Blog di discussione su problemi di relazioni e politica internazionale; un osservatorio per capire la direzione del mondo. Blog for discussion on problems of relations and international politics; an observatory to understand the direction of the world.
Politica Internazionale
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mercoledì 13 luglio 2011
La Cina frena la propria economia per fermare l'inflazione
La Cina è alle prese con l'inflazione, la crescita del fenomeno si è attestata al 6,4% a giugno, il dato più alto registrato da tre anni a questa parte. La tendenza è in contrasto con gli obiettivi, sia economici che sociali, che il governo cinese ha legato al contenimento del fenomeno inflattivo. Come valore massimo che il governo cinese considera accettabile è stato scelto il 4%, ma il premier Wen Jiabao ha già praticamente ammesso l'impossibilità del contenimento dell'inflazione a tale livello. Le statistiche denunciano la crescita dei prodotti alimentari con valori intorno al 14%, con picchi del 57% per il costo della carne di maiale. La maggiore preoccupazione per Pechino sono gli effetti del fenomeno sulla stabilità sociale, già provata dalle sperequazioni sociali, dalla corruzione e dal malfunzionamento della cosa pubblica. L'alto livello di allerta da parte dell'apparato cinese teme una recrudescenza delle manifestazioni contro il regime, che possono trovare un volano nel malcontento popolare generato dalla crescita dei prezzi. L'azione della Banca centrale cinese si è incentrata sull'aumento del tasso di interesse ed aumentando la percentuale di riserva obbligatoria delle banche. Tali provvedimenti potrebbero dare i loro risultati più avanti, anche se secondo alcuni economisti queste misure non sono sufficienti e dovranno essere integrate da metodi ancora più severi. Questa tendenza è nettamente in contrasto con la politica finanziaria seguita fino ad ora dal governo di Pechino, che ha usato la liquidità bancaria per continuare a stimolare la crescita, anche durante la crisi del 2008. Ora, con la politica di innalzamento dei tassi si procede nella direzione contraria: stretta del credito per le imprese e sacrificio di qualche punto di crescita, nella speranza di ottenere, in cambio, un calo drastico dell'inflazione. Tuttavia questa prospettiva rischia di innescare una frenata della locomotiva cinese andando ad impattare sulla crescita globale del pianeta, tra l'altro quando le stime per gli USA sono state riviste al ribasso; ciò ha provocato diversi dubbi da parte degli analisti sulla tenuta dell'economia cinese tanto che Standard&Poor’s potrebbe rivedere il proprio rating sulla Cina.
La nuova fase della guerra afghana
La recrudescenza degli attentati in Afghanistan segna una nuova fase all'interno del conflitto. L'offensiva diplomatica messa in campo dagli USA, in accordo non ufficializzato con Karzai, che vede come interlocutore la parte moderata dei Talebani, incontrati a più riprese in terreno neutrale con l'assistenza del Qatar, ha suscitato l'ira della parte più integralista del movimento. L'exit strategy elaborata dall'amministrazione Obama prevede un accordo di massima con alcune parti del movimento integralista, in modo da preservare la fragile impalcatura dello stato afghano. Questa mossa ha però creato una serie di ripercussioni destinate a variare i delicati equilibri interni allo stato di Kabul, in primis, ed alla frontiera pakistana di conseguenza. La galassia talebana non è un monolite che si muove in modo univoco e senza sbandamenti ma è il frutto di una visione massimalistica tenuta insieme dall'avversione al nemico invasore, oltre questo, la composizione è formata da posizioni diverse, sopratutto in relazione allo stato afghano, con una divisione spesso composta su base tribale che da vita a differenze anche profonde, in special modo sui temi di politica interna. Per contrastare le trattative, la parte più estrema, contraria alla soluzione diplomatica e timorosa di essere lasciata fuori dal processo della ricostruzione dello stato, che inevitabilmente partirà da basi nuove (cioè con la partecipazione dei talebani che partecipano alle trattative con gli USA), lancia una offensiva con l'unico mezzo di cui conosce gli effetti e che può padroneggiare, cioè la violenza. L'uccisione del fratellastro di Karzai, uomo compromesso con il traffico dell'oppio, ma anche con la CIA, quindi strumento americano per