Nell’attuale situazione di profonda incertezza dello scenario internazionale, che si è sviluppata grazie alle mutate condizioni delle intenzioni statunitensi riguardo la sfera geopolitica mondiale, giunte alla presenza della guerra nel continente europeo ed alla profonda instabilità nel medio Oriente, la Cina sta perseguendo una riorganizzazione interna tale da renderla sempre più fedele al suo Presidente Xi Jinping, per assicurare alla postura cinese una fermezza in grado di aumentare il proprio peso specifico nell’ambito della politica mondiale. La necessità di uniformare il punto di vista delle classi dirigenti viene perseguita con una serie di repressioni interne, che hanno visto protagonisti gli alti gradi militari, gli esponenti del partito dai livelli più alti fino a quelli più bassi. La storia delle indagini a carico dei militari cinesi è una costante nella Repubblica Popolare Cinese e si basa su imputazioni circa le violazioni disciplinari; in realtà si è sempre trattato di casi di insubordinazione alle direttive del partito ed i casi recenti, dell’estromissione di due Generali di grado molto elevato, non presentano novità: Xi Jinping ha bisogno di assoluta fedeltà per non compromettere l’adesione alle direttive del partito ed alle possibili conseguenze sull’eventuale modo di combattere. Queste disposizioni non devono, tuttavia, trarre in inganno su di un possibile effetto negativo sulle forze armate cinesi ed è certo che sul lungo periodo, quello che è funzionale ad una possibile invasione di Taiwan, i cambiamenti al vertice dell’esercito sono un investimento sull’ancora maggiore indottrinamento politico e quindi sulla fedeltà delle forze armate. Occorre tenere presente che gli investimenti sugli armamenti cinesi sono sempre più corposi: la marina militare ha sviluppato piani di espansione che dovrebbero portare a nove le portaerei di Pechino entro il 2035 e la crescita dell’arsenale atomico arriverà a contare almeno mille testate entro il 2030. Questi sviluppi potrebbero accentuare il disimpegno americano dal territorio europeo per concentrarsi militarmente sui mari cinesi in difesa delle rotte marittime, di Taiwan, della Corea del Sud e del Giappone. Se sul versante militare l’atteggiamento è particolarmente severo, non è da meno quello verso la società politica e civile. Nel 2025 sono state indagate più di un milione di persone, formalmente per corruzione, un fenomeno che è ancora troppo presente nel tessuto politico cinese, ma che spesso ha nascosto la cattiva condotta politica, che deve essere interpretata soprattutto per forme di dissenso a vario livello. I numeri di indagati del 2025 sono i più alti da quando Xi Jinping è al potere, cioè dal 2012 ed è particolarmente rilevante l’incremento del sessanta per cento rispetto ad appena due anni prima. Una caratteristica particolarmente rilevante è che, attualmente, in Cina non vi è in corso una lotta di potere, ma che questi numeri di indagati riguardano l’applicazione sempre più ferrea applicata dal Partito Comunista per mantenere nel paese una rigida disciplina. Non si può non pensare che questa sia una tattica ferocemente ispirata dal Presidente e perseguita attraverso i suoi più fedeli collaboratori. L’impressione è Xi Jinping non voglia farsi trovare impreparato sul piano interno, per avere una situazione sempre più salda in patria in modo da affrontare le sfide internazionali senza altro pensiero. Si tratta non di una possibilità, ma di una certezza che l’occidente dovrà valutare attentamente prima di intraprendere qualsiasi rapporto con la Cina, che sarà sempre di più un monolite ben difficile da scalfire.
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