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giovedì 20 agosto 2015

In Libia è necessario un intervento occidentale

Uno degli scenari mondiali che non viene seguito con la dovuta attenzione è quello libico. Il paese versa in una profonda crisi istituzionale a causa della presenza di due esecutivi, che, di fatto, dividono la nazione e non permettono la necessaria governabilità e decisione, soprattutto nei confronti dell’avanzata dello Stato islamico. La posizione della Libia dovrebbe mettere in allarme ed all’azione le nazioni europee, soprattutto quelle che si affacciano sul Mediterraneo, che hanno tutto l’interesse alla stabilità del paese. Al contrario, per ora la strategia europea non appare caratterizzata da una necessaria unità di intenti e le organizzazioni internazionali contribuiscono a questo stato di cose, non facendo sentire la propria voce. Nel panorama del paese, oltre alla divisione politica tra il governo di Tobruk, riconosciuto a livello internazionale, e quello di Tripoli, che, al contrario, non gode del riconoscimento diplomatico, si acuisce il problema della presenza dello Stato islamico, che diventa il terzo soggetto della contesa, approfittando degli ampi vuoti di potere presenti in Libia. In questo quadro l’attore più debole appare il governo, democraticamente eletto, ma costretto a fuggire a Tobruk, che avrebbe bisogno di aiuti concreti, inquadrati all’interno di una strategia più organica. Il governo che si è insediato a Tripoli, presenta delle ampie zone di ambiguità per le contiguità che ha con le milizie islamiche e per l’utilizzo che dispone dei migranti, come arma di ricatto per l’occidente, replicando la strategia di Gheddafi. Il centro costiero del paese, distante dalle due capitali, dove si trova la città di Sirte, appare il meno presidiato e questo favorisce la penetrazione dello Stato islamico, che può contare su arsenali di Gheddafi. Per cercare una soluzione a questa situazione il governo di Tobruk aveva chiesto l’intervento della Lega Araba, ma la riunione non ha portato ad alcuna soluzione per le divisioni presenti all’interno dell’organizzazione internazionale, dovute alla mancanza di decisione su quale governo favorire. I dubbi della Lega Araba sono dovuti, in parte, all’influenza religiosa che si mescola con la necessità politica e quindi impedisce all’organizzazione di schierarsi con il governo legittimamente eletto. Questo problema, seppure con motivazioni differenti, è quello che impedisce una linea diplomatica chiara anche ai paesi occidentali, specialmente quelli mediterranei, che per ragioni di opportunità, preferiscono mantenere un dialogo con entrambi gli esecutivi. Questa esigenza potrebbe essere compresa se i governi occidentali fossero capaci di compiere uno sforzo diplomatico tale da consentire un dialogo produttivo tra i due governi presenti sul territorio, viceversa, come accade in pratica, appare soltanto un tatticismo che non permette di ottenere alcun risultato. Il vertice della Lega Araba era stato convocato per permettere al governo di Tobruk di chiedere la formazione di una forza militare contro il califfato, ma nessuna azione concreta è stata intrapresa e non si è andati aldilà delle dichiarazioni di principio circa l’esigenza di una strategia comune contro il terrorismo. La Lega Araba tornerà a riunirsi il 27 Agosto, ma non ci sono garanzia di arrivare ad una decisione in grado di scongiurare l’avanzata dello Stato islamico. Tuttavia la richiesta del governo di Tobruk, potrebbe essere presa in esame dai paesi occidentali, soprattutto come investimento sulla loro sicurezza; certamente la decisione è difficile perché significa una entrata in guerra e può esporre i paesi aderenti a questa eventuale forza militare a rappresaglie di tipo terroristico, ma l’alternativa è solo quella di lasciare la sponda meridionale del mediterraneo in mano all’estremismo islamico, che potrebbe congiungersi pericolosamente con quello siriano ed africano. Il momento della scelta diventerà prima o poi inevitabile, perché la sola diplomazia non sembra bastare in situazioni tanto complesse, certamente è necessaria la copertura delle Nazioni Unite, ma rinviare ancora significa solo ritardare, e quindi rendere più complicata, una manovra quasi sicuramente irrinunciabile.  

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