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lunedì 17 agosto 2015

L'Iran e la Russia provano a risolvere la crisi siriana

La Russia e L'Iran tentano di salvare Assad e la maggior parte del territorio siriano, ancora sotto il suo dominio. Per Mosca e Teheran è essenziale, per la loro strategia geopolitica, che il regime siriano resti in vita, anche in condizioni differenti dall’inizio del conflitto. Riportare la situazione del paese a prima dello scoppio della guerra è impossibile, le armate regolari di Damasco soffrono dello stato di guerra prolungato, dell’isolamento internazionale, delle continue diserzioni e di avversari sempre più determinati. Attualmente il paese è ridotto di circa il 20% del territorio originale e l’obiettivo di Russia ed Iran è quello di fermare questa situazione allo stato attuale, per impedire l’avanzata dei nemici di Assad. La proposta concreta riguarda una divisione del paese, dove la zona di confine con il Libano, Damasco e la zona costiera resterebbero sotto quello che Mosca e Teheran considerano il governo legittimo, mentre Aleppo diventerebbe una città affidata ad una sorta di governo deciso dalla comunità internazionale ed il resto della Siria resterebbe in mano alle attuali formazioni, tra cui i curdi e lo Stato islamico. Questa soluzione, potrebbe avere il pregio di pacificare buone parte del paese, anche se sembra difficile che le forze laiche, fortemente contrarie ad Assad possano accettare una sua permanenza al potere, che potrebbe scatenare una violenta repressione. Vi è poi la questione della presenza dello Stato islamico, in buona parte del territorio sottratto a Damasco, che riceverebbe una sorta di legittimazione dell’esercizio della sovranità, un elemento altamente pericoloso perché consentirebbe di fatto al califfato una specie di legittimazione ufficiosa. Questo aspetto della soluzione proposta dagli iraniani appare la più pericolosa politicamente ed è quella che deve essere maggiormente contrastata; intanto perché lo Stato islamico non accetterà di fermarsi a quanto finora conquistato, ma, soprattutto, potrà fare valere come vittoria politica la cessione dei territori. Probabilmente questo scenario è il risultato di un azzardo di Teheran, che spera di contribuire alla ricostruzione delle forze di Assad per rilanciare una offensiva più efficace, ma la valutazione contiene anche altri rischi, che riguardano i curdi, a cui verrebbe lasciata la porzione di territorio conquistato e sempre rivendicato ma che gli esporrebbe alla rappresaglia turca, non intenzionata ad avere sul suo confine un territorio amministrato da quelli che considera avversari più pericolosi del califfato. La soluzione di Russia ed Iran incontra anche l’opposizione dell’Arabia Saudita, che considera Assad una parte del problema siriano e ne chiede quindi l’allontanamento da Damasco. La proposta di Mosca e Teheran non pare una soluzione definitiva, ma rappresenta il tentativo di costruire una fase interlocutoria nel conflitto, che ha come scopo la tutela dei rispettivi interessi. Per la Russia è fondamentale, come sempre ribadito fino dall’inizio del conflitto, mantenere l’unica base navale di cui dispone nel Mediterraneo, fattore che potrebbe essere garantito anche con altri soggetti al comando di Damasco, ma che finora non è stato garantito da alcuna altra parte in causa. Per Teheran la posta in gioco è, invece, molto più importante: intanto Teheran, forte del successo dei negoziati sul nucleare, esce dall’isolamento diplomatico e prova a condurre in prima persona una trattativa molto difficile, che anche se dovesse avere esiti negativi, avrebbe comunque il risultato di avere riportato l’Iran a giocare un ruolo da protagonista sulla scena internazionale; poi ci sarebbe la questione fondamentale per gli obiettivi regionali della Repubblica Islamica, che considera la Siria di Assad un partner irrinunciabile. Probabilmente Teheran presenterà il dittatore di Damasco come parte essenziale di eventuali negoziati di pace, per assicurargli ancora un ruolo istituzionale. La richiesta del territorio da riservare ad Assad, inoltre, appare chiaramente sovradimensionata per le attuali potenzialità di ciò che resta del regime: è possibile che la reale intenzione iraniana sia di riuscire a conservare una porzione ancora più ridotta coincidente con quella che Assad riesce effettivamente a presidiare. In questo scenario è sottintesa la divisione della Siria, una eventualità che potrebbe trovare favorevoli gli Stati Uniti, se come condizione essenziale fosse compresa la cancellazione dello Stato islamico dal paese siriano. Ciò potrebbe aprire uno scenario dove il califfato potrebbe essere rimpiazzato da forze di matrice sunnita ma molto moderate, opzione gradita ai sauditi. Resta il problema curdo, per l’implicazione della Turchia nettamente contraria. Attualmente i curdi collaborano con USA, Iran ed ufficiosamente, anche con Assad, con il quale è in corso un patto di non belligeranza conveniente ad entrambi. Inoltre godono di una considerevole autonomia amministrativa, che gli consentirebbe facilmente a passare all’esercizio della propria sovranità. I curdi hanno svolto un ruolo essenziale contro lo Stato islamico ed una loro entità amministrativa potrebbe costituire una garanzia anche per il futuro, se, una volta risolta la questione dello Stato islamico, dovesse ripresentarsi il problema dell’estremismo. Quello che servirebbe, allora in questa fase, è un impegno della Casa Bianca per convincere i turchi che un eventuale stato curdo, anche se posizionato sui confini di Ankara, avrebbe una valenza strategica di tipo militare irrinunciabile per la politica statunitense. Come si evince lo scenario è ancora denso di variabili di non facile soluzione, ma l’attività iraniana, che non pare possibile essere stata concertata in modo ufficiosa con gli Stati Uniti, diventa un fattore che può essere decisivo nella risoluzione della crisi siriana e, che, nel contempo, permette l’apertura di dialoghi paralleli tra stati rivali, come la Russia e gli stessi USA e l’Arabia Saudita, la Turchia e l’Iran.

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