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lunedì 16 novembre 2015

L'attentato di Parigi aumenterà le divisioni nell'Unione Europea

L'attentato di Parigi è stato effettuato non solo con lo scopo di introdurre una sorta di strategia della tensione nei paesi europei, rendere cioè molto meno stabile la vita della popolazione locale, una modalità già adottata, in tanti paesi, tra cui Iraq, Libano, Egitto , Afghanistan, Libia, ma anche con un preciso intento politico, senz’altro meno appariscente, ma non certo secondario. La tempistica dell’attentato non è affatto casuale ed ha tenuto conto dei profondi motivi di divisione e di attrito che sono in corso tra i paesi europei per la questione dei profughi. Il fatto che un attentatore abbia fatto il percorso della fuga dalla Siria insieme ai molti disperati che fuggono dal conflitto non è affatto un fattore casuale e neppure secondario. Nelle considerazioni e nelle analisi sulle ragioni dell’attentato i movimenti di destra e quelli contrari all’accoglienza, hanno subito fatto sentire la loro voce sulla concreta possibilità dell’arrivo, insieme ai profughi, terroristi camuffati, dotati di esperienza militare come quella che è stata necessaria per portare a compimento gli attentati simultanei di Parigi. Ancora prima di sapere che un terrorista aveva il passaporto siriano sono state chiuse le frontiere di molti membri dell’Unione Europea, che hanno così sospeso il trattato di Schengen, fatto indicativo sul clima che si era venuto a respirare. Immediatamente dopo sono partite le rivendicazioni sul come regolamentare i diritti di asilo e le quote di accoglienza, viste come una limitazione della sovranità statale in un particolare momento di potenziali attacchi. L’Europa, da questo punto di vista, è praticamente sprofondata in uno stato di caos, che ha determinato un ridimensionamento di Bruxelles. Le critiche per chi non voleva accogliere i profughi sono state indubbiamente facili ed hanno trovato accoglimento facile, in una situazione contraddistinte dal giusto sdegno e dalla paura. Non è questa la sede per esprimere giudizi su chi si ha prontamente speculato su di una tragedia per indirizzare le paure a suo vantaggio; tuttavia l’aumento della divisione dei paesi europei è una cosa tangibile. Ciò determina un peggioramento delle relazioni ed una maggiore difficoltà a torvare una coordinazione per fare fronte alle emergenze e, di conseguenza, prendere le giuste decisioni operative. L’Europa divisa è un alleato del terrore islamico, perchè l’Unione non costituisce un corpo compatto capace di collaborare alla prevenzione con più efficacia e si ritrova diviso, con i suoi membri che recriminano l’uno nei confronti dell’altro per il pericolo a cui sono esposti. In questo clima, ogni minaccia che proviene dallo Stato islamico sugli obiettivi da colpire in Europa ha una risonanza maggiore, che contribuisce ad alimentare le divisioni. Al califfato non interessa se chi fugge dalla guerra siriana dovrà passare interi periodi in campi di fortuna, sottoposti a condizioni climatiche rigide e rifiutati da uno stato all’altro, dopo un percorso di svariati chilometri, avendo impegnato tutti i propri averi nella fuga verso delle mete orami quasi irraggiungibili. Anzi, aumentare questo stato di frustrazione profonda potrà fare percepire lo Stato islamico sotto una diversa ottica, più benevola. D’altra parte l’uso dei migranti è stato usato da più di una dittatura araba, come strumento di pressione verso i paesi occidentali: ora alle condizioni di contrasto tra le nazioni europee per la divisione dei profughi si aggiungerà anche il motivo del rifiuto per il pericolo dell’arrivo di terroristi. Un elemento di sicura destabilizzazione per i paesi europei al loro interno e motivo di contrasto con gli alleati, che non permetterà la dovuta lucidità nel cercare e prendere le decisioni comuni circa il terrorismo islamico.

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