Nonostante la crescita esponenziale e la scalata nella classifica dei paesi emergenti, il Brasile risulta essere ancora afflitto da una povertà cronica, che riguarda un gran numero di cittadini. La presidentessa Dilma Rousseff fissa un obiettivo assai ambizioso: un Brasile senza miseria. Il primo passo è eliminare la parte più estrema della povertà entro il 2014. La percentuale dell'otto per cento, circa due milioni di brasiliani, vive con circa 30 euro al mese, ed è questa la prima fascia sociale su cui saranno concentrati i primi sforzi al fine di innalzare il loro reddito. In campagna elettorale la Rousseff ha presentato come una priorità la lotta alla povertà nel paese ed ora ritiene che il momento sia opportuno per mantenere la promessa. Tuttavia prima ancora che parlare di investimenti economici e misure politico amministrative, la prima cosa da cambiare è la mentalità stessa della parte più povera della popolazione, che ritiene la povertà una fatalità della vita, impossibile da combattere. Certamente questa nuova mentalità va sostenuta da una battaglia su più fronti: miglioramento delle infrastrutture, innalzamento del livello dell'educazione, sviluppo rurale (dove è insediata la gran parte della popolazione affetta da povertà) e miglioramento delle politiche sociali. Proprio su questo fronte verteranno i primi interventi, che andranno a modificare lo strumento chiamato "Borsa familiare", il programma di trasferimento delle risorse pensato per integrare il reddito e tarato, dalla presidenza Lula, su dodici milioni di famiglie. L'incremento demografico registrato negli ultimi periodi ha però fatto registrare un milione e trecentomila bambini in più di quelli previsti, determinando l'insufficienza dello strumento stesso.
In più molte famiglie vivono in ambienti isolati e remoti del vastissimo territorio brasiliano ed anche spostarsi per chiedere l'integrazione del reddito costituisce un problema, per cui lo stato dovrà attivarsi per andare a promuovere e portare gli aiuti sociali. Non solo, il governo investirà molto sulle infrastrutture, che dovranno migliorare sensibilmente la qualità della vita delle famiglie più povere, acqua corrente, elettricità e sistemi fognari atti a vincere le malattie dovute alla scarsità di igiene. Di pari passo dovranno svilupparsi le condizioni economico sociali che possano favorire l'inserimento nel ciclo produttivo capaci di cogliere le occasioni provenienti dal mercato. Una delle ragioni della povertà che colpisce il Brasile è la poca o nulla qualificazione della forza lavoro, la mancata specializzazione è individuata come causa di povertà da sanare con dosi massicce di formazione professionale. Inoltre l'attivazione di procedure facilitate dell'accesso al micro credito può permettere la diversificazione produttiva sopratutto nel campo agricolo, grazie anche al sostegno tecnico, fornito dallo stato attraverso i propri agronomi. Se l'obiettivo sarà raggiunto nel 2014, il Brasile sarà la prima nazione in via di sviluppo a raggiungere l'obiettivo fissato dall'ONU nel 2000: ridurre la povertà estrema.
Blog di discussione su problemi di relazioni e politica internazionale; un osservatorio per capire la direzione del mondo. Blog for discussion on problems of relations and international politics; an observatory to understand the direction of the world.
