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giovedì 21 maggio 2015

Per gli USA diventa essenziale il ruolo delle tribù sunnite contro il califfato

La perdita della città di Ramadi, conquistato dallo Stato islamico, ha segnato una sconfitta per le forze regolari irakene e per la strategia statunitense nella lotta alle forze del califfato. Per Washington non si è insistito abbastanza nel coinvolgimento e nella preparazione delle forze tribali sunnite, individuate come fattore da schierare al fianco dell’esercito irakeno, in modo da mantenere il conflitto nella zona, all’interno della matrice sunnita. Pur capendo che la capacità di combattimento delle milizie sciite è superiore, la Casa Bianca preferisce ancora cercare di mantenere, in alcune zone dell’Iraq,  gli scontri tra combattenti, seppure contrapposti,  con la stessa appartenenza religiosa. Uno dei principali motivi è quello di non alienarsi l’appoggio delle tribù sunnite contrarie al califfato, ritenuto essenziale per la riconquista dei territori irakeni invasi dallo Stato islamico, soprattutto nella prospettiva di una sconfitta definitiva del califfato. Infatti, se le milizie sciite possono avere ragione più facilmente degli integralisti sunniti, la vittoria resta a breve termine, perché consente agli sciiti di aumentare la propria influenza e generare il malcontento dei sunniti, che diventa destinato a sfociare nella formazione di nuove milizie, che in futuro si contrapporranno agli sciiti. La nuova strategia americana, invece, punta a vincere in maniera duratura, tramite la sconfitta militare dello Stato islamico, a cui deve seguire una stabilizzazione politica in grado di mantenere l’equilibrio, consentendo alla maggioranza della popolazione sunnita di amministrarsi, senza altre interferenze. Questa strategia serve anche agli USA per dimostrare agli alleati delle monarchie del Golfo  ed in generale agli stati sunniti moderati, che Washington non intende avvallare l’aumento dell’influenza territoriale, che l’Iran cerca di imporre in diverse zone irakene, a maggioranza sunnita, attraverso la propria capacità militare. Questa visone può implicare uno scenario di riorganizzazione per l’Iraq, se non con la divisione dello stato, almeno con l’adozione di una forma di amministrazione federale, dove i sunniti siano divisi dagli sciiti. Dalla caduta di Saddam Hussein l’Iraq è governato da una minoranza sciita ed i sunniti sono scarsamente coinvolti nelle decisioni politiche, questo è un aspetto che ha molto favorito l’iniziale adesione allo Stato islamico e la sua espansione. Soltanto dopo l’ esercizio del potere troppo fondamentalista e violento dello Stato islamico, diversi gruppi tribali si sono ribellati al califfato e sono entrati a fare parte della coalizione che si è affiancata alle forze regolari irakene. L’aspetto più urgente è, al momento, quello di ottenere vittorie militari in grado di fare arretrare le truppe dello Stato islamico, ma da ottenere attraverso le forze tribali sunnite. Per questo scopo gli USA hanno pensato ad un maggiore sostegno sul terreno, mediante  un addestramento apposito a cura di personale statunitense, la fornitura di migliori armamenti ed una maggiore copertura aerea. Il modello pensato da Washington prevede, quindi, il rafforzamento della componente sunnita irakena contraria al califfato, in modo da potere contare su di un alleato fedele; a questo proposito si era pensato anche alla costituzione di una Guardia  nazionale composta da sunniti, ma il progetto è stato respinto dai parlamentari sciiti, che temevano che la creazione di un corpo paramilitare sunnita, potesse costituire uno strumento troppo potente in mano ai secessionisti. Il governo di Bagdad, in mano agli sciiti intende inviare milizie sciite, verosimilmente provenienti in gran parte dall’Iran, nelle zone sunnite a rischio di cadere nelle mani del califfato, ma gli Stati Uniti si sono detti contrari, in quanto temono una deriva settaria del conflitto, oltre che di perdere l’appoggio delle tribù sunnite. Mai come ora il caso della contrapposizione tra sciiti e sunniti diventa centrale per la risoluzione della lotta contro il califfato e per gli equilibri della regione. La soluzione più praticabile, almeno per il territorio irakeno, sembra essere quella di dividere rigidamente le zone di influenza tra sciiti e sunniti, alleati agli USA, per impedire contrasti interni alla coalizione contro il califfato, che non farebbero altro che favorire l’espansionismo dello Stato islamico. La posizione ufficiale della Casa Bianca è quella di contrarietà ad una divisione dello stato irakeno, tuttavia,  con gli sviluppi internazionali in atto, un cambio di indirizzo dell’amministrazione americana potrebbe favorire anche una maggiore distensione internazionale, circa i malumori delle monarchie del Golfo, ed inserire, in un eventuale processo di revisione dell’assetto irakeno, anche l’annosa questione curda, così da favorire la nascita di uno stato indipendente a tutti gli effetti di uno entità sovrana del Kurdistan, iniziando da quello irakeno.

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