Politica Internazionale

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lunedì 13 giugno 2011

La Turchia pensa ad un intervento militare in Siria

La Turchia starebbe considerando l'opzione militare al proprio confine con la Siria. A causa delle pesanti ritorsioni contro i manifestanti, molte persone hanno passato i confini con la Turchia per sfuggire alle violenze del regime siriano, la questone è di primaria importanza, perchè Ankara ha praticamente una guerra ai suoi confini, che rischia di destabilizzare la regione con ripercussioni proprio sul paese del Bosforo. Un primo effetto sono, appunto i tanti campi profughi nati sul suolo turco per accogliere i fuggitivi siriani, ormai allo stremo per la feroce repressione di Damasco. La Tutrchia ha più volte sollecitato riforme radicali ad Assad per risolvere le questioni rivendicate dai manifestanti, ma la soluzione praticata dal governo siriano è andata nella direzione opposta. Fin dalle prime fasi della primavera araba, la Turchia è stata eletta a modello per le nascenti democrazie, sia per la propria capacità di conciliare la democrazia con la religione islamica, sia per il prestigio regionale guadagnato, grazie ad un evidente progresso economico ed a una sempre maggiore influenza politica, sopratutto nella regione. Va detto che i principi ispiratori della politica estera turca sono stati definiti neo ottomani, proprio per l'azione centrale che Ankara sta compiendo nella regione. Ora in forza di questo indirizzo di politica internazionale, la Turchia non può tollerare una sempre crescente violenza sul proprio uscio di casa. La minaccia di un intervento militare in territorio siriano ha, però, delle implicazioni che vanno aldila dell'ambito puramente regionale del teatro di crisi. Il nocciolo della questione è l'appartenenza turca alla NATO, dove riveste un ruolo cruciale proprio per l'area su cui si estende il suo territorio. In caso di risposta siriana, ancor peggio appoggiata da forze armate iraniane, sulla cui presenza in territorio siriano, si hanno forti sospetti, quale sarebbe l'escalation potenziale della vicenda? A quel punto ogni scenario dal più morbido al peggiore possibile potrebbe verificarsi.

sabato 11 giugno 2011

La Cina sempre più intollerante

Il problema dell'opposizione scuote la Cina. Il granitico Partito Comunista, ormai al potere da novanta anni, pare intenzionato a proseguire il suo dominio, sempre più contrastato, continuando a soffocare ogni piccola forma di dissidenza. La costituzione cinese, prevede per le elezioni locali, anche la possibilità di presentarsi al di fuori dell'organizzazione partitica a patto di non essere troppo fuori sintonia con le direttive vigenti. Tuttavia l'avvento di internet ha allargato la possibilità di comunicare il proprio pensiero nella rete, creando una pericolosa falla nel sistema, non più impermeabile, della rigida burocrazia cinese. L'apparato, in allarme, ha subito vietato questi micro blog, ritenuti, certamente a ragione, potenzialmente molto pericolosi. Il governo cinese ha imparato subito la lezione proveniente dalla primavera araba, dove il principale veicolo della protesta è stato proprio internet. Inoltre per ribadire, anche a livello politico che in Cina non vi è alcuna base giuridica per i cosiddetti candidati indipendenti, anche dal Congresso Nazionale del Popolo e dal periodico del Partito Comunista si sono levate voci per sottolineare questo assunto. L'espansione del livello di benessere ha comunque sedato gran parte della società cinese, contribuendo ad addormentare la coscienza civile del paese. La tattica pianificata dal Partito Comunista ha previsto, che con la diffusione dei beni le persone dovevano essere contente e non dovevano avere dei dubbi di sorta, così la via del capitaismo socialista avrebbe potuto proseguire, senza gli intoppi dei diritti sociali. Ma l'industrializzazione, ed anche la terziarizzazione, ha provocato la nascita di urgenze e bisogni che il monolite del partito aveva fino ad allora soffocato facilmente. Lo scambio e la circolazione delle idee hanno generato la nascita, seppure in parti minoritarie, ma sempre crescenti, della popolazione, di una coscienza nuova nell'ambiente cinese, i cui prodromi si erano verificati già con Tienammen, seppure solo nell'ambito studentesco. Era quella una Cina, comunque distante anni luce da quella attuale, dove le idee di contestazione potevano nascere e di fatto erano confinate, solo nelle aree della coltivazione del sapere. L'accesso sempre crescente ad informazioni prima irrangiungibili ha rivoluzionato l'approccio con la popolazione anche da parte dell'organizzazione governativa, che ha dovuto inasprire la guerra alla dissidenza, spesso con leggi e provvedimenti iniqui, che hanno sollevato la protesta e l'indignazione della comunità internazionale. Tuttavia questo inasprimento significa che il potere teme sempre di più che il proprio monopolio venga meno, ma anzichè praticare aperture, anche piccole, preferisce restringere ancora di più quelle minime occasioni di dissenso, prima tollerate, perchè ottenebrato da una paura fisica di esserne travolto.

