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martedì 21 luglio 2015

Dietro l'attentato dello Stato islamico in Turchia ci sono anche cause interne

L'attentato contro il partito curdo in Turchia pone serie domande sull’atteggiamento del governo di Ankara nei confronti della lotta allo Stato islamico. Si sono verificate diverse occasioni dall’inizio della guerra contro il califfato, nelle quali l’atteggiamento delle istituzioni del paese turco non è stato in linea con la linea dell’Alleanza Atlantica, preferendo tenere un profilo contraddittorio, che non ha fatto emergere una chiara volontà di lottare contro l’integralismo islamico. La svolta del paese con l’arrivo al comando del partito di Erdogan, dichiaratosi moderatamente confessionale, ha trasformato una nazione laica e con costumi simili a quelli europei, in uno stato dove sono state ristrette le libertà individuali e quelle della stampa e si è imposta alla società una svolta in senso religioso troppo evidente. La Turchia ha dato l’impressione, come del resto l’Arabia Saudita, di volere manovrare il califfato, adattando la sua esistenza ai propri scopi nazionali e perdendo così di vista gli equilibri regionali. Il fulcro di questo ragionamento è che le istituzioni turche temono di più l’attivismo curdo, che non quello dello Stato islamico. Ankara ha paura di un risveglio della questione curda, che possa alterare gli equilibri interni del paese, non tenendo conto che il discorso è stato riaperto dall’ultimo risultato elettorale, che ha visto, in modo pacifico l’affermazione del partito socialista curdo, votato anche dagli stessi turchi, ansiosi di trovare una alternativa di opposizione praticabile allo strapotere del partito di governo. Turchia e Stato islamico, nei confronti dei curdi, hanno interessi comuni, per entrambi il popolo curdo rappresenta un nemico da combattere: Ankara vede con preoccupazione i successi militari curdi e teme la volontà della creazione di uno stato libero, come ha affermato il presidente curdo della regione irakena, il califfato inizia a temere i combattenti curdi, che sono gli unici sul terreno, insieme agli iraniani ad affrontare le milizie integraliste. Sull’attenzione delle istituzioni turche circa possibili attentati dello Stato islamico sul suo territorio, l’opinione oscilla tra incapacità di prevenzione e lassismo che si avvicina alla volontarietà; secondo alcuni analisti l’eventualità che questi atti si sarebbero verificati era stata ampiamente segnalata dagli stessi servizi di sicurezza del paese e la sottovalutazione di questo avvertimento appare come un segnale preoccupante. D’altro lato vo è anche l’ipotesi che l’attentato sia stato condotto proprio contro il paese turco per la sua attività di repressione contro i reclutatori dello Stato islamico ben presenti sul suolo della nazione. Secondo questa lettura si tratterebbe quindi di un monito per le autorità della Turchia. Questo scenario avrebbe però maggiore credibilità se l’attentato non avesse riguardato partiti di opposizione, tuttavia occorre ammettere che contro gli attentatori isolati l’attività preventiva risulta oggettivamente più complicata. Forse per la Turchia è arrivato il momento di schierarsi in modo più netto e, nel contempo, affrontare finalmente la questione curda in modo definitivo, cercando una convivenza pacifica che possa permettere misure di autonomia al popolo curdo presente sul suolo curdo. Credere che lo Stato islamico sia meglio dei curdi è una impostazione sbagliata, come hanno dimostrato le stesse organizzazioni del califfato presenti in Turchia, che si sono apertamente dichiarate contrarie alla democrazia. Per Erdogan è ora di fare una scelta di campo netta ed uscire dal suo isolazionismo sunnita a cui ha condannato il paese, altrimenti la porta dell’Europa sarà sempre più chiusa.

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