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lunedì 19 ottobre 2015
Le promesse interessate della Germania alla Turchia
Un effetto collaterale della questione dell'immigrazione è il rapporto che l’Unione Europea è costretta a reimpostare con la Turchia. Ad Ankara, con la mancanza delle condizioni per affermare la certezza dell’applicazione dei diritti civili e democratici all’interno dello stato turco, è stata rifiutata l’ammissione ad entrare nell’organizzazione di Bruxelles, obiettivo a lungo perseguito dai governi turchi. La vicinanza geografica giunta al fatto che la Turchia è stata costretta a farsi carico di gran parte dei siriani che fuggono dal conflitto, ha obbligato l’Unione Europea a dovere riconsiderare alcune misure prese nei confronti di Ankara, diventata un partner indispensabile per il contenimento ed il filtraggio del traffico migratorio, che ha scatenato aspre polemiche e dissidi tra i membri occidentali e quelli orientali dell’Unione. Per la necessità di contenere le ondate migratorie e le conseguenze politiche di un dibattito che rischia di alterare gli equilibri europei la Germania, nella duplice veste di socio di maggioranza dell’Unione e di paese che si è detto disposto ad accogliere tutti i migranti siriani, ha avviato con il governo turco una discussione che potrebbe rivedere alcuni veti presenti nei confronti di Ankara. Il primo passo dovrebbe però essere economico e consisterebbe in un aiuto da 3.000 milioni di euro che l’Europa verserebbe alla Turchia per il mantenimento dei due milioni di profughi che sono ospitati nei suoi campi profughi. Questa misura, oltre che di carattere politico, che sottintende l’implicita ammissione dell’incapacità dell’Europa di fare fronte ad un fenomeno che la riguarda direttamente, perchè è la meta del viaggio dei migranti, costituisce un aiuto umanitario ad uno stato che si è impegnato ad accogliere persone in fuga da un conflitto lungo e sanguinoso. Tuttavia le considerazioni sull’aiuto economico passano in secondo piano se confrontate con la portata dei possibili accordi sul piano politico. La Turchia non ha abbandonato l’obiettivo di entrare in Europa, sopratutto da parte di Erdogan, che si trova alla vigilia di delicate elezioni, trasformate in un referendum sul suo destino politico. Il presidente turco è alla ricerca della realizzazione del suo progetto di trasformare l’assetto istituzionale del suo paese da repubblica parlamentare a presidenziale, con l’intenzione di ricoprire la carica che gli darebbe poteri ancora più estesi. La società turca è attraversata da moti e fermenti fortemente contrapposti, che hanno determinato una grave instabilità, seguita dalla progressiva islamizzazione politica del paese, voluta proprio da Erdogan, che ha compresso i diritti civili, la libertà di espressione del pensiero, quella di stampa e quella dei costumi, riportando le lancette della storia da un paese sostanzialmente laico ad uno troppo condizionato dall’invadente presenza dei valori religiosi musulmani. Queste ragioni hanno rappresentato l’ostacolo per l’ingresso in Europa e nel frattempo la situazione appare tutt’altro che migliorata. Continuano a non esistere, infatti, i presupposti per una revisione dell’indirizzo preso da Bruxelles, proprio perchè la svolta religiosa nella politica turca ha ulteriormente peggiorato una situazione già grave. Per questo motivo l’azione tedesca appare incomprensibile: promettere una riapertura del processo di adesione all’Unione Europea appare una forzatura del ruolo tedesco e, sopratutto, una manovra funzionale a tacitare i tanti oppositori della, certamente lodevole, proposta di accogliere tutti i profughi siriani. In realtà, nella pratica questa possibilità appare remota, ma il solo fatto dell’azione tedesca appare l’ennesima manifestazione di arroganza della Germania nei confronti di una decisione presa a maggioranza dai membri di Bruxelles. Quello a cui punta in tempi più veloci Erdogan è, invece, l’accelerazione dell’apertura dell’area di Schengen ai cittadini turchi, che otterrebbero così, la libera circolazione in Europa. Ciò potrebbe spostare numerosi consensi in termini di voti nelle prossime elezioni turche e favorire così il progetto di Erdogan. Per l’Europa significherebbe avere ai suoi confini uno stato più vicino all’autoritarismo, e di forma religiosa, che alla democrazia; questo scenario è molto pericoloso per gli equilibri continentali e non è da sottovalutare assolutamente, per cui il buon senso politico dovrebbe imporre che ogni decisione da prendere nei rapporti con la Turchia andrebbe rimandata dopo la pubblicazione dei risultati elettorali. Bruxelles deve quindi aiutare economicamente la Turchia, ma non intraprendere, e neanche permettere qualsiasi eventuale azione di un suo stato membro, che possa sembrare un dialogo con il presidente Erdogan sull’evoluzione futura dei rapporti tra l’Unione Europea e la Turchia, finchè non si conosca quale direzione voglia prendere il paese turco.
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