Politica Internazionale

Politica Internazionale

Cerca nel blog

giovedì 12 febbraio 2015

Le responsabilità della crisi ucraina

Gli attori internazionali che hanno partecipato alla conferenza di Minsk, raggiungendo una tregua  senza troppe certezza  e con il difficile intento di ridurre le violenze in corso nella parte orientale del paese ucraino, sono tutti responsabili della grave situazione militare in corso. L’aspetto più grave, sul piano delle relazioni internazionali è la presenza di una crisi acuta tra Stati Uniti e Russia, che ha riportato il clima generale a quello della guerra fredda, con la concreta possibilità che si verifichi una pericolosa escalation. Il confronto tra russi ed ucraini ha avuto un inizio essenzialmente politico nel 2013, quando l’allora presidente Yanukovich non pose la firma sul trattato di associazione all’Unione Europea a causa di una alleanza con Mosca ritenuta più redditizia. L’Ucraina stava attraversando un momento di grave crisi economica e su questo particolare puntavano le due parti avverse, occidente e Russia, per non farsi sfuggire un territorio particolarmente strategico. In realtà, proprio intorno a questa questione i dissidi tra occidente e Mosca rendevano la situazione già particolarmente favorevole allo scoppio di tensioni, che lasciavano presagire tragici sviluppi. A causa della repentina ritirata del presidente ucraino, convinto dalle ragioni del Cremlino, si svilupparono disordini che coinvolsero più di 800.000 persone, a seguito dei quali si acuirono i forti dissidi tra nazionalismo ucraino e nazionalismo russo, un contrasto mai sopito e che prese nuovo vigore con la caduta dell’impero sovietico. Questo confronto è la reale ragione alla base della situazione attuale: un dissidio profondo, per mitigare il quale nessuna delle due parti ha mai fatto nulla, sfruttandone, anzi, le potenzialità di aggregazione delle rispettive componenti. L’indirizzo profondamente antirusso del governo che seguì a quello di Yanukovich, si collocò proprio in questa direzione scatenando le proteste nelle regioni a maggioranza russa, cioè nella parte meridionale ed orientale del paese, quella in cui ora si sta combattendo. A questo punto la strategia di Putin, fu quella di perseguire l’annessione, in maniera integrale, come con la Crimea diventata territorio russo, o in maniera più subdola, come nei territori orientali. Lo schema prevedeva e tutt’ora probabilmente prevede un impiego di soldati appartenenti all’esercito di Mosca, impegnati in azioni militari senza alcun segno di riconoscimento; in questo modo vennero occupati i centri di potere amministrativo in maniera da bloccare l’esercizio del potere da parte delle autorità ucraine. Con questo clima in Crimea si svolse un referendum, mai riconosciuto dalla comunità internazionale, nel quale fu votata l’annessione alla Russia. Nell’Ucraina orientale si è tentato di ripetere con modalità analoghe l’annessione, ma la maggiore presenza di nazionalisti ucraini e la pressione dell’occidente, ha determinato un impegno costante ma meno evidente, che ha lasciato la zona maggiormente esposta al conflitto militare, che ha provocato un costo ingente in vite umane. Proprio questo aspetto ha richiesto una soluzione urgente da condividere tra le parti, individuata, da alcuni, nella creazione di una zona smilitarizzata in grado di dividere l’esercito ucraino ed i separatisti, per almeno il tempo necessario a trovare una forma di convivenza condivisa accettata dai contendenti. Questa soluzione si scontra con l’attuale posizione delle forze in campo, che ha registrato una avanzata dei filorussi, rispetto a quanto firmato e non mantenuto nel precedente incontro di Minsk; infatti l’Ucraina rivendica le posizioni precedenti. Kiev, poi non vede favorevolmente una eventuale presenza di forze di interposizione delle Nazioni Unite, che darebbero una connotazione internazionale ai nuovi confini, favorendo politicamente i filorussi. Anche una soluzione federale con ampia autonomia alle regioni orientali, al momento appare impraticabile, per la volontà ucraina di presidiare le frontiere con la Russia, con le proprie truppe a giustificazione della salvaguardia della propria integrità territoriale, presupposto al momento non configurabile. Se si guarda ad una prospettiva regionale, cioè strettamente limitata all’area del conflitto, la predominanza è certamente dei filorussi, che, tuttavia, dipendono in maniera esclusiva dalla Russia, ciò deve fare allargare la prospettiva da locale ad internazionale a causa delle sanzioni, erogate dal mondo occidentale proprio per contrastare l’azione del Cremlino, che hanno messo Mosca in grossa difficoltà economica. Ma le stesse sanzioni stanno producendo un danno economico anche a chi l’ha emesse, ed il conto maggiore è a carico dei paesi dell’Unione Europea, che, proprio per questa ragione, divergono sulle modalità con le quali Washington vuole portare avanti lo scontro. Con tutto ciò l’Ucraina, anziché migliorare le proprie condizioni economiche, che restano poi il fatto scatenante da cui è partita la crisi, versa in una situazione ancora peggiore, perché aggravata dal costo della guerra. La contrapposizione tra Occidente e Russia sembra arrivata ad un punto dove ogni sorta di dialogo sia bloccato. I tentativi della Merkel e di Hollande non avevano finora sortito alcun effetto con Putin, che ha continuato la sua tattica nonostante gli effetti delle sanzioni. Al momento per la Russia è più importante assicurarsi che l’Alleanza Atlantica non arrivi sulle sue frontiere avendo il controllo delle regioni orientali ucraine, l’impressione è che se questo presupposto non sarà soddisfatto l’escalation militare sarà inarrestabile. Certamente da un punto di vista occidentale ciò permette di addossare totalmente la responsabilità di quello che sta accadendo al leader del Cremlino, il quale è anche colpevole di avere infranto le regole del diritto internazionale, ma occorre imputare anche alla parte occidentale la responsabilità di avere sottovalutato il problema e di non avere saputo prevenire gli sviluppi, ormai sfuggiti da ogni controllo. Non sempre la politica delle sanzioni riesce a sortire gli effetti desiderati, soprattutto senza una adeguata azione di studio preventivo; in sostanza la pratica sanzionatoria appare, alla luce degli attuali sviluppi, una soluzione avventata, pur essendo maturata all’interno di giuste convinzioni. Nell’accordo firmato non si risolve alcuna questione in modo definitivo, si parla di un generico cessate il fuoco e liberazione dei prigionieri, senza una impalcatura che regoli lo status dei territori oggetto del conflitto. Inoltre mentre le parti erano impegnate a discutere , secondo l’Ucraina, mezzi militari russi avrebbero varcato la frontiera di Kiev, per aggiungersi ai separatisti filorussi. Quello raggiunto pare più un accordo firmato per dimostrare al mondo che si è arrivati a qualcosa, ma che questo qualcosa sia insufficiente per una risoluzione definitiva della crisi. Il fatto positivo è rappresentato dal raggiungimento della tregua, sempre che sia mantenuta, che dovrebbe alleviare le difficili condizioni della popolazione civile. Tuttavia senza ulteriori progressi a parlare di nuovo saranno le armi.

Nessun commento:

Posta un commento