Politica Internazionale
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sabato 4 giugno 2011
mercoledì 1 giugno 2011
I dirigenti cinesi sempre più preoccupati del fronte interno
Il capitalismo selvaggio instaurato dal comunismo cinese, senza i contrappesi delle democrazia, ha generato un profondo malcontento nella società cinese. Le profonde differenze create su di una società che fino a pochi anni prima era profondamente livellata, hanno provocato vere e proprie ribellioni, sfociate spesso in atti terroristici, che preoccupano le autorità cinesi, più di possibili nemici esterni. I dirigenti cinesi, da un lato hanno mantenuto la mancanza di diritti per consentire il basso costo del lavoro, vero motore dell'economia cinese, ma dall'altro non hanno saputo governare le frizioni tra le diverse classi, basate esclusivamente sul reddito, venutisi a creare per le profonde differenze. La questione è stata poi aggravata dall'aumento esponenziale della corruzione, fenomeno già presente in precedenza, ma dilagato con l'accrescere del PIL. La stessa conformazione territoriale della Cina, ha favorito i due fenomeni, diversi ma spesso collegati, la creazione di un ceto ricco, infatti, è andata di pari passo con l'aumento della corruzione. Questo è stato tanto più vero più la distanza dai centri di potere centrale aumentava, in modo che nelle zone periferiche si sono addensate le maggiori sacche di corruzione e le differenze sociali sono state sempre più marcate. La diffusione dei moderni sistemi di comunicazione ha permesso, come nel nord africa, la costruzione sia di un'autocoscienza, anche negli strati sociali più bassi, sia la presa d'atto dell'esistenza della profonda frammentazione sociale presente nel paese. I più alti ranghi della dirigenza cinese sono consapevoli di questa emergenza sociale, ma paiono più preoccupati del mantenimento dello status quo, anziche di elaborare strategie che possano attenuare il fenomeno. Quello che preme ai capi del Partito Comunista cinese è aumentare il controllo sulla società in modo da continuare ad innalzare il PIL, ma l'atteggiamento pare quello dello struzzo. Non prendere atto in maniera positiva della necessità di praticare aperture sul tema dei diritti, potrà condurre soltanto allo scontro frontale. Il destino cinese sarà quello di affrontare sempre di più il malcontento che si manifesterà in forme sempre più violente, come reazione al mancato miglioramento delle condizioni ed alla repressione come unico strumento per combattere l'insoddisfazione popolare.
L'AIEA punta il dito contro il Giappone
L'AIEA, Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, punta il dito contro il Giappone. Un'equipe dell'agenzia, incaricata di investigare sul disastro nucleare nipponico, capeggiata dal britannico Mike Weightman ha concluso che Tokyo ha sottostimanto la portata dell'evento, sia prima del cataclisma generato dallo tsunami, non dotando la centrale di Fukushima delle necessarie protezioni, sia dopo lo scoppio del reattore, quandio sia la ditta responsabile, che lo stesso governo giapponese, hanno ritardato la verità della pericolosità dell'incidente. Il Giappone, stato famoso per il rispetto delle procedure e della precisione, non esce bene dalla vicenda, vedendo minata la credibilità del suo governo. Inoltre anche la capacità tecnica dei nipponici subisce un inevitabile diminuzione di credibilità. Non avere dotato una centrale nucleare installata su di un fronte marino, ritenuto pericoloso proprio per fenomeni di tsunami, di opere atte alla difesa dell'infrastruttura, mette fine a molti luoghi comuni sulla perizia giapponese ed incolpa chiaramente i costruttori di pericoloso pressapochismo. L'immagine, sia politica, che tecnologica appare irrimediabilmente rovinata dalla durezza del rapporto AIEA, e fa riflettere sull'assenza di una normativa sovranazionale che regolamenti la materia, come dovrebbe essere, dato che gli effetti nefasti di un guasto nucleare si propagano agli stati confinanti.
L'AIEA punta il dito contro il Giappone
L'AIEA, Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, punta il dito contro il Giappone. Un'equipe dell'agenzia, incaricata di investigare sul disastro nucleare nipponico, capeggiata dal britannico Mike Weightman ha concluso che Tokyo ha sottostimanto la portata dell'evento, sia prima del cataclisma generato dallo tsunami, non dotando la centrale di Fukushima delle necessarie protezioni, sia dopo lo scoppio del reattore, quandio sia la ditta responsabile, che lo stesso governo giapponese, hanno ritardato la verità della pericolosità dell'incidente. Il Giappone, stato famoso per il rispetto delle procedure e della precisione, non esce bene dalla vicenda, vedendo minata la credibilità del suo governo. Inoltre anche la capacità tecnica dei nipponici subisce un inevitabile diminuzione di credibilità. Non avere dotato una centrale nucleare installata su di un fronte marino, ritenuto pericoloso proprio per fenomeni di tsunami, di opere atte alla difesa dell'infrastruttura, mette fine a molti luoghi comuni sulla perizia giapponese ed incolpa chiaramente i costruttori di pericoloso pressapochismo. L'immagine, sia politica, che tecnologica appare irrimediabilmente rovinata dalla durezza del rapporto AIEA, e fa riflettere sull'assenza di una normativa sovranazionale che regolamenti la materia, come dovrebbe essere, dato che gli effetti nefasti di un guasto nucleare si propagano agli stati confinanti.