venerdì 10 giugno 2011

L'Iran impegnato nella repressione siriana

Secondo testimonianze, che riportano dati oggettivi, l'Iran starebbe partecipando alle feroci repressioni in atto in Siria, con propri effettivi. I testimoni parlano di soldati con la barba, espressamente vietata agli appartenenti delle forze armate di Damasco, con uniformi nere, non presenti nel vestiario dei soldati di Assad ed infine dotati di armi sconosciute ed assenti dall'armamento del personale militare nazionale. Di fronte alle proteste dei paesi arabi l'atteggiamento iraniano è sempre stato di appoggio, nelle dichiarazioni, perchè si voleva esercitare l'influenza di Teheran per portare i nuovi possibili governi verso le posizioni anti occidentali e teocratiche iraniane. Nonostante non sia stata questa, per ora, la direzione presa dalla primavera araba, l'Iran ha lasciato la porta aperta a possibili sviluppi mantenendo un basso profilo, che lasciava comunque intendere, di vedere benevolmente l'affrancamento da regimi autoritari da parte dei popoli arabi. L'unica avversione manifestata da subito, in maniera chiara e netta, è stata quella contro la rivolta siriana. Immediatamente bollata come complotto americano e sionista, la protesta siriana ha creato viva preoccupazione al regime di Teheran, che conta su Assad come alleato chiave per la sua politica nel medio oriente. Per l'Iran perdere Damasco significa perdere la via d'accesso al confine israeliano, con conseguente depotenziamento delle proprie minacce. In chiave anti Israele, l'Iran conta su Siria, Hezbollah libanesi ed Hamas nella striscia di Gaza. Da questo quadro si comprende come proprio la Siria sia l'alleato più importante e fondamentale, nel piano anti israeliano, che pur essendo solo, attualmente, un esercizio di retrovia, consente a Teheran di recitare il ruolo di capofila nei paesi arabi, alla lotta contro il sionismo. E' un ruolo fondamentale nella politica estera iraniana perchè mette alcentro della propria azione l'avversione viscerale, sia agli USA che ad Israele. E' questa ragione che consente all'Iran la visibilità maggiore nella lotta anti occidentale in chiave islamica. Proprio per questo l'Iran non può permettersi di perdere la Siria, che rappresenta la chiave di volta della propria politica estera. L'impiego dei soldati iraniani, che hanno già fatto esperienza sul proprio terreno nella repressione delle proteste, rappresenta un aiuto tangibile ad un regime in chiara difficoltà, che non riesce più con le sue proprie forze a mantenere il controllo della situazione. Ora, per i siriani, ma anche per il mondo intero, il pericolo maggiore è che la Siria diventi una colonia iraniana. L'occidente deve temere questa evenienza, perchè se Assad è stato un dittatore repressivo, in campo internazionale è stato tanto abile da sfuggire alla tentazione di ergersi ad un qualche protagonismo ed il comportamento della Siria non ha mai destato grosse preoccupazioni, riuscendo ad arrivare perfino ad una qualche forma di intesa con Israele. Se l'Iran prendesse il sopravvento su Damasco in maniera tangibile per l'occidente sarebbe una grossa sciagura. Lasciare andare la Siria al proprio destino, senza pensare una forma di intervento significherebbe portare l'islamismo più estremo alla porta di casa.

giovedì 9 giugno 2011

Ancora fame in Africa

La fame torna ad essere protagonista in Africa. Per il Kenya, Etiopia ed il Malawi, seppure per cause diverse, si annunciano l'arrivo di carestie che potranno avere effetti drammatici. La scarsità di pioggia in Kenya ed in Etiopia nelle regioni di Mandera e Meda Welabu, territori rispettivamente di Kenya ed Etiopia, la grave siccità minaccia di creare una delle più gravi crisi alimentari degli ultimi tempi. Infatti in queste due regioni il tasso di piovosità nello scorso anno è stato solo il 30% della media registrata tra gli anni 1995-2010, si tratta di territori dove la malnutrizione colpisce già il 24% della popolazione. L'emergenza non ha solo a che fare con le condizioni metereologiche, si tratta anche della mancanza cronica di infrastrutture, che vadano in aiuto dell'agricoltura, che a sua volta soffre di atavica arretratezza. E' chiaro che gli aiuti ed i programmi delle organizzazioni internazionali non sono sufficienti e non assolvono il loro ruolo. Gli stessi stati europei, che si dannano per elaborare complicate strategie per bloccare l'immigrazione clandestina, non fanno abbastanza per eliminare, almeno parte delle cause che provocano questi fenomeni. Per il Malawi, stato in cronica difficoltà alimentare, la situazione rischia di peggiorare ancora, a causa del conflitto diplmatico con il Regno Unito, stato che sovvenziona il programma agricolo per i fertilizzanti dello stato africano. Il governo del Malawi sta attualmente rifiutando le sovvenzioni sui fertilizzanti, che riguardano il lavoro di 1,6 milioni di agricoltori, soltanto per una definizione inglese, che ha descritto il capo del governo come autocratico ed intollerante delle critiche. Così per un semplice fatto di puntiglio si mette in pericolo la sopravvivenza delle popolazioni presenti nelle zone agricole, dove il fenomeno della fame può tornare ad essere prepotente protagonista.

