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lunedì 20 ottobre 2014

Yemen: il conflitto tra Al Qaeda e sciiti, ulteriore problema per gli USA

Con il contesto internazionale concentrato sulle vicende dello stato islamico, la situazione nello Yemen, sta passando, ingiustamente, in secondo piano.  La battaglia che si svolge in un paese abbandonato a  se stesso perché privo di autorità dallo scorso settembre, rischia di avere conseguenze ben più pesanti dell’attenzione che gli viene dedicata. Il confronto si svolge tra le milizie sciite, che rappresentano la minoranza della popolazione del paese, circa un terzo del totale, contro le formazioni jihadiste di Al Qaeda. Il confronto è una replica locale del conflitto tra sciiti e sunniti, con i primi appoggiati dall’Iran. In questa situazione delicata viene anche ripetuta l’alleanza informale tra Teheran e Washington, che sta usando i suoi droni, per combattere le milizie sunnite. Gli Stati Uniti, infatti, in questa fase, contraddistinta dalla progressiva avanzata del califfato, ha come esigenza principale quella di limitarne ad ogni costo l’espansione. La collaborazione non ufficiale con l’Iran è resa necessaria per combattere l’espansione dell’integralismo sunnita, tuttavia sul grado di influenza che riesce ad esercitare Teheran sui combattenti sciiti, esistono alcune perplessità: l’Iran, infatti, non avrebbe un controllo totale su questi combattenti, ma più che altro rappresenterebbe un punto di riferimento. Nonostante l’aiuto indiretto fornito dagli americani, che hanno rivolto le loro armi soltanto contro i combattenti di Al Qaeda, gli umori degli sciiti contro gli USA sarebbero nettamente contrari; in ogni caso la valutazione della Casa Bianca è di ritenere meno pericolosi gli sciiti rispetto agli aderenti di Al Qaeda, che potrebbero virare verso lo stato islamico. La posizione geografica dello Yemen presenta gravi controindicazioni strategiche e politiche per l’equilibrio regionale e per i rapporti di alleanza degli Stati Uniti. Se una caduta del paese nelle mani di Al Qaeda sarebbe pericolosa per l’accesso al Mar Rosso, una presa del potere degli sciiti, potrebbe scatenare pericolose reazioni nei confronti di Washington da parte dell’Arabia Saudita, che si troverebbe sui suoi confini un alleato di Teheran; questo fatto favorito dagli interventi militari americani, potrebbe riacutizzare la crisi tra i due stati, che ha già vissuto momenti di profonda tensione in occasione dei precedenti incontri sul nucleare iraniano, tra Teheran e la Casa Bianca. Obama continua a praticare la sua tattica senza programmazione, affrontando i problemi  emergenti di volta in volta, apparentemente senza un quadro complessivo che sappia tenere in conto tutte le variabili. Se l’emergenza maggiore è il califfato, gli USA non possono prescindere dall’appoggio dei sauditi, anche se, praticamente, per ora l’apporto fornito è stato soltanto politico. Negli obiettivi del Presidente USA nei confronti dell’Arabia Saudita è principale che la monarchia del Golfo resti immune al contagio del califfato ed in seconda battuta c’è sempre la speranza di una partecipazione dei soldati sauditi ad eventuali operazioni di terra; questo dal punto di vista pratico, ma è altrettanto, se non di più, necessario l’appoggio politico del maggior paese sunnita contro una forza che fa dell’integralismo religioso sunnita il suo punto di forza. Una soluzione, che però sembra troppo ardita per un presidente non certo audace in politica estera come si sta sempre di più confermando Obama, sarebbe quella di tornare a dividere lo Yemen su base religiosa tra sciiti e sunniti, con quest’ultima parte magari controllata proprio dai sauditi  e depurata dalla presenza di Al Qaeda. Nel frattempo il paese yemenita è nel caos e rischia di trasformarsi nell’ennesima polveriera capace di allargare il contagio dell’instabilità anche alle zone limitrofe.   

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