La Germania abbandona il nucleare
La Germania esce dall'era nucleare, la data di spegnimento dell'ultima centrale atomica che resterà in attività viene fissata al 2022. Si interrompe così una storia iniziata nel 1960, che ha portato lo stato tedesco, ad essere la terza potenza sul suolo europeo in fatto di energia atomica. Nonostante che Gran Bretagna e Francia ribadiscano il loro impegno sul nucleare, sebbene maggiormente controllato, la Germania apre di fatto una via alternativa all'approvvigionamento ed alla distribuzione energetica, sia civile che industriale, capace di cambiare radicalmente il modo di pensare di un'intera nazione. La mossa rappresenta un cambiamento epocale ed il fatto che provenga da un paese tradizionalmente pragmatico come la Germania, significa che l'energia alternativa può funzionare anche per paesi con grandi complessi industriali e non soltanto per l'alimentazione civile. La gradualità dello spegnimento nucleare potrà permettere un passaggio senza traumi alla nuova forma energetica con investimenti tali da consentire l'incremento dei posti di lavoro coniugato alla necessità della lotta all'inquinamento, sentimento da sempre sentito dal popolo tedesco. L'investimento in denaro e conoscenza non è da poco, trasformare una parte preponderante del sistema energetico di un paese prettamente industriale come la Germania prevede uno sforzo sopratutto nella mentalità dell'apparato produttivo e statale non indifferente; la portata della novità è tale da consentire allo stato tedesco di fare da battistrada per l'Europa intera. Non solo, la decisone autonoma di Berlino pone tutti gli stati di fronte ad un discorso più ampio che riguarda l'ambiente di tutto il mondo, già duramente provato dall'ingente sfruttamento delle risorse non rinnovabili e dal conseguente elevato tasso di inquinamento. Regolare questi temi su ambiti internazionali è necessario ma difficoltoso, ma l'impulso che può dare un atto unilaterale di un paese importante può creare un effetto a catena, capace di generare un circolo virtuoso a favore dell'ambiente. Ora si aspetta che istituzioni sovranazionali come la UE, sostengano questa direzione con atti pratici e regolatori.
martedì 31 maggio 2011
I danni dei bombardamenti USA
La recente sciagura provocata in Afghanistan dall'errato bombardamento della NATO, ha suscitato pesanti critiche da parte del governo Karzai. Errori del genere rischiano di vanificare tutti gli sforzi compiuti dalla politica di Obama nella nazione con capitale Kabul. Il metodo della presente amministrazione si è differenziato dalla gestione Bush per un approccio meno militare ma più impostato sul dialogo con la società afghana, si sono costruiti ospedali e scuole in modo da concorrere con la presa sulla società, tradizionalmente favorevole agli esponenti talebani. Tuttavia l'esercito NATO è sempre e comunque sentito come una forza straniera, anche se ampi settori della società afghana sono grati al ruolo di portatore di democrazia e di stabilizzazione nazionale, la sua presenza è percepita, giustamente, come temporanea. Si tratta solo di lavorare affinchè questa presenza sia effettivamente vissuta dalla popolazione come non invasiva. Storicamente gli afghani hanno da sempre mal sopportato la presenza di forze armate straniere sul loro territorio, questo è il primo caso di permanenza così lunga. Le relazioni extra militari intrecciate hanno favorito contatti proficui che hanno determinato successi sia politici che sul campo di battaglia, permettendo alle forze armate NATO di mettere in grossa difficoltà la macchina bellica dei talebani e sopratutto di avere contribuito alla costruzione di un sistema politico il più somigliante possibile ad un sistema democratico. Questa affermazione è essenziale nel piano di contrasto al terrorismo islamico, perchè parte dalla società civile e non si fonda sulla esclusiva forza militare. La condivisione, in questo quadro, costituisce un fattore determinante, perchè permette di fare penetrare nel modo più profondo possibile i valori democratici, che devono costituire gli anticorpi fondamentali contro il terrorismo. Ora vanificare questo enorme lavoro perchè un aereo sbaglia il bersaglio, a parte la tragedia umana, non è concepibile. La normale avversione che si scatena a seguito dell'uccisione errata di civili, con diversi bambini tra le vittime, rappresenta una facile e potente arma per gli avversari della NATO, più degli attentati kamikaze. Rompere i legami creati tra USA e società civile afghana può creare una arretramento delle posizioni conquistate molto pericoloso, la macchina di Obama deve stare sempre più attenta ai particolari e rinunciare a qualche bombardamento per non perdere quegli obiettivi sociali tanto faticosamente conquistati.
