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mercoledì 23 ottobre 2013

Le incognite della conferenza di pace per la Siria

Il favore con cui era stato accolto l’accordo sulla distruzione delle armi chimiche siriane, ha portato risultati, che, forse, hanno evitato nuove vittime causate dall’uso dei gas tossici, ma non hanno fermato la carneficina, soprattutto di civili, continuata attraverso le armi convenzionali. Da questa, ben triste, base parte la conferenza di Ginevra due, che dovrebbe trovare un concordato per elaborare la transizione del passaggio di potere a Damasco. Ma il tutto è ancora espresso in forma condizionale, perché troppe sono le variabili sul terreno, che possono impedire una soluzione veloce, condizione necessaria per fermare i massacri e la situazione di carenza sanitaria ed alimentare, cui il popolo siriano è sottomesso. Da una parte l’opposizione siriana moderata, che rappresenta probabilmente la maggioranza nel quadro delle forze ostili ad Assad, deve fare i conti anche con gli altri movimenti: un universo composto da radicali islamici ed affiliati ad Al Qaeda, che, seppur numericamente minori, sono contraddistinti da una grande capacità militare ed una ostinata voglia di imporsi, per creare, nelle zone sotto la loro tutela. dei califfati dove porre in vigore la legge islamica. Questo stato di cose potrebbe fare propendere per una dissoluzione dello stato siriano, che, per certi versi, potrebbe rappresentare la soluzione più concreta per fermare un conflitto che pare inevitabile alla caduta di Assad e che, in realtà, è già iniziato, prima a livello di scontri isolati, per poi assumere una sua peculiarità all’interno del quadro generale della contesa. Tuttavia questa opzione non è gradita, per ovvie ragioni di strategia geografica, alle potenze occidentali, che partecipano alla conferenza; anzi lo scopo principale, soprattutto per gli USA ed i paesi del Golfo Persico, consiste proprio nel preservare l’unità del paese e quindi portarlo sotto la propria sfera di influenza e quindi sottrarlo all’Iran ed agli Hezbollah, principali alleati di Damasco, insieme alla Russia. Se si possono comprendere le esigenze delle potenze occidentali e dei loro alleati, che consistono nella stabilità regionale, anche in ottica di salvaguardia di Israele, l’avere anteposto queste motivazioni alla fine del conflitto, esprime chiaramente come il popolo siriano dovrà attendere ancora per la fine dei combattimenti. Infatti appare chiaro come non sia plausibile che interessi così contrastanti accettino questa soluzione senza adeguate risposte, allungando così la trattativa per la pace. Una delle condizioni che dovrebbe essere elaborata dalla conferenza di Ginevra, derivante dalle conclusioni dei precedenti colloqui di Londra è che l’attuale presidente siriano Bashar Al Assad, non debba rientrare nella maniera più assoluta nel futuro del paese. Questa condizione pare difficilmente raggiungibile in tempi brevi, dato che il regime di Damasco può contare ancora su di una discreta forza militare e sul controllo di vaste aree del paese. Scartando l’opzione militare contro l’esercito regolare siriano, in cambio della distruzione delle armi chimiche, si è dato modo al regime di prolungare la sua esistenza fino a configurare, tra le ipotesi possibili, anche l’inevitabilità della sua caduta. Una delle possibilità prospettate da Damasco sarebbe quella di ammettere ad eventuali elezioni anche Assad, una maniera definibile legale, che potrebbe permettere al dittatore di rientrare in gioco. Questa eventualità viene rifiutata dall’opposizione a causa della dura repressione attuata dal presidente siriano, che lo squalifica per un futuro politico, ma nello stesso tempo pone un ostacolo difficilmente superabile nei negoziati, riguardo al futuro di Assad. Anche perché insieme al dittatore siriano, che potrebbe raggiungere facilmente un esilio dorato verso una meta come Mosca, si dovrà decidere la sorte di tutti coloro che hanno appoggiato il regime. Una soluzione che non vada verso una pacificazione nazionale è senz’altro da escludere, perché non potrebbe costituirsi un nuovo stato che inizi il suo percorso storico con vendette efferate, tuttavia troppe tragedie sono state compiute e la giustizia dovrà fare il suo corso, anche dal lato dei ribelli, ma su basi di equità e di diritto ben definite. Soltanto una soluzione negoziata, nei minimi particolari, può favorire queste condizioni, ma la trattativa deve comprendere, inevitabilmente, tutte le parti in causa, altrimenti non potrà essere raggiunto alcun risultato di una qualche efficacia pratica.

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