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giovedì 16 luglio 2015
I conservatori iraniani contrari all'accordo sul nucleare
Come Obama dovrà faticare con il Congresso a maggioranza repubblicana, per fare accettare agli USA la firma del negoziato con l’Iran, anche il governo di Teheran avrà le sue difficoltà con i conservatori del paese. Per ora l’atteggiamento di questa parte politica è stato quello di non commentare l’accordo, ma questo silenzio pare eloquente per molti analisti. La prassi per ratificare l’accordo compete formalmente al leader supremo l'Ayatollah Ali Khamenei, ma occorre ricordare che i conservatori detengono la maggioranza in parlamento, situazione analoga a quella statunitense, e possono, di conseguenza, rallentarne il percorso. Si presuppone che il silenzio dei conservatori durerà fino alla fine del ramadan, in completa coerenza con l’impostazione religiosa della parte politica più conservatrice. C’è da specificare che gli avversari iraniani all’accordo contavano sul fallimento delle trattative e la delusione in questa parte politica appare molto forte. La fine del negoziato è vista come una violazione della sovranità della nazione iraniana per i termini troppo estesi dell’accordo, che avrebbe concesso troppo alle richieste americane, soprattutto sulla parte delle ispezioni. In Iran il sentimento contro gli Stati Uniti è ancora molto forte e si era accresciuto proprio con le sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia del paese. Gli USA sono ancora visti come il principale nemico da una parte consistente della società iraniana, soprattutto dal clero e dai militari, che si sentono penalizzati dall’accordo. Queste posizioni sono però opposte a quelle della parte maggiore del paese, che pur non nutrendo simpatia per gli Stati Uniti, si contraddistinguono per un maggiore pragmatismo, soprattutto in relazione alla necessità della cancellazione delle sanzioni, considerata la condizione essenziale per migliorarla situazione economica del popolo iraniano. In Iran c’è un fermento naturale, troppo a lungo represso, che chiede una crescita economica del paese in maniera uniforme, raggiungibile soltanto con l’incremento del lavoro. La paura dei conservatori è che la mutata condizione economica possa riaprire una stagione dove la richiesta dei diritti torni prepotentemente a riaffacciarsi nella società del paese. Per questo le critiche all’accordo cominciano ad intravedersi nelle analisi dei conservatori, che affermano di temere una lettura della stesura del testo arrivato alla firma, non identica tra quella di Obama e quella di Rohani, ciò potrebbe implicare condizioni non univoche dell’applicazione del trattato, perché viziate da interpretazioni differenti. Appare chiaro che si tratta di una strategia per screditare l’accordo raggiunto, tuttavia la richiesta di diversi parlamentari di una discussione in aula con i chiarimenti del ministro degli esteri, può sembrare una sorta di esame nella sede istituzionale, che potrebbe essere portata avanti con l’intento di trovare punti deboli nel trattato per cercare di rigettarlo. Al contrario se l’esecutivo riuscirà ad uscire indenne da questa sorta di trappola, sarà un elemento positivo per i riformisti, che cercheranno di sottolineare come attraverso uno sforzo diplomatico non indifferente, l’Iran è, di fatto, uscito dall’isolamento internazionale ed ha potuto cancellare le sanzioni per rilanciare la propria economia. Non essendo in un ambito democratico, ma in un regime condizionato da una religiosità troppo pervasiva ed ancora troppo legata alla tradizione, il processo di allentamento dei vincoli che limitano in modo eccessivo i diritti civili è ancora lontano da essere intaccato in maniera determinante, tuttavia se i riformisti riusciranno a fare ratificare l’accordo sul nucleare, potranno mettere a segno una importante vittoria per il percorso del paese in una direzione tale da consentire maggiori libertà per la società iraniana.
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