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lunedì 4 gennaio 2016

Le esecuzioni degli sciiti, messaggio saudita per Iran ed USA

L’esecuzione effettuata dal governo saudita di alcuni sciiti, accusati di terrorismo, ma giudicati in un processo da più parti considerato sommario ed approssimativo, rappresenta un atto di politica estera diretto contro l’Iran ed un avvertimento agli Stati Uniti. Sulle reali responsabilità di terrorismo dei giustiziati esistono forti dubbi, a meno che non si voglia considerare terrorismo la critica al regime saudita e l’appoggio alle primavere arabe. La loro colpa maggiore è stata quella di essere espressione dell’opposizione sciita alla casa regnante dell’Arabia Saudita e quindi di essere degli alleati del maggiore nemico di Riyad: lo stato iraniano. Il momento in cui sono avvenute le esecuzioni è un fattore di primaria importanza da considerare all’interno dello scenario politico internazionale in cui va collocato: intanto la tempistica coincidente con le festività di fine anno in corso nei paesi occidentali, ne ha impedito le rimostranze e la dovuta risonanza, poi l’andamento della guerra contro il califfato, che sta registrando una avanzata dello stato irakeno, il cui governo è a maggioranza sciita e quindi inviso ai sauditi. Questo elemento rappresenta la crescita indiretta di importanza dell’Iran all’interno della questione medio orientale ed è un vero e proprio attentato alla supremazia saudita nella regione. L’Arabia Saudita è da tempo che patisce il ritorno dell’Iran sulla scena internazionale, sancito in maniera ufficiale con la fine dei negoziati per la questione del nucleare; questo fattore ha fortemente irritato Riyad anche con gli Stati Uniti, con i quali l’alleanza, aldilà degli aspetti formali, appare incrinata. Deve essere specificato, che, oltre il fatto contingente della inopportunità delle esecuzioni, l’Arabia Saudita si è rivelato un alleato sempre meno affidabile a causa di obiettivi sempre più divergenti con Washington, legati al sostegno delle forze islamiste da cui è nato lo Stato islamico. Il percorso dell’Arabia Saudita appare sempre più affine a quello  turco, stati alleati degli Stati Uniti e dell’occidente, che si rendono sempre meno affidabili verso la Casa Bianca, perseguendo una politica fatta di  interessi nazionali contingenti , ma che vanno in senso contrario agli standard fissati per mantenere gli equilibri regionali, anche in ragione di nuovi elementi entrati sulla scena, come è proprio il caso dell’Iran. L’avvertimento a Teheran rientra nella dicotomia del contrasto politico e religioso, interno alla lotta per la supremazia della religione islamica, tra sunniti e sciiti e per l’influenza da esercitare   sulla vasta regione che parte dalla Siria ed arriva ai confini dello stato irakeno, dove ora è in corso la guerra con lo Stato islamico. Formalmente, almeno per quanto riguarda l’Iraq, Riyad e Teheran starebbero entrambe  perseguendo lo stesso scopo di abbattere il califfato, in realtà lo Stato islamico serve all’Arabia Saudita, ed alla Turchia, proprio per contenere le mire espansionistiche iraniane. Si comprende come il livello degli interessi e dei conseguenti elementi di contrasto sia arrivato ad un livello di gestione estremamente difficile ed in questo scenario il compito americano di mediazione appare quasi impossibile, anche perchè Washington non gode più della fiducia dei sauditi, colpevoli, secondo Riyad, di avere dato delle possibilità per il riarmo nucleare di Teheran. Tuttavia questa crisi cade in un momento nel quale lo Stato islamico appare in forte crisi e questa situazione contingente deve essere sfruttata in modo completo, senza cioè, divisioni tra chi afferma di combatterlo. Sarà possibile, quindi, vedere un maggiore coinvolgimento diplomatico della Russia, che gli USA dovranno chiamare nel difficile lavoro di distensione tra Arabia ed Iran, probabilmente in cambio di concessioni sul futuro politico di Assad, nella partita che riguarda il futuro della Siria. Mentre nell’immediato è indispensabile raggiungere ogni compromesso per l’obiettivo della sconfitta del califfato, nel futuro dovranno essere riconsiderati i rapporti dell’occidente con gli stati arabi che negano ogni forma di libertà e di diritti e garanzie civili ai loro cittadini, senza arrivare agli assurdi casi di nominare al vertice della commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite, paesi come l’Arabia Saudita, che fanno uso abbondante di violenza e della pena di morte e non garantiscono pieni diritti alle donne, tra le tante violazioni che effettuano. Intorno a questo caso si stanno verificando pesanti polemiche nel Regno Unito, nei confronti del governo di Cameron, che avrebbe appoggiato la presidenza saudita all’interno di uno scambio di voti per il raggiungimento di altri posti di prestigio nelle organizzazioni delle Nazioni Unite: un comportamento che denota, come anche tra i paesi occidentali l’affidabilità sia sempre più rara.

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