lunedì 30 maggio 2011
Riflessioni sul possibile ingresso della Serbia nella UE
La questione dell'ingresso della Serbia nell'Unione Europea va confrontata con il caso turco ed il suo esito negativo. Di tutti gli stati ammessi alla UE, solo la Turchia avrebbe consentito uno sviluppo dell'economia comunitaria verso oriente, uno stato con delle contraddizioni interne da sanare certamente, ma comunque uno stato in espansione che avrebbe consentito di non pesare sul bilancio comunitario, inoltre uno stato dove la componente convinta dell'ingresso in Europa costituiva la maggioranza. Alla fine, fondamentalmente, hanno prevalso le ragioni religiose, si è ritenuto cioè che la differenza di credo potesse minare l'unità dell'Unione. La Turchia si era impegnata non poco, compiendo grossi progressi nell'ambito della democratizzazione, anche se gli standard raggiunti non avevano completamente soddisfatto i gradi richiesti da Bruxelles. L'interruzione del negoziato per l'ammissione ha indirizzato la Turchia verso l'area immediatamente confinante ed ha generato un ruolo da protagonista nell'area, che comprende tra l'altro una buona parte di Mediterraneo, di fatto l'esclusione ha generato un avversario, seppure pacifico, ai confini dell'Europa. La domanda da porsi è sulle modalità di ingresso nell'Unione, perchè accogliere stati euroscettici fin dall'inizio del loro percorso all'interno dell'istituzione comunitaria, che di fatto hanno generato divisioni dentro le istituzioni europee? Il processo inclusivo non sembra essere stato abbastanza selettivo ed ora la UE si trova spesso a che fare con spinte endogene che possono portare valori contrari allo spirito fondativo dell' unità europea. E così veniamo alla Serbia, la manovra della cattura del generale Mladic e della immediata richiesta di ingresso in Europa sono collegate a filo doppio; la UE si può fidare di uno stato e di un governo che agisce fuori dai parametri di legalità che la UE pretende? E sopratutto è conveniente dare corso alle richieste di una nazione dove le spinte nazionaliste ed antieuropee sono così forti? La richiesta pare soddisfare soltanto un bisogno economico e politico, che ponga la Serbia sullo stesso piano delle nazioni circostanti, più che un reale sentimento europeista. Già in precedenza sono state ammesse nazioni con scarso entusiasmo per la UE, ma Bruxelles ha continuato le inclusioni basandosi sul principio che un aumento dei componenti dell'Unione fosse l'unica garanzia per renderla più forte. In sostanza si è scelta la quantità a scapito della qualità, non si sono cioè preferite soltanto quelle nazioni con autentici sentimenti europeisti. La Serbia, per il proprio recente passato, è rimasta ai margini della UE più di altri paesi dell'area, ma i dubbi sull'opportunità di un suo ingresso devono essere valutati attentamente e senza fretta alcuna: non vi è alcun bisogno di membri non sicuri.
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