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martedì 22 dicembre 2015
Nei risultati elettorali il malessere dei cittadini europei
I risultati delle elezioni legislative spagnole non hanno messo fine al bipolarismo soltanto nella nazione più grande della penisola iberica, ma hanno sottolineato un dato, a livello generale, ben più importante dal punto di vista politico, che deve essere esteso a tutta l’Europa. Il calo consistente dei partiti tradizionali, che si richiamano ad una tradizione storica, appare evidente per motivi che si conoscono bene: l’incapacità a governare in modo da diffondere nel maggiore dei modi il benessere e la stabilità economica per le famiglie e le imprese, che spesso si coniuga con un grado elevato di corruzione. Questo andamento si registra in tutti i maggiori paesi europei, perfino nel Regno Unito, dove il bipolarismo è sempre stata una condizione normale del sistema politico. La nascita di movimenti anti sistema, capaci di fornire una alternativa più o meno credibile è, però, andata di pari passo con una astensione sempre più crescente, provocata dal disgusto dell apolitica in quegli elettori ormai totalmente sfiduciati nelle proposte politiche, che, cioè, non si riconoscono in alcun attore che si avvale dell’elettorato passivo. Abbiamo quindi tre categorie di elettori: quelli che si rivolgono ai partiti tradizionale, quelli che optano per i movimenti di protesta o di alternativa ed, infine, coloro che non esercitano il loro diritto di voto. Si tratta di una fotografia che mette in pericolo lo status quo dei partiti tradizionali, di solito al governo o, comunque, che praticano una opposizione ben radicata nel sistema, da cui discendono le nomine di enti pubblici e aziende di primaria importanza, insomma tutta l’impalcatura del sistema di potere di una nazione. Questa considerazione è già di per se sufficiente a comprendere l’affanno con il quale in partiti tradizionali si spendano per studiare contromisure efficaci per combattere l’attuale tendenza elettorale crescente, attraverso lo studio e l’elaborazione di sistemi elettorali sempre più improntati a consegnare il potere, in modo stabile, ad un solo partito, espressione anche di una parte minoritaria dell’intero corpo elettorale. Il primo punto da cui partire è rappresentato dall’ostinata decisione di non contare gli astenuti o coloro che disertano i seggi, come una parte effettiva dell’elettorato, di cui effettivamente sono, ma di conteggiare soltanto i votanti al fine di stabilire i risultati elettorali. Quelo che non si vuole fare passare è che il mancato esercizio del voto non è da interpretare come un semplice disinteresse della cosa pubblica o una sterile protesta, quanto, piuttosto, una mancata offerta elettorale, che permetta all’elettore di esprimere un voto convinto. Fatta salva una percentuale fisiologica di non partecipanti al voto, che può essere quantificata nella percentuale del 10% degli aventi diritto al voto, il resto degli astenuti deve pesare sui seggi da ripartire erodendo il numero degli eletti in base ai votanti effettivi. Questo principio potrebbe causare un maggiore impegno di tutta la classe politica per portare gli elettori a votare e, di conseguenza, creare un primo presupposto democratico sulla divisione del potere. Appare chiaro come l’esercizio dell’elettorato attivo si trasformi in una sorta di riconoscimento, o sanzione se non esercitato, ai programmi politici presentati, all’azione di governo e di opposizione ed alla competenza singola dei politici stessi. Ma questo sarebbe soltanto il primo passo, anche se di una certa consistenza, perchè un conto è calcolare gli eletti sul 60% dei votanti ed un altro è calcolarla sull’80%. La diretta conseguenza dovrebbe essere un parlamento con più o meno seggi occupati e quindi con la relativa legittimazione per intraprendere decisioni ben oltre la normale amministrazione. Occorrre poi, conciliare la rappresentatività con la governabilità, due aspetti che sono stati usati in maniera contrapposta per giustificare sistemi elettorali in grado di consegnare il potere ad una minoranza. Le clausole di sbarramento possono evitare l’eccessiva frammentazione del sistema politico, ma soglie troppo elevate ne riducono la necessaria rappresentatività. Favorire la governabilità con un premio di maggioranza per una lista anziché per un aggregato di partiti, rappresenta potenzialmente un pericolo per un esercizio del potere che può essere di una parte minoritaria e quindi antidemocratico e che può anche favorire una deriva verso l’oligarchia e l’autoritarismo. Non è un caso che alcune formazioni emergenti europee abbiano chiesto il ripristino dei sistemi proporzionali, proprio per evitare una compressione delle forme di rappresentanza, che provoca la concentrazione dei tre poteri in una sola formazione. L’eccessiva preoccupazione per la governabilità può effetivamente nascondere tendenze autoritarie nascoste sottoforma di buoni principi, ma che si prestano ad interpretazioni equivoche. I risultati elettorali dei paesi europei esprimono un malessere che non può essere soffocato con leggi liberticide in nome della stabilità; se si seguirà questo percorso sarà una prova ulteriore della malafede dell’Europa che avvale questi comportamenti e si dimostra sempre più lontana dai sentimenti dei cittadini.
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