la penetrazione sul territorio, è un chiaro segnale in tal senso: fare terra bruciata intorno agli USA, di coloro che si prestano alle trattative. Ora per gli Stati Uniti è essenziale accelerare mettendo sul tavolo risultati tangibili in modo da costringere anche la parte integralista a sedersi a trattare. Ciò è ancora più essenziale perchè il Pakistan, non ha preso bene l'intenzione di ritirare le truppe USA e minaccia, anch'esso di ridurre le truppe alla frontiera afghana. E' un fattore da non sottovalutare, perchè renderebbe la zona al confine tra i due stati uno stato negli stati, una nazione talebana di tipo integralista ancora meno controllabile di adesso. Una tale entità costituirebbe un nemico praticamente invincibile per lo stato afghano, sguarnito dalla protezione americana; mentre per il Pakistan sarebbe la naturale conseguenza di un territorio già da ora non controllabile, con cui però tenere contatti non ufficiali: in poche parole senza grosse differenze da ora. Per gli USA, si capisce, il momento è cruciale, la necessità di comprimere la propria forza si scontra con l'ovvia lentezza dell'azione diplomatica, ma nel contempo la necessità del risultato può portare a mosse avventate, starà alla bravura di Hillary Clinton trovare la giusta quadratura del cerchio.
martedì 12 luglio 2011
La zona euro e le crisi finaziarie
Dopo i problemi islandesi,irlandesi, portoghesi e greci, la speculazione pare avere preso di mira l'Italia. I forti ribassi della borsa di Milano mettono a fuoco quella che potrebbe essere la prossima vittima europea. Certo le situazioni politica ed economica italiana, possono spiegare gran parte del problema, ma ciò è solo complementare al vero nocciolo della questione, ne costituisce, cioè un aggravante. Intanto una considerazione, mettendo sotto tiro l'Italia, il movimento speculativo cerca di fare un salto di qualità nella propria strategia di guadagno: l'economia italiana è di gran lunga superiore a quelle già entrate nell'occhio del ciclone, un crollo strutturale dovuto alla speculazione rischierebbe di tirarsi dietro l'intero sistema dell'euro con conseguenze disastrose per l'Unione Europea. In questo momento l'Italia ed anche la Spagna, patisce, sostanzialmente, la debolezza costitutiva dell'impalcatura costruita intorno alla moneta unica europea. La creazione dell'area dell'Euro è stata fatta sommando tra di loro economie non omogenee, con diverse problematiche da affrontare e diverse scale di sviluppo e di crescita. Avere stabilito un valore nominale delle singole monete europee ha costituito la scelta di un metodo, tra i tanti possibili, ma non certo il migliore, che potesse garantire una qualche uniformità dei vari sistemi economici che formavano il puzzle della moneta unica. Peraltro pensare che soltanto l'adozione di una unica moneta permettesse, senza aggiustamenti, di mettere sullo stesso piano economie come quella tedesca e ad esempio, quella portoghese, costituisce il peccato originale della creazione dell'Euro. Quello che è mancato è stato un indirizzo, se non unico, almeno unitario nella conduzione della finanza e dell'economia europea, non si è fatto, cioè, sistema, ma si è creata la somma vettoriale di economie molto diverse e nella somma dei vettori vince il più forte. Nel caso specifico il vettore più forte, ma che fa anche da traino, è la Germania, la cui economia ha garantito la disponibilità finanziaria per emettere prestiti ai paesi in difficoltà (la Grecia è il classico esempio). La mancanza di un bilanciamento tra le sproporzioni e le differenze economiche ha materialmente favorito gli speculatori, che bene si sono insinuati nei buchi del sistema. I recenti provvedimenti della UE, come la creazione di un fondo speciale di salvataggio per il debito degli stati, dicono che gli eurocrati si sono accorti delle deficienze del sistema, tuttavia si tratta di provvedimenti tampone, che non colmano le mancanze a livello politico. Vi è ancora troppa gelosia da parte dei governi della loro autonomia di azione, che spesso ha obiettivi di breve periodo, a scapito di una azione portata avanti a livello centrale con una vista che va oltre il risultato elettorale locale. Senza questo convincimento e la successiva riforma del sistema economico e finanziario in senso europeista, tutte le misure correttive avranno il solo significato di espedienti estemporanei incapaci di colmare lacune sistemiche.
