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venerdì 11 dicembre 2015

L'Unione Europea vuole punire Italia, Croazia e Grecia per la mancata registrazione dei migranti

L'intenzione della Unione Europea di aprire una procedura di infrazione contro l’Italia, in pratica una punizione, per la mancata registrazione dei migranti entrati sul suolo italiano, si configura come l’ennesima ottusità burocratica, conseguenza di applicazioni di norme elaborate al di fuori dell’emergenza e dietro chiara richiesta di alcuni gruppi poltici ben definti, che usano una situazione di difficoltà a fini esclusivamente elettorali. Il fatto, poi che si sia voluto accomunare Italia, Grecia e Croazia, sottolinea come l’intento sia solamente punitivo verso tre stati, che, di fatto, non sono stati affatto aiutati per la soluzione dell’emergenza in cui si sono trovati investiti. Certo guardando esclusivamente i dati, quello che emerge è che soltanto un migrante su tre è stato registrato secondo le direttive europee, tuttavia nei burocrati di Bruxelles manca il giusto discernimento tra applicazione della norma e l’emergenza che si è verificata, a cui le singole nazioni investite hanno dovuto fare fronte senza l’aiuto comunitario. In special modo l’Italia è impegnata da anni con i propri mezzi in modo esclusivo al recupero dei migranti che attraversano il tratto di mare che separa la penisola italiana dalle coste africane, collocate nel mediterraneo meridionale. Roma ha impiegato le proprie navi e sostenuto un impegno finanziario importante, senza alcun sostegno, se non dichiarazioni di solidarietà di circostanza, per salvare letteralmente la vita a disperati che fuggivano da guerre e carestie, purtroppo non riuscendoci sempre; infatti con un sostegno di quell’Unione Europea, che ora vuole multare l’Italia, si sarebbero potuti evitare diversi di quei naufragi che hanno causato tante vittime. Certo, probabilmente, si è preferito concentrarsi sul salvataggio e la prima assistenza dei profughi, piuttosto che all’allestimento di centri, pur previsti dalla legislazione europea, per l’identificazione dei migranti. In parte il motivo di questa scelta è dovuto alla vigenza, ormai superata dai fatti, del trattato di Dublino, che prevede che il migrante resti nel paese dell’Unione che raggiunge per primo. L’evidente discrepanza di questa norma, che obbliga a tenere i migranti, contro la loro stessa volontà, nei paesi ai confini dell’Unione, ha generato risposte equivoche da parte di più di un governo, che avrebbe dovuto farsi carico delle spese finanziarie del mantenimento di un numero ingente di profughi. A questo deve aggiungersi che l’intenzione della maggioranza dei migranti è quella di richiedere asilo in nazioni che non coincidono con le mete di arrivo in Europa, ma che si identificano con i paesi del nord, dove ci sono già comunità del paese di origine o semplicemente perchè ritenuti capaci di fornire maggiori possibilità. Questa intenzione non è mai stata troppo tenuta in considerazione dai legislatori di Bruxelles, che pensano di impedire a persone che hanno investito tutto, non solo finanziariamente, ma anche la loro stessa vita, su di un miglioramento, individuato come possibile soltanto in alcuni paesi rispetto ad altri. In questa logica i paesi di arrivo, come Italia, Grecia e Croazia, rappresentano dei punti di partenza, una sorta di corridoi umanitari per raggiungere le mete previste. Gli sviluppi di questa estate, dove la Merkel, che ha deciso di concedere asilo a tutti i siriani, hanno portato un attrito tra la cancelliera tedesca ed il suo partito, che ha costretto Berlino ad una sorta di ripensamento, individuando gli stati di confine europei come i soggetti quali fare pagare il conto della divergenza all’interno del partito di maggioranza tedesco. Occorre anche annoverare gli effetti degli attentati di Parigi sulla stretta all’immigrazione, soltanto che la disposizione di aprire una procedura di infrazione contro i paesi di confine, non rappresenta certo un rimedio ma appare come una sorta di rivalsa da fare valere presso le rispettive opinioni pubbliche, per non riconoscere carenze organizzative nella prevenzione degli attentati ed un atteggiamento dilettantistico di fronte alla minaccia terroristica. Fare trasparire che tra i profughi non registrati ci siano degli attentatori, cosa peraltro possibile, non elude il problema della sicurezza, che deve essere affrontato in maniera diversa, sopratutto nel caso francese e belga, controllando i propri cittadini, in modo speciale quelli che sono tornati dalla Siria, presumibilmente come combattenti stranieri del califfato. Dopo la vittoria del fronte Nazionale francese, Bruxelles dimostra di non avere imparato alcuna lezione e di continuare a non tenere conto della percezione dei cittadini, oppure di allinearsi alle posizioni più retrive, nella speranza di recuperare terreno, prendendo però una strada completamente sbagliata. In entrambi i casi la tanto attesa inversione di rotta della burocrazia europea tarda ad arrivare.

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