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lunedì 19 ottobre 2015

Il nuovo assetto del Consiglio di sicurezza impone una revisione delle regole delle Nazioni Unite

Il nuovo assetto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dovrebbe eleggere come membri temporanei i paesi di Giappone, Ucraina, Senegal, Uruguay ed Egitto, che andrebbero a prendere il posto dei membri uscenti Giordania, Ciad, Nigeria, Lituania e Cile; gli altri membri non permanenti in carica sono Giordania, Ciad, Nigeria, Lituania e Cile, a cui si devono aggiungere quelli permanenti e con diritto di veto: Stati Uniti, Francia, Russia, Cina, Regno Unito. Nella nuova composizione del Consiglio di sicurezza si segnala la contemporanea presenza di paesi divisi da profondi motivi di contrasto, se non di aperto conflitto, fattori che possono paralizzare l’attività già limitata del massimo organo collegiale delle Nazioni Unite. La presenza all’interno dello stesso organismo di Russia ed Ucraina, paesi profondamente divisi da un conflitto sempre latente, motivo di grande frizione anche tra Mosca e Washington, fa presumere grandi contrasti nelle decisioni da assumere , con contrapposizioni che andranno a riflettersi sulle questioni più diverse. Anche la presenza contemporanea allo stesso tavolo di Cina e Giappone, divisi sulla questione della sovranità di diverse isole, aggravata dalle posizioni sempre più nazionalistiche di Tokyo, che si scontrano con le ambizioni espansionistiche di Pechino, contribuiranno sicuramente a trovare intese comuni sui temi internazionali. La presenza del Giappone, direttamente interessato agli sviluppi della questione nucleare della Corea del Nord, pone interrogativi importanti sulla reale obiettività nel trattare i temi con Pyongyang. Anche la presenza di uno stato come l’Egitto, governato da un regime militare autoritario pone seri interrogativi sulle decisioni che il Consiglio potrà prendere, che dovrebbero essere inquadrate entro limiti democratici ben definiti. Nonostante i seri dubbi sulla prossima funzionalità effettiva del Consiglio, da questa nuova composizione possono partire serie riflessioni per arrivare ad una riforma radicale dell’unico organo mondiale, che seppure spesso privo di efficacia, rappresenta la sola forma che tenta di dare al mondo un governo globale. Se già nel secondo dopoguerra l’architettura politica e legislativa che sostiene le Nazioni Unite poteva alimentare qualche dubbio sulla sua reale legittimità, anche al fine del proprio funzionamento, le attuali condizioni politiche ed economiche, che sovrintendono agli equilibri del mondo, risultano talmente mutate da giustificare una profonda revisione delle norme che regolano l’unico ente sovranazionale mondiale. Il caso specifico attuale, dove nel ristretto numero di paesi, che, di fatto, dovrebbero governare e regolare le diatribe internazionali, dove spesso con questo termine si intendono veri e propri conflitti sanguinosi e pericolosi per gli equilibri mondiali, sono presenti stati in forte conflitto non dovrebbe verificarsi per non rallentare ulteriormente le decisioni di un organo che sovente non riesce a trovare alcuna sintesi e quindi risulta inutile per lo scopo per cui è stato creato. Le caratteristiche imprescindibili di cui un tale organo dovrebbe essere dotato dovrebbe essere: la velocità di decisione e la capacità di applicare tali decisoni, avendo nella propria disponibilità strumenti cogenti in grado di imporre i provvedimenti adottati. Il momento attuale è stato bene definito dalla massima autorità cattolica, Papa Francesco, come quello dove è in corso una terza guerra mondiale frazionata, cioè fatta di tanti conflitti capaci, potenzialmente, di scatenare un confronto su grande scala. Effettivamente questa possibilità è tutt’altro che remota e rischia di avverarsi tragicamente, tra l’altro in un periodo dove è ripresa la proliferazione nucleare e che, quindi, mette ancora più a rischio la stabilità globale. Sulla stampa qualcuno ha invocato la necessità di una polizia mondiale in grado di fermare i conflitti per dare modo alla diplomazia di intervenire con più calma per raggiungere un risultato finale più stabile. Questa idea è tutt’altro che assurda, sopratutto in un momento in cui il ruolo di gendarme mondiale ricoperto dagli USA dalla caduta del comunismo, appare sempre più in crisi, per la presenza di un contesto sempre più multi polare, cioè con attori internazionali, che non sono sempre stati sovrani riconosciuti, capaci di infrangere quelle che dovrebbero essere le regole precostituite dal diritto internazionale. Questo scenario evidenzia la necessità della riforma delle Nazioni Unite, peraltro già richiesta da più parti, con la profonda revisioni di istituti ormai anacronistici come quello del diritto di veto riservato solo ai cinque membri permanenti, non più accettabile nell’attuale contesto globalizzato. Se, resta assodato il fatto, che siamo molto lontani dalla creazione di un organismo mondiale capace di risolvere ogni controversia tra gli stati, che deve comunque essere un obiettivo da raggiungere nel lungo periodo, sarebbe importante creare i presupposti per evitare i drammi umanitari come le carestie, i conflitti protratti nel tempo, dei quali il caso siriano rappresenta l’esempio più attuale ed eclatante e la crescita del terrorismo che si sta affermando su scala mondiale. Una maggiore redistribuzione del potere assegnato agli stati sulla base di requisiti democratici in grado di garantire i diritti civili, dovrebbe essere la base di partenza per assicurare la legittimità per cercare la risoluzione dei maggiori casi di preoccupazione mondiale, con la presenza di norme in grado di garantire una effettiva rotazione degli incarichi del governo mondiale, sostenuta dalla disponibilità di una forza autonoma in grado di intervenire tempestivamente ed efficacemente per mantenere la pace. Questo progetto può essere addirittura utopistico, ma la discussione per arrivarci almeno vicino deve partire al più presto

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