giovedì 7 luglio 2011
ONU: diminuisce la povertà nel mondo
La crescita dei paesi in via di sviluppo, in special modo dell'area asiatica, permetterà di raggiungere l'obiettivo di dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015. E' quanto sostenuto da un recente rapporto delle Nazioni Unite. Il criterio che fu individuato nel 2000, consisteva nel dimezzare il numero delle persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, rispetto al 1990. Disaggregando il dato totale, appaiono delle grosse differenze, infatti in Asia orientale, il tasso di povertà dovrebbe discendere sotto al 5% entro il 2015, in India dal 51% del 1990 si attende il 22% nel 2015, ,mentre è più complessa la situazione dell'Africa sub-sahariana, sia per la difficoltà del reperimento dei dati, sia per le oggettive carenze strutturali, che non permettono uno sviluppo paragonabile a quello delle tigri asiatiche, il dato dovrebbe, comunque, attestarsi intorno al 36% per il 2015, che confrontato al 58% del 1990, rappresenta un miglioramento sostanziale. Le stime tengono conto dei rallentamenti alla crescita imposti dalle crisi economico finanziarie e permettono, nonstante queste, di affermare che il ritmo della discesa del tasso di povertà non dovrebbe subire rallentamenti. Malgrado i progressi e le affermazioni dell'ONU, la povertà resta ancora lontana da sconfiggere, il dato su cui si basa l'obiettivo delle Nazioni Unite costituisce, invero, un traguardo non più adatto ai tempi in cui viviamo. Aldila dello scopo umanitario, la fetta di popolazione tagliata fuori dai processi economici, proprio a causa della mancanza di risorse proprie, costituisce un ostacolo al propagarsi dello sviluppo, che non va inteso come mero consumismo, ma come occasione di crescita e di usabilità di bisogni considerati primari nell'occidente: come l'istruzione e la formazione, l'accesso alle cure mediche ed anche una maggiore diffusione del benessere, con tutte le conseguenze del caso. Se l'ONU può parlare con soddisfazione per avere praticamente raggiunto l'obiettivo prefisso alla lottà alla libertà, su cui però sarà necessario dotarsi di obiettivi sempre nuovi, innalzando la somma di un dollaro al giorno, non così per quanto riguarda la lotta alla fame. Su questo punto resta ancora il 16% di popolazione che soffre di carenze alimentari endemiche, dovute a carestie, condizioni climatiche avverse, eventi atmosferici e guerre. La lotta alla denutrizione deve essere combattuta affrontando più nemici ed è necessaria la massima coordinazione e la massima razionalizzazione delle risorse, che, purtroppo, i paesi ricchi stentano ad elargire. Per questo è fondamentale la crescita di importanza politica dell'ONU, come ente sovranazionale capace di intervenire oltre che materialmente, sopratutto politicamente, fornendo pianificazione ed indirizzo necessarie per sconfiggere definitivamente la mancanza di cibo.
