Politica Internazionale

Politica Internazionale

Cerca nel blog

martedì 14 luglio 2015

Il Regno Unito rifiuta l'aiuto alla Grecia, l'ennesimo esempio per riformare l'Unione europea

Un segnale ulteriore della progressiva spaccatura che si sta registrando nell’Unione Europea  tra i suoi membri e che segna un netto allontanamento dai valori della fondazione, tra i quali la solidarietà tra le nazioni era uno dei più rilevanti, è costituito dalla volontà del governo britannico di non volere contribuire agli aiuti per il salvataggio della Grecia. Uno degli strumenti  pensati, principalmente dalla Francia,  era quello di usare la liquidità del meccanismo europeo di stabilizzazione per finanziare nuovamente il debito di Atene. Londra partecipa a questo fondo, ma è contraria che la liquidità in esso contenuta sia utilizzata per salvataggi riguardanti paesi appartenenti all’area dell’euro, moneta a cui il Regno Unito non aderisce. La scusa è che  il governo inglese partecipa al salvataggio della Grecia attraverso il Fondo Monetario Internazionale e non intende essere impegnato su più fronti. La decisione è strumentale al fatto di non fornire argomenti ulteriori agli euroscettici, soprattutto con il referendum sulla permanenza del regno Unito all’interno dell’Unione Europea in arrivo. Tuttavia la posizione inglese non sorprende: Londra si è da tempo allontanata dai problemi di Bruxelles, rimanendo aderente alle istituzioni comunitarie più che altro per  godere dei benefici che il mercato comune gli assicura, ma senza impegnarsi troppo nelle problematiche continentali. In questo senso l’atteggiamento inglese è ancora peggiore di quello tedesco, perché unicamente opportunista e privo di alcuna condivisione dei valori europei, neppure a livello minimo. Questi episodi dovrebbero fare ragionare su di una decisa revisione dei trattati di adesione all’Europa, che sono stati fino ad ora troppo inclusivi, senza alzare il livello dei necessari requisiti. Questi segnali, che vengono anche da membri dell’Europa orientale, devono essere interpretati in maniera più politica, lasciando da parte le adesioni accolte soltanto con l’intenzione di allargare l’area del mercato. Quello di cui ha necessità un’istituzione che ambisce ad arrivare ad un’unità di tipo politico è un’adesione convinta su temi specifici senza dubbi di sorta. Se nel passato all’interno della Comunità del carbone e dell’acciaio era importante avere il Regno Unito, nell’Unione Europea, costruita su valori completamente diversi ed operante in tempi profondamente cambiati, la presenza di uno stato contrario alle intenzioni comuni è nettamente negativa e costituisce un ostacolo allo sviluppo dei nuovi obiettivi. Bruxelles non dovrebbe ricevere dal   Regno Unito l’umiliazione di un rifiuto o la concessione dall’alto di restare al suo interno, fatto percepire come un favore all’Europa. Sarebbe il caso di ridiscutere del tutto con Londra le modalità di adesione, ma da un punto di forza, che possa prevedere l’espulsione del Regno Unito dall’Unione Europea per scarsa convinzione alla partecipazione ad essa. Questo metodo andrebbe poi applicato a tutti gli stati poco convinti di aderire alle regole comuni. Certamente ciò potrebbe comportare una riduzione  dei membri europei ed una conseguente riduzione della zona del mercato unico, ma parallelamente verrebbe rinforzato il senso di appartenenza necessario per uno sviluppo in senso politico e non solo economico. Per sostenere questo scenario dovrebbero però essere anche rivisti i criteri di partecipazione degli stati in modo da garantire una effettiva parità tra gli stati membri, senza l’ammissione di alcune deroga in grado di aumentare la capacità contrattuale di uno stato. Il rispetto delle singole nazionalità non dovrebbe essere causa di interferenza con l’indirizzo politico comune capace di essere aggregatore e non elemento disintegrante dell’Unione. Solo così si potrà ridare credibilità ad una istituzione ormai gradita soltanto al mondo della  grande finanza.

Nessun commento:

Posta un commento