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mercoledì 19 agosto 2015

L'emergenza immigrazione ha bisogno di soluzioni coordinate

La crisi dell’emigrazione verso l’Europa registra nuovi record di arrivi. Il solo dato di luglio 2015, parla di 107.500 immigrati entrati nell’Unione Europea, che costituiscono una gran pare del totale degli arrivi dell’anno in corso stimati in circa 340.000 unità, un valore che ha già abbondantemente superato il totale del 2014 che era di circa 280.00 arrivi. Da qui alla fine dell’anno, quindi, il dato è destinato ad aumentare ancora, soprattutto nel periodo che resta dell’estate e nelle prime settimane di autunno. Le proporzioni dei flussi migratori, tuttavia, potevano essere largamente previste e, di conseguenza, creare i presupposti per una strategia globale per affrontare il problema. Al contrario si è lasciata la gestione, soprattutto dal punto di vista umanitario, ai soli paesi di confine, soprattutto, Grecia, Italia ed Ungheria, che sono considerati dai migranti soltanto punti di approdo in Europa per poi dirigersi verso altre mete, maggiormente situate nei pesi del nord Europa. La questione è quindi delicata, i paesi frontalieri stanno lavorando principalmente per altre nazioni, che non collaborano all’accoglienza dei migranti, diretti proprio verso questi paesi. In sostanza, per i migranti, i paesi che costituiscono la frontiera dell’Unione Europea, sono soltanto una sorta  di corridoi umanitari, che devono permettergli di raggiungere le mete desiderate, quindi Grecia, Italia ed Ungheria avrebbero sostanzialmente preso in carico un problema non loro. Vista con questa ottica la questione dell’accoglienza degli immigrati cambia radicalmente e dovrebbe obbligare ad una maggiore collaborazione dei paesi del nord con quelli che costituiscono le frontiere europee. Per ora l’approccio non è stato di questo tipo e, probabilmente, se la competenza territoriale fosse dei paesi del nord Europa, si assisterebbe a soluzioni del tipo di quella praticata dagli ungheresi, impostata in maniera più repressiva che umanitaria, al contrario di quanto messo in atto, tra enormi difficoltà, da Grecia ed Italia, che hanno puntato sulla risoluzione delle situazioni più immediate, dando la priorità al salvataggio delle vite umane, dovendo poi affrontare costi economici e sociali per la gestione diretta dei migranti. Ma il progetto, che deve essere necessariamente elaborato con il coinvolgimento delle Nazioni Unite, deve avere una prospettiva che sappia andare aldilà della sola emergenza. Le prospettive non possono che essere di una previsione che contempla un aumento esponenziale del movimento migratorio dovuto a cause diverse, ma che hanno bisogno di un progetto quasi unitario per essere, almeno, parzialmente risolte. L’incidenza delle guerre ha alzato certamente il numero di coloro che fuggono da teatri oggetto di operazioni belliche, ma questi conflitti sono intimamente legati con l’emergenza del terrorismo, che non è certo iniziata ieri. Anche coloro che vengono definiti migranti economici, fuggono da situazioni di povertà endemica, dove, in molti casi, sono presenti situazioni di carestia, spesso provocate, oltre che dai cambiamenti climatici, dall’esasperazione religiosa, trasformata in radicalismo militare. La mancata azione delle grandi potenze e delle Organizzazioni Internazionali preposte a sovrintendere a questi fenomeni, è responsabile della mancanza di un piano organico capace di andare oltre la gestione delle emergenze, che, tra l’altro, è stata fatta sovente in maniera superficiale. In questo contesto l’Unione Europea paga concretamente l’assenza di un coordinamento politico efficace e della mancanza della previsione degli scenari futuri, che si stanno attualmente verificando.  Il fatto negativo è che non sembra che Bruxelles sappia trarre una lezione dall’emergenza immigrazione e lasci che i paesi membri procedano in ordine sparso, soprattutto secondo quanto dettato dalle esigenze elettorali interne. Tuttavia occorre un atteggiamento contrario, che necessita di un apporto diplomatico notevole, capace di coinvolgere paesi come gli USA, la Cina e la Russia, per risolvere le guerre in corso, anche con interventi diretti e favorisca investimenti in grado di assicurare stabilità politica ed economica in luoghi attraversati dagli sconvolgimenti che causano le migrazioni. Si tratta di un processo non breve, ma che è necessario iniziare al più presto e dove le Nazioni Unite devono farsi carico di un ruolo di impulso oltre che di coordinamento. 

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