L'offensiva serba per entrare nella UE
L'azione della Serbia per superare gli effetti seguiti al conflitto derivato alla disgregazione della Yugoslavia, continua incessante, anche in ragione della richiesta di ammissione alla UE. Catturato ed estradato Radic e chiuso un accordo per la libera circolazione delle persone con il Kosovo, il premier serbo Tadic ha effettuato una visita ufficiale a Serajevo, la prima dal 2006. Oggetto della visita è l'approfondimento delle relazioni amichevoli tra i due paesi e, sopratutto, il riconoscimento del rispetto serbo all'integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina. L'importanza politica di questo passaggio risulta fondamentale nel quadro delle relazioni bilaterali tra i due paesi, in quanto sottolinea il mancato appoggio dello stato di Belgrado ai movimenti indipendentisti serbi presenti in Bosnia. Tadic punta molto sulla normalizzazione dei rapporti con gli stati ex jugoslavi, l'atto formale firmato con Pristina per la circolazione delle persone, è un chiaro segnale che Belgrado riconosce come validi i documenti rilasciati dal Kosovo ed è un chiaro passo verso il riconoscimento dell'indipendenza della ex provincia serba. I negoziati sono stati vivamente caldeggiati dalla UE, che segue con attenzione i movimenti di Belgrado, in quanto candidata all'entrata nell'unione. Già nel 2010 il premier Tadic aveva compiuto una visita a Vukovar, in Croazia, dove si era pubblicamente scusato per il massacro serbo avvenuto nel 1991. Occorre considerare che i movimenti di Tadic non sono così agevoli come potrebbero risultare dall'esterno, essendo atti che paiono quasi scontati. In Serbia è molto vivo ed attivo, il movimento nazionalista, che porta avanti l'idea, ormai anti storica, di grande Serbia e che raccoglie diversi gruppi estremisti, capaci di aggregare la protesta contro il governo. Inoltre è diffuso un sentimento anti occidentale che non vede di buon occhio le aperture del paese verso l'esterno e non comprende le esigenze, sia politiche che economiche della nazione. E' pur vero che questi fronti interni costituiscono la minoranza in un paese, che avverte la necessità di entrare in Europa come medicina necessaria ad uscire da un isolamento nocivo per la stessa storia della Serbia, ma che tuttavia posseggono forti motivazioni per contrastare l'azione del governo ed hanno un forte peso specifico politico. L'innalzamento dell'azione politica di Tadic, oltre alla pacificazione della ex jugoslavia, punta ad ottenere ulteriori punti per accreditare il paese per l'ingresso nella UE, considerato fondamentale dall'amministrazione di Belgrado. Proprio per questa ragione si è obiettato sulla genuinità di questi interventi, visti, appunto, come viatico per il passaporto UE, tuttavia queste mosse sono stati atti reali e tangibili, che hanno avuto ricadute sia sulla politica interna che su quella estera di Belgrado.
mercoledì 6 luglio 2011
Emergenza Somalia
Gli effetti della guerra in Somalia hanno, ormai la portata di tragedia umanitaria. Gran parte del popolo somalo è costretto a fuggire dalla guerra in corso nella propria nazione e la fuga ha raggiunto dimensioni bibliche. L'ACNUR, la commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati, calcola che circa un quarto dell'intera popolazione somala, stimata in circa 7,5 milioni di persone, siano sfollati internamente al paese (1,46 milioni) o sia espatriata. In Kenia vivono 405.000 somali, che si sommano a 187.000 in Yemen e 110.000 in Etiopia. Il principale problema è la carestia alimentare che attanaglia questa popolazione in fuga, specialmente i bambini, che soffrono maggiormente la mancanza di alimentazione. Più del 50% dei bambini in Etiopia patiscono una malnutrizione acuta, mentre quelli in Kenya ne sono colpiti circa tra il 30 ed il 40 %.
Gli aiuti delle ONG non riescono a soddisfare la domanda alimentare e la stessa azione delle Nazioni Unite è ormai insufficiente, non solo dal punto di vista operativo, ma, ancora peggio, da quello politico. La mancata risoluzione della guerra somala è una ulteriore dimostrazione dell'inadeguatezza dell'ONU, che non riesce ad imporsi come soggetto capace di riuscire a gestire le crisi, in special modo, le più lunghe. Non si capisce come mai non si ripensi daccapo alla risoluzione del problema, senza trovare nuove soluzioni. Mentre su altri scenari vi è uno spiegamento militare ingente, la Somalia appare abbandonata a se stessa. Stessa cosa per la gestione del problema dei rifugiati, che hanno trovato asilo in nazