Politica Internazionale

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giovedì 9 giugno 2011

Nello Yemen un conflitto americano

Dietro la rivolta che agita lo Yemen, si combatte una guerra non dichiarata degli Stati Uniti. Infatti i cacciabombardieri americani perseguono quella che ritengono la minaccia più immediata per i loro interessi nella penisola arabica: le formazioni di Al Qaeda presenti in terra yemenita. In realtà non è un conflitto nuovo, le azioni americane compiute in quella direzione sono state sospese circa un anno prima per alcuni fallimenti, che hanno determinato la morte di popolazione civile. La cellula yemenita di Al Qaeda è ritenuta dagli USA come quella emergente, dopo i duri colpi inferti alla testa dell'organizzazione terroristica in Pakistan. Gli USA sono particolarmente determinati per proteggere le proprie installazioni militari presenti nel Golfo Arabo, obiettivo ritenuto molto sensibile agli attacchi di Al Qaeda. Tuttavia gli USA patiscono, come limitante, la rivolta presente nello Yemen. Pur considerando positiva la ribellione, in chiave democratica, gli americani sono intralciati dal fatto che gli attivisti di Al Qaeda si mescolano e si confondono con i dimostranti contro il regime. Questa difficoltà ha determinato un atteggiamento prudente e di seconda fila degli USA nei confronti dei dimostranti, ai quali hanno indicato la preferenza per una transizione ordinata e trasparente.

mercoledì 8 giugno 2011

Prime crepe nell'esercito siriano

Parti dell'esercito siriano iniziano a rompere con il regime ufficiale, ed è questa la paura più grande per il regime di Assad. L'apparato siriano si fonda su una macchina della repressione il cui monopolio è totalmente in mano al clan insediato al governo. Si tratta di un monolite che non è mai stato scalfito nel tempo, ma che non è mai stato impiegato, specialmente sul fronte interno, in maniera così massiccia, per cui non è mai stato sottoposto a sollecitazioni così pesanti. Il protrarsi della protesta e della conseguente repressione mostra ora delle crepe nel sistema coercitivo messo in piedi da Damasco. Fonti ufficiali parlano di interi reparti dell'esercito caduti in imboscate ad opera di uomini armati, ma l'evenienza pare troppo remota perchè si tratterebbe di reparti corazzati, praticamente non battibili se non da truppe equipaggiate con mezzi analoghi. Il sospetto è che si tratti di regolamenti di conti tra truppe fedeli al regime contro reparti che cominciano a soffrire l'impiego repressivo contro i civili. La questione è di fondamentale importanza nell'economia della questione siriana: senza l'unità della forza repressiva il regime è, di fatto, isolato e destinato a fine certa. Probabilmente l'imbarbarimento della dura risposta militare deriva da questa consapevolezza. Peraltro Assad non ha antagonisti sufficientemente motivati in campo internazionale, le misure prese dalla comunità internazionale sono infatti insufficienti a fermare il pugno di ferro verso gli oppositori. Quello che manca è la spinta necessaria a sanzionare adeguatamente il regime, al di la delle dichiarazioni di facciata e delle petizioni di intenti; con questo stato di cose il regime di Damasco non è abbastanza intimorito e continua indisturbato nella repressione. La questione è spinosa, la vicinanza della Siria all'Iran, impone la massima cautela, ma appare irreale che il regime cada da solo in tempi brevi, senza alcuna forma di pressione esterna. Si possono bene comprendere le remore degli USA, già impegnati su più fronti, ma, altresì, non è chiaro il temporeggiamento di UE e sopratutto ONU, che dovrebbero dare alla vicenda un peso ben maggiore di quello fino ad ora dedicatogli.