Nello Yemen un conflitto americano

Dietro la rivolta che agita lo Yemen, si combatte una guerra non dichiarata degli Stati Uniti. Infatti i cacciabombardieri americani perseguono quella che ritengono la minaccia più immediata per i loro interessi nella penisola arabica: le formazioni di Al Qaeda presenti in terra yemenita. In realtà non è un conflitto nuovo, le azioni americane compiute in quella direzione sono state sospese circa un anno prima per alcuni fallimenti, che hanno determinato la morte di popolazione civile. La cellula yemenita di Al Qaeda è ritenuta dagli USA come quella emergente, dopo i duri colpi inferti alla testa dell'organizzazione terroristica in Pakistan. Gli USA sono particolarmente determinati per proteggere le proprie installazioni militari presenti nel Golfo Arabo, obiettivo ritenuto molto sensibile agli attacchi di Al Qaeda. Tuttavia gli USA patiscono, come limitante, la rivolta presente nello Yemen. Pur considerando positiva la ribellione, in chiave democratica, gli americani sono intralciati dal fatto che gli attivisti di Al Qaeda si mescolano e si confondono con i dimostranti contro il regime. Questa difficoltà ha determinato un atteggiamento prudente e di seconda fila degli USA nei confronti dei dimostranti, ai quali hanno indicato la preferenza per una transizione ordinata e trasparente.

mercoledì 8 giugno 2011

Prime crepe nell'esercito siriano

Parti dell'esercito siriano iniziano a rompere con il regime ufficiale, ed è questa la paura più grande per il regime di Assad. L'apparato siriano si fonda su una macchina della repressione il cui monopolio è totalmente in mano al clan insediato al governo. Si tratta di un monolite che non è mai stato scalfito nel tempo, ma che non è mai stato impiegato, specialmente sul fronte interno, in maniera così massiccia, per cui non è mai stato sottoposto a sollecitazioni così pesanti. Il protrarsi della protesta e della conseguente repressione mostra ora delle crepe nel sistema coercitivo messo in piedi da Damasco. Fonti ufficiali parlano di interi reparti dell'esercito caduti in imboscate ad opera di uomini armati, ma l'evenienza pare troppo remota perchè si tratterebbe di reparti corazzati, praticamente non battibili se non da truppe equipaggiate con mezzi analoghi. Il sospetto è che si tratti di regolamenti di conti tra truppe fedeli al regime contro reparti che cominciano a soffrire l'impiego repressivo contro i civili. La questione è di fondamentale importanza nell'economia della questione siriana: senza l'unità della forza repressiva il regime è, di fatto, isolato e destinato a fine certa. Probabilmente l'imbarbarimento della dura risposta militare deriva da questa consapevolezza. Peraltro Assad non ha antagonisti sufficientemente motivati in campo internazionale, le misure prese dalla comunità internazionale sono infatti insufficienti a fermare il pugno di ferro verso gli oppositori. Quello che manca è la spinta necessaria a sanzionare adeguatamente il regime, al di la delle dichiarazioni di facciata e delle petizioni di intenti; con questo stato di cose il regime di Damasco non è abbastanza intimorito e continua indisturbato nella repressione. La questione è spinosa, la vicinanza della Siria all'Iran, impone la massima cautela, ma appare irreale che il regime cada da solo in tempi brevi, senza alcuna forma di pressione esterna. Si possono bene comprendere le remore degli USA, già impegnati su più fronti, ma, altresì, non è chiaro il temporeggiamento di UE e sopratutto ONU, che dovrebbero dare alla vicenda un peso ben maggiore di quello fino ad ora dedicatogli.

martedì 7 giugno 2011

Lo Yemen ancora nel caos

Gli USA e di principali stati europei chiedono, per lo Yemen, una transizione di potere pacifica, sostenendo l'iniziativa portata avanti dall'Arabia Saudita, paese dove si trova il contestato presidente Ali Abdullah Saleh, convalescente dopo i postumi delle ferite riportate nel bombardamento del palazzo presidenziale. Quello che si teme è che un possibile ritorno in patria del presidente, al potere da ben 33 anni, che potrebbe ulteriormente aumentare i disordini, già molto gravi. Nella giornata di ieri ancora morti, tra cui alcuni uomini che il governo in carica indica legati ad Al-Qaeda. Intanto il Consiglio di cooperazione del Golfo, che riunisce i paesi filo occidentali della penisola araba, non riesce a trovare un accordo che favorisca la distensione tra il presidente yemenita in carica ed il fronte delle opposizioni, non riuscendo di fatto ad interrompere le proteste anti regime che hanno provocato più di 450 morti e la fuga di migliaia di persone dai luoghi dove si sono verificate. I partiti politici insistono nella richiesta della nomina di un vice presidente, atto simbolico ritenuto il primo passo per un trasferimento del potere. L'obiettivo è ritenuto prioritario anche dal Consiglio di cooperazione del Golfo per attenuare le rivolte. Questa incrinatura nel regime in vigore da 33 anni può significarne il tramonto.