla legge islamica, è stata per troppo tempo sottovalutata, considerandola come una ambizione irrealizzabile portata avanti da milizie terroristiche, quindi facilmente neutralizzabili soltanto da azioni aeree militari. Viceversa lo sviluppo del conflitto ha dimostrato come si trattasse di una sorta di riaffermazione della guerra tradizionale, dove l’elemento più importante è l’occupazione del terreno e le battaglie combattute da fanterie e mezzi meccanizzati. Se così non fosse l’apporto, pur importante, dell’aviazione, di cui il califfato non dispone, sarebbe stato determinante: al contrario della situazione attuale. Uno dei punti fermi di Obama è sempre stato quello di non consentire a militari americani e di conseguenza occidentali, di intervenire sul terreno mediorientale. Questa condizione era data dalla necessità di non avere più morti americani, caduti in medio oriente, per non incorrere nell’opposizione presente sul suolo americano e proveniente, sostanzialmente da entrambi i maggiori partiti statunitensi. Il Presidente della Casa Bianca contava su una preparazione maggiore dell’esercito irakeno, anche per privilegiare l’aspetto di un confronto tra sunniti, che non determinasse una valenza religiosa del conflitto. L’enorme errore di valutazione della reale capacità militare dei militari di Bagdad, che più volte si sono dati alla fuga nelle battaglie contro gli uomini del califfato, pur potendo contare su un numero maggiore di effettivi e di una dotazione tecnica proveniente direttamente dagli arsenali USA, è stato, probabilmente il maggiore sbaglio dell’amministrazione statunitense, ma non è stato il solo. Dal punto di vista politico sono diversi gli errori che hanno contribuito a fare precipitare la situazione. Il primo è stato quello di permettere, proprio per le deficienze strutturali dell’esercito dell’Iraq, l’aiuto iraniano. Teheran è dotato di una grande capacità militare ed è stato disposto, da subito ad impegnarsi sul terreno, ma ciò ha permesso quello che Obama voleva evitare: il confronto tra sciiti e sunniti. L’immobilità degli stati del Golfo, verso un maggiore impegno sul terreno ha contribuito a favorire l’intervento degli iraniani, che non si muovono gratis, ma per aumentare la propria influenza di potenza regionale. Ma ciò allenta la pressione da parte degli stati sunniti sul califfato, che cercano di usare strumentalmente contro l’avanzata sciita. D’altra parte Obama ha bisogno dell’aiuto sul campo degli uomini iraniani, che sono gli unici, insieme ai curdi, in grado di ostacolare l’avanzata dello Stato islamico. Anche l’atteggiamento morbido verso Assad, peraltro sempre negato dalla Casa Bianca, ma nei fatti usato come possibile argine di contenimento del califfato, ha ingenerato una percezione di mancanza di chiarezza da parte dell’amministrazione USA. Come già detto gli Stati Uniti, credevano in una maggiore collaborazione degli stati sunniti, che hanno usato il loro risentimento per l’accordo sul nucleare iraniano, per esercitare una sorta di ritorsione verso Washington, anche funzionale per impedire l’influenza iraniana a Damasco. Ora, malgrado le smentite degli USA, sulle sorti del conflitto con il califfato, l’esigenza di cambiare la strategia del conflitto è esplosa in tutta la sua urgenza. Dapprima si è cercato un maggiore coinvolgimento delle tribù sunnite, contrarie all’integralismo degli uomini dello Stato islamico, ma il loro atteggiamento non assicura un completo affidamento proprio per la presenza della variabile rappresentata dai combattenti sciiti; si è già detto dell’inaffidabilità più completa della maggioranza dell’esercito irakeno, che militarmente è affidabile soltanto per quanto riguarda i reparti scelti e formati direttamente dagli americani. Questo scenario imporrebbe una scelta radicale: schierare di nuovo effettivi americani ed anche occidentali sul terreno. La scelta è ponderata dalle autorità statunitense, ma appare, al momento l’unico deterrente efficace, sia dal punto di vista militare, che politico contro il califfato. Militare perché l’operatività in piena sintonia con la forza aerea schierata sarebbe più efficace unita con la preparazione tecnica e la disponibilità degli armamenti, che dovrebbero assicurare una sicura affermazione, anche in termini di tempo, contro lo Stato islamico e, di seguito, garantirebbero un presidio del terreno nelle fasi eventuali, immediatamente successive alla conquista del territorio. Le controindicazioni sono, oltre all’impegno finanziario, le possibili vittime, che l’impegno sul campo potrebbe determinare. Si tratta di un aspetto psicologico dell’impatto non trascurabile sulla società civile americana. Dal punto di vista del diritto internazionale appare difficile avere assicurata la copertura del Consiglio di sicurezza, ma potrebbe essere studiata una forma di alleanza con il governo irakeno. Se per l’Iraq questa opzione è più praticabile, non è così per la Siria. Ma senza sistemare la situazione siriana, regolamentare soltanto quella irakena potrebbe non essere sufficiente. Gli USA spingono per una supremazia delle forze laiche, gli stati sunniti per le forze confessionali moderate, Iran e Russia per il mantenimento al potere di Assad. Una soluzione politica potrebbe essere dividere il paese siriano, lasciando al clan di Assad la zona più vicina al mare, ai curdi il loro territorio, la zona di Damasco alle milizie laiche e la zona la confine con l’Iraq ai sunniti moderati, ai quali andrebbe affiancato un contingente magari formato dalle nazioni sunnite a salvaguardia di ogni possibile rinascita del califfato. Si tratta di una possibilità su cui è necessario un lavoro diplomatico intenso, che dovrebbe vedere allo stesso tavolo stati nemici, ma tutti comunque interessati a vedere stabilizzato l’equilibrio regionale, senza più soggetti portatori di sovversione, pericolo ed instabilità.
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