martedì 7 giugno 2011

Lo Yemen ancora nel caos

Gli USA e di principali stati europei chiedono, per lo Yemen, una transizione di potere pacifica, sostenendo l'iniziativa portata avanti dall'Arabia Saudita, paese dove si trova il contestato presidente Ali Abdullah Saleh, convalescente dopo i postumi delle ferite riportate nel bombardamento del palazzo presidenziale. Quello che si teme è che un possibile ritorno in patria del presidente, al potere da ben 33 anni, che potrebbe ulteriormente aumentare i disordini, già molto gravi. Nella giornata di ieri ancora morti, tra cui alcuni uomini che il governo in carica indica legati ad Al-Qaeda. Intanto il Consiglio di cooperazione del Golfo, che riunisce i paesi filo occidentali della penisola araba, non riesce a trovare un accordo che favorisca la distensione tra il presidente yemenita in carica ed il fronte delle opposizioni, non riuscendo di fatto ad interrompere le proteste anti regime che hanno provocato più di 450 morti e la fuga di migliaia di persone dai luoghi dove si sono verificate. I partiti politici insistono nella richiesta della nomina di un vice presidente, atto simbolico ritenuto il primo passo per un trasferimento del potere. L'obiettivo è ritenuto prioritario anche dal Consiglio di cooperazione del Golfo per attenuare le rivolte. Questa incrinatura nel regime in vigore da 33 anni può significarne il tramonto.

Dove va Israele?

I recenti fatti alla frontiera della Siria, la posizione sempre più arroccata del premier, le proteste, che seppure in minoranza, cominciano ad acquistare una grossa rilevanza nel paese, fanno nascere la domanda dove sta andando Israele? Il governo del paese sta assumendo una posizione sempre più isolata ed è significativo che la protesta monti anche dall'interno. Se per la comunità internazionale la creazione dello stato palestinese è ormai più che una esigenza necessaria per dare un concreto avvio al processo di pace, il governo di Tel Aviv sta facendo di tutto per andare nella direzione opposta. Le proposte del premier israeliano, infatti sembrano fatte apposta per contrastare ogni possibile forma di dialogo ed il gelo con il quale Obama ha congedato Netanyahu, la dice lunga sui sentimenti dell'amministrazione americana, nonostante gli applausi raccolti dal premier di Tel Aviv al congresso e provenienti dalla parte repubblicana. Il governo israeliano non pare essersi accorto dei cambiamenti politici che stanno avvenendo attorno ai suoi confini e pare vivere in un limbo per niente sicuro. L'atteggiamento dello struzzo che sta portando avanti Netanyahu, oltre ad essere irresponsabile, denuncia una miopia circa gli obiettivi da raggiungere molto preoccupante, non è vivendo alla giornata con una tattica attendista che si costruisce il futuro del paese. Frattanto i palestinesi stanno optando per tattiche di rivolta pacifiche, che gettano ulteriore discredito sull'azione dello stato israeliano: una cosa è effettuare una repressione a seguito di atti violenti, un'altra è sparare su dimostranti disarmati. I palestinesi sembrano aver capito la maggiore risonanza di queste tattiche e si avvicinano al cruciale appuntamento di settembre, quando verrà discussa all'ONU la richiesta palestinese della necessità di un loro stato libero e sovrano, con il favore dell'opinione pubblica. Cosa farà Israele se l'ONU riconoscerà questo diritto ai palestinesi? Già il solo fatto di riuscire a portare nella sede delle Nazioni Unite il problema porterà alla ribalta, sempre che ve ne fosse bisogno, un argomento che il governo israeliano preferiva fare passare sotto silenzio. La pressione mediatica che rischia di abbattersi su Israele potrebbe essere enorme e potrebbe determinare un isolamento ulteriore e non si tratterebbe di un magnifico isolamento.

lunedì 6 giugno 2011

La Russia critica sull'intervento in Libia

Mosca si dimostra sempre più in disaccordo con la guerra in Libia. L'astensione nell'ambito del Consiglio di sicurezza, sull'intervento in Libia era già stata concessa con difficoltà, con il solo intento umanitario per la protezione dei civili. Le tante escalation operative messe in campo dall'alleanza dei volenterosi hanno incrinato la già sofferta astensione, che di fatto, ha permesso l'azione militare. L'ultimo atto delle forze alleate contro Gheddafi, l'impiego degli elicotteri in azioni armate, ha suscitato grandi proteste da parte dell'amministrazione russa, per il livello militare raggiunto. L'impiego di aviazione leggera non pare, in verità, essere previsto dalla risoluzione dell'ONU sull'intervento in Libia, dove si parlava di intervento aereo, inteso come aviazione classica, per proteggere la popolazione civile. Gli obiettivi che si possono raggiungere con l'utilizzo di elicotteri sono ben diversi da quelli preventivati nella risoluzione, si tratta della possibilità di colpire forze avverse a distanza ravvicinata, è l'ultimo gradino prima di utilizzare truppe di terra. Il timore russo è che questa prassi si allarghi ad altri teatri critici, la dottrina di Mosca, in campo internazionale prevede, infatti, che sulle questioni interne non vi sia ingerenza esterna, tantomeno con il benestare dell'ONU. E' una visione opposta a quella americana, che preferisce, invece, agire con il beneplacito delle Nazioni Unite su scenari internazionali. Prendendo questa piega difficilmente la Russia fornirà ancora l'astensione per regolare altre questioni di politica interna di altri stati, anche in presenza di gravi violazioni a danno dei civili. La dottrina russa è condivisa da un'altra nazione che detiene il seggio permanente al Consiglio di sicurezza: la Cina, che forse a causa dei propri problemi interni preferisce evitare i riflettori.

domenica 5 giugno 2011

La Merkel sollecita la riforma del Consiglio di sicurezza dell'ONU

La cancelliera tedesca Angela Merkel, durante il discorso tenuto alla conferenza della Chiesa Evangelica Tedesca di Dresda, ha richiesto una riforma urgente del Consiglio di sicurezza dell'ONU. Le ragioni sollevate dalla Merkel sono, in effetti condivisibili, in un mondo globalizzato, l'unico strumento di una qualche utilità per regolare le questioni internazionali è frutto del risultato della seconda guerra mondiale, ormai sessanta anni fa. Con le trasformazioni economiche, tecnologiche, sociali e politiche appare chiaro che la composizione del Consiglio di sicurezza sia ormai obsoleta. La cristallizzazione della composizione lascia inalterato l'equilibrio nato dalla fine del conflitto mondiale e non tiene conto dei nuovi soggetti nati dal procedee del corso della storia. La richiesta è anche giustificata dal fatto che se si vuole puntare , in modo certamente da definire, in uno strumento planetario che possa risolvere, almeno le situazioni più pericolose tra gli stati, non può essere bloccato dal diritto di veto di un membro che da sempre occupa quello scranno. La norma che regola la rotazione tra i membri non fissi non è più sufficiente a garantire l'equilibrio politico internazionale che l'attuale momento richiede. Occorre ridisegnare la mappa e le norme che regolano l'istituzione del Consiglio di sicurezza, anche in funzione di accelerare le sue decisioni, come impongono gli stretti tempi di una crisi che si presenta sullo scenario mondiale. Il problema sollevato dalla Merkel rivela la grande sensibilità verso un governo mondiale dei momenti difficili, necessario e non più rinviabile, nell'attuale teatro mondiale delle relazioni internazionali, dove sempre più elementi e varibili si legano tra di loro per concorrere sia alla creazione che alla risoluzione dei problemi emergenti. La collaborazione internazionale è sempre più necessaria anche nell'ottica di una prevenzione dei vari momenti di crisi, che spesso riguardano la vita stessa di un numero elevato di persone. La speranza che gli stati siano sensibili al problema, per studiare nuove norme per il Consiglio di sicurezza può creare le condizioni per nuove vie per la pace mondiale.

sabato 4 giugno 2011

La Cina teme l'anniversario di Tienenmen

Il governo della Repubblica Popolare Cinese teme il ventiduesimo anniversario di Tienanmen. La data cade in un lungo week end e si temono manifestazioni di opposizione al regime. Starebbero anche circolando voci che l'amministrazione di Pechino stia tentando di comprare il silenzio delle famiglie delle vittime per spegnere ulteriori possibilità di manifestazioni. In realtà pare molto difficile che l'apparato cinese riesca a contenere la protesta che sta montando sempre più massiccia e che non si lascerà sfuggire l'occasione di manifestare il proprio dissenso con le telecamere accese di tutti i network mondiali. Nel frattempo le forze di polizia cinese hanno intensificato la presenza sul luogo simbolo della dissidenza cinese, una presenza che dovrebbe, nell'intenzione del governo, dissuadere ogni forma di protesta. Ciò che preoccupa di più l'establishment cinese è lo scontato raccordo che la protesta può fare, richiamandosi alla primavera araba e convertire il tutto in primavera cinese. Sono infatti molti i casi di violazione dei diritti umani, che potrebbero scatenare rivolte analoghe a quelle della sponda sud del Mediterraneo, segnalati dalle varie organizzazioni semi clandestine, che si occupano della materia, anche se su questo aspetto Pechino ha dichiarato che mai come in questo momento in Cina sono rispettati proprio i diritti umani.