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lunedì 17 agosto 2015
La svalutazione cinese, simbolo della debolezza del potere politico
Le svalutazioni cinesi sono la cura di un malessere che minaccia di
propagarsi e rompere i fragili equilibri economici mondiali. Pechino,
nella foga di mantenere alto il tasso di sviluppo non ha attuato quelle
riforme necessarie a creare una domanda interna, che avrebbe
potenzialità enormi, ma, che, con le condizioni attuali , non è in gradi
di bilanciare la diminuzione delle esportazioni. Dal punto di vista
economico la crescita per l’anno in corso, stimata al 7%, non era già
ritenuta un risultato in grado di sostenere l’economia cinese, ma i
nuovi dati, che segnalano delle possibili e significative diminuzioni,
rendono possibile uno scenario peggiorativo. Il deprezzamento della
moneta cinese serve per rendere più convenienti le merci di Pechino sui
mercati esteri, che, tuttavia, patiscono una contrazione degli acquisti
generalizzata, che non potrà essere superata con una semplice
svalutazione. Per la Cina questo significa mettere in pericolo gli
investimenti necessari alle grandi opere ed affrontare in stato di
pericolo il nodo dell’indebitamento degli enti locali, sul quale non
esistono dati ufficiali, ma, che si sospetta, siano di un’entità tale da
mettere in pericolo il sistema finanziario cinese, nonostante la grande
liquidità a disposizione. La percezione è che i governanti cinesi si
siano resi conto in ritardo delle difficoltà del paese ed abbiano
reagito con una azione calata dall’alto, che ha ben poco a vedere con
l’esercizio delle leggi di mercato, come hanno voluto fare credere fino
ad ora. Forse il problema è che hanno inteso in senso troppo liberista e
spregiudicato l’uso degli strumenti finanziari, senza creare le
premesse adeguate per la necessaria e tanto invocata domanda interna. La
troppa diseguaglianza economica, la diffusa corruzione ed il potere
degli enti periferici, spesso esercitato in modo dispotico, stanno
creando basi sempre più ampie per un disagio sociale, che si manifesta
con scioperi e disordini, andando a mettere in pericolo gli equilibri
del paese. Se l’industrializzazione cinese aveva promesso la diffusione
del benessere, in cambio di una continuità politica del partito unico,
alla quale non sono mai state ammesse deviazioni, i risultati economici,
che hanno concentrato la ricchezza nelle mani di pochi, hanno disatteso
queste speranze creando malcontento e stimolando esigenze sociali alle
quali il partito comunista non riesce a rispondere. La creazione di una
domanda interna doveva soddisfare contemporaneamente le esigenze
economiche e quelle sociali per permettere al paese di continuare sulla
strada di essere veramente una grande potenza. Questo obiettivo con la
svalutazione sembra allontanarsi, perché tecnicamente allunga le
distanze tra i ceti ricchi e quelli poveri, che si vedono diminuire il
potere d’acquisto e quindi hanno ancora meno possibilità di sostenere la
domanda interna. Il governo cinese prova a riequilibrare le sue
mancanze offrendo le sue merci a prezzi inferiori in una situazione
mondiale dove la contrazione dei consumi appare un fenomeno, al momento
difficilmente reversibile, come testimoniano i dati sul rallentamento
dei commerci globali. La situazione cinese non è però una consolazione
per i concorrenti di Pechino, infatti, sia gli USA che l’Unione Europea
temono che dai problemi cinesi possa derivare un contagio, capace di
investire le loro economie già in crisi. Il problema generale, che deve
essere compreso, è che questa crisi economica non si può risolvere
soltanto con mezzi della finanza, ma necessita di interventi di natura
sociale ormai irrinunciabili e questo vale sia per la Cina, che per gli
Stati Uniti e per l’Europa. La necessità di una maggiore e più equa
distribuzione del reddito appare l’antidoto migliore per percorre la
crescita economica favorendo le rispettive domande interne, che arrivate
ad un livello considerevole potranno essere capaci di innescare cicli
economici virtuosi su più ampia scala. Se questo è vero per tutti i
principali attori economici del mondo è ancora più necessario per il
paese cinese, che ha anche necessità di una maggiore diffusione dei
diritti politici, civili e sindacali. Il successo economico non può più
essere inseguito dall’impostazione che ha guidato il Partito Comunista
Cinese, perché proprio la svalutazione di questi giorni dimostra come
sia una via che non garantisce più successi. Se queste considerazioni
sono vere però, la Cina sembra infilata in un vicolo cieco, perché non
sembra che i suoi dirigenti non abbiano l’elasticità e le capacità di
affrontare una sfida ben più grossa che la diffusione dell’economia di
mercato in un contesto autoritario, giacché è proprio questo il nodo
della questione. Senza risolvere il problema della diffusione dei
diritti assisteremo a soluzioni temporanee, che non potranno sempre
assicurare un successo, comunque provvisorio.
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