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giovedì 24 ottobre 2013
La UE deve governare il fenomeno dell'immigrazione da Bruxelles
La recente tragedia di Lampedusa, che ha visto un alto numero di vittime tra i migranti che tentavano di raggiungere l’Europa, è stata solo il punto più alto di una serie di episodi, che si verificano in maniera costante. Il problema delle immigrazioni illegali, non riguarda solo l’Italia o gli altri paesi della sponda settentrionale del Mediterraneo, che sono certamente coinvolti in prima battuta, ma concerne, oltre, l’intera Unione Europea, anche altri paesi del vecchio continente che non rientrano sotto l’egida di Bruxelles. Questa constatazione rappresenta la base di partenza per il primo forum economico del Mediterraneo occidentale, a cui partecipano i ministri degli esteri dei paesi europei affacciati sul mare Mediterraneo, cinque paesi dell’Africa del nord ( Algeria, Marocco, Libia, Tunisia e Mauritania ), oltre a diversi imprenditori che operano nell’area. Le esigenze di ripensare l’impostazione generale delle regole che sovrintendono ai fenomeni migratori, soprattutto con modalità più elastiche, capaci di fornire risposte più veloci, per gestire situazioni sempre diverse, rappresentano le istanze più urgenti da risolvere a livello comunitario, senza abbandonare i paesi direttamente coinvolti a gestioni spesso approssimative e non in grado di praticare soluzioni che vadano aldilà del momento dell’accoglienza. Per ora l’Unione Europea si è quasi manlevata dal problema fornendo soltanto aiuti economici diretti, spesso insufficienti, senza programmare un percorso che vada dall’accoglienza all’inserimento dei migranti. Questa carenza ha generato disordini e gestioni confuse del fenomeno, che hanno alimentato i consensi dei gruppi populisti o di destra estrema, capaci di coagulare intorno ai loro movimenti lo scontento sociale provocato dagli effetti della cattiva gestione dell’arrivo dei migranti. Occorre anche partire da una distinzione delle cause che provocano questi viaggi della speranza in condizioni spesso proibitive. Il punto fermo è che nessuna persona affronterebbe simili condizioni se non mosso da necessità estrema, sia per motivi economici, che per fuggire a guerre o carestie. Un altro punto fermo è che, spesso gli stati della sponda meridionale del Mediterraneo hanno usato queste migrazioni, regolandole a loro piacimento, come strumento di pressione sugli stati europei per ottenere contributi e sovvenzioni, che, però sono state accordati senza un controllo effettivo e sono stati destinati a tutt’altri fini da quelli per cui erano stati concessi, se non addirittura hanno alimentato fenomeni di corruzione. Se l’Unione Europea riconosce lo stato di rifugiato a chi fugge dai conflitti, ed il recente incremento di persone provenienti dalla Siria dimostra la necessità di dare seguito a queste richieste, oltre che accoglierle deve essere poi in grado di assicurargli una vita dignitosa. Ma lo stesso vale per chi fugge da regimi dispotici o da zone investite da carestie, fenomeni che dovrebbero essere equiparati alle situazioni gravate dalla presenza delle guerre. Alcuni fanno, invece, delle differenze su chi arriva spinto dalla volontà di migliorare le proprie condizioni economiche, il che vuol dire, non avere una prospettiva di carriera, ma fuggire a condizioni di miseria; su questo aspetto, pur dovendo considerare il lato umanitario, esistono dei margini di manovra, se si collabora a progetti economici di sviluppo con gli stati di transito, che spesso hanno bisogno di manodopera. Il caso della Libia è illuminante al riguardo. Naturalmente ciò deve prevedere una progettazione dell’intervento in collaborazione con il paese oggetto dell’investimento, che deve anche accettare una presenza di controllo, circa l’impiego delle risorse, che non possono più essere concesse in maniera indiscriminata. Rimane evidente che il problema dei flussi migratori è stato troppo trascurato dalla UE, a livello centrale; Bruxelles non ha saputo, o voluto, elaborare piani capaci di gestire un fenomeno quantitativamente sempre più rilevante, con un impatto non trascurabile sul tessuto sociale non indifferente. Il dato che riguarda la mobilità dei clandestini giunti in Italia è, a questo proposito, molto eloquente: infatti, circa i due terzi delle persone arrivate in Italia lasciano la penisola, diretti nel nord Europa. Se secondo il francese Laurent Fabius occorre aumentare la lotta contro i trafficanti di esseri umani, proposito certamente condivisibile, tale azione non risolve però l’interezza della questione, dato che è stato dimostrato che azioni di forza non bastano a limitare il flusso di chi si muove per disperazione. A livello comunitario una soluzione potrebbe essere stabilire un budget per l’inserimento e quindi per il welfare dei migranti per inserirli nella società, gestito direttamente da Bruxelles, anziché fare affidamento sulle politiche elaborate dai singoli stati, che diventerebbero soltanto gli esecutori materiali di quanto stabilito dal centro dell’Unione. Una tale soluzione permetterebbe una integrazione tale da ridurre l’impatto all’interno delle società di arrivo dei migranti. Affrontare la questione in questi termini potrebbe anche allentare l’impressione di fortezza assediata e quindi di chiusura, che l’Europa trasmette agli stati arabi ed africani e che rappresenta un ostacolo per trovare terreni d’intesa comuni.
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