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venerdì 17 luglio 2015
Il Sinai nuovo fronte di instabilità
Il Sinai è la nuova minaccia per Israele. Tel Aviv teme che lo Stato islamico, attraverso la penisola egiziana, possa muovere attacchi contro il suo territorio. Si tratta di un pericolo concreto, anche se la potenza bellica israeliana non può temere l’eventuale offensiva del califfato; tuttavia un attacco contro Israele avrebbe un alto valore simbolico, che, all’interno della strategia mediatica dello Stato islamico, potrebbe avere una grande risonanza, soprattutto in funzione dell’attrattiva di nuovi combattenti. D’altra parte il Sinai è la nuova frontiera dove il califfato cerca di insediarsi, per portare la destabilizzazione in Egitto. L’obiettivo è quello di attaccare Il Cairo in risposta alle persecuzioni che il regime militare ha e sta effettuando contro la Fratellanza islamica. L’Egitto era già stato colpito con l’uccisione in Libia di diversi suoi cittadini di origine copta, atto che aveva scatenato una violenta rappresaglia da parte dell’aviazione militare di Al-Sisi. La scelta del califfato di espandere la sua azione nel Sinai è stata fatta anche per la presenza rilevante di esponenti contrari al regime militare, che hanno trovato rifugio nel territorio e che possono costituire una base solida per le azioni contro Il Cairo. L’ultimo attacco terroristico, condotto contro una nave militare egiziana, colpita da un missile partito dal Sinai, ad opera dello Stato islamico, Israele deve considerare seriamente la possibilità dell’apertura di un fronte dal lato meridionale della sua frontiera. Malgrado i buoni rapporti instaurati con l’Egitto dei militari, la situazione di difficoltà a gestire la penisola del Sinai, da parte de Il Cairo, costringe Tel Aviv a doversi tutelare contro eventuali minacce. Per il momento Israele non ha intrapreso alcuna azione armata preventiva contro i miliziani islamici e lascia le iniziative di questo tipo all’Egitto, per non cadere nella trappola della provocazione, che avrebbe effetti più che altro deleteri, tuttavia i sistemi di sorveglianza sono stati rafforzati, anche attraverso l’uso intensivo di droni e l’innalzamento di barriere imponenti ai suoi confini. Uno dei maggiori fattori di destabilizzazione che teme Israele è che si concretizzino i contatti tra Hamas e lo Stato islamico. In realtà Hamas ha più volte affermato di essere contraria al califfato e, nei fatti, ne subisce le iniziative; infatti elementi salafiti, legati al califfato si sarebbero introdotti nella Striscia di Gaza, proprio per fomentare gli elementi più estremisti ed insoddisfatti dalla gestione di Hamas della striscia. Questa manovra avrebbe lo scopo di mutare gli equilibri di potere a Gaza per sollecitare una maggiore azione contro Israele ed aprire un nuovo fronte di instabilità. Se questa ipotesi fosse vera sia Hamas, che Israele, potrebbero essere costretti a collaborare contro un nemico comune. La perdita di peso politico da parte di Hamas è un fatto concreto, dovuto ai risultati della guerra scatenata da Tel Aviv contro la Striscia di Gaza della scorsa estate. Israele, dunque, sarebbe indirettamente responsabile del declino di Hamas, una via cercata più volte ma che ora rischia di diventare concreta con esiti del tutto negativi. Hamas ritiene che incolpare la sua dirigenza di avere stretto accordi con lo Stato islamico sia una strategia israeliana per toglierle ulteriore legittimità di fronte all’Egitto, ciò è possibile, ma se l’ipotesi delle infiltrazioni del califfato nella Striscia fosse vera, sarebbe opportuno per tutti rivedere le proprie strategie per unirsi contro il nemico comune.
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