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mercoledì 1 luglio 2020

Israele ritarda l'annessione

La questione dell’annessione di alcuni territori palestinesi entra in una fase molto delicata e rischia di diventare una trappola per il suo principale sostenitore, il premier israeliano Netanyahu. Le implicazioni sono, come è ovvio, di carattere interno, ma la rilevanza internazionale, già molto importante è destinata a crescere, mentre esistono anche possibili ricadute sociali sugli abitanti palestinesi delle zone oggetto di annessione. Sul piano internazionale il rischio maggiore è che i rapporti, ancorché ufficiosi, faticosamente costruiti con i paesi sunniti subiscano una svolta negativa, uno sviluppo fortemente pericoloso per la tenuta dell’alleanza non ufficiale costruita contro l’Iran. Teheran rimane il pericolo principale per Israele ed il sostegno delle monarchie del Golfo è necessario non solo dal punto di vista politico ma anche da quello militare. Tuttavia la contrarietà internazionale non è limitata ai paesi sunniti, anche gli ambasciatori alle Nazioni Unite di Cina e Russia hanno manifestato la loro contrarietà all’eventuale annessione, ribadendo così la vicinanza ai palestinesi. Certamente si tratta anche di un calcolo politico che comprende l’avversione agli Stati Uniti, ma, non solo. Per Mosca, vicina alla Siria e quindi all’Iran si tratta di rendere complicata la scena internazionale per Tel Aviv. La posizione dell’Unione Europea, salvo qualche eccezione, è poi risaputa e per Israele la politica dell’annessione potrebbe significare soltanto censure politiche e sanzioni commerciali. D’altro canto il paese israeliano non si presenta compatto a questo appuntamento: se i partiti di destra ed i movimenti vicini ai coloni appoggiano il piano di Netanyahu, esiste un vasto fronte di contrari presente nella società civile di Israele a causa della valutazione delle ragioni di opportunità e convenienza, che di dichiarata contrarietà politica. Una necessità di fare in fretta le annessioni sarebbe anche dettata dalla incerta permanenza di Trump alla Casa Bianca, infatti in caso di sconfitta del presidente uscente, viene considerato altamente probabile una considerazione totalmente opposta del problema da parte dei democratici. Sul versante palestinese, a parte le ovvie minacce provenienti da Gaza, che vedrebbero un maggiore impegno dell’esercito nella repressione, con una ulteriore ricaduta negativa dell’immagine del paese, il vero rischio è l’implosione dell’Autorità palestinese, provocata dall’incapacità di difendere i territori dall’annessione; una perdita di autorevolezza, che può determinare anche la perdita di un interlocutore, che nonostante la distanza, può garantire ancora una opera di mediazione fondamentale in un momento in cui c’è forte risentimento da gran parte della società palestinese, ma anche dove si registra il possibile gradimento dei palestinesi residenti nelle colonie oggetto dell’annessione ad assumere la cittadinanza israeliana. In realtà questa eventualità non è affatto assicurata, soprattutto se la linea di creare un paese fortemente identificato con i valori ebraici dovesse avere il sopravvento. Per tutti questi motivi rispettare la data prefissata è diventato difficile, anche se sono state pensate soluzioni ad impatto minore, come una annessione di tipo simbolico in grado di ribadire la sovranità, già di fatto garantita dalla presenza dell’esercito, sui territori colonizzati. In accordo con gli Stati Uniti, Netanyahu ha deciso di sospendere l’annessione delle colonie per avere un momento più favorevole. Il rallentamento della questione pare condiviso anche dall’ambasciatore americano e quindi dall’amministrazione Trump, che ha promosso un riavvicinamento tra il premier israeliano ed il ministro della difesa, il leader del partito blu bianco, che tra due anni prenderà il posto del capo del governo. Le recenti affermazioni del capo del ministero della difesa hanno manifestato la volontà di una dilazione della data dell’annessione con la motivazione dello stato di pandemia, che sta attraversando il paese israeliano; queste affermazioni avevano irritato Netanyahu che aveva definito il ministro della difesa senza alcuna voce in capitolo sulla questione. Si comprende come il leader israeliano voglia intestarsi l’annessione, anche come motivo di distrazione dalle sue disavventure giudiziarie, tuttavia il pericolo di una nuova instabilità politica ha allertato gli USA, che ha favorito la dilazione della scadenza ed un incontro tra i due leader dei partiti di governo. Al momento sembra che i peggiori nemici dell’annessione non siano i palestinesi ma gli stessi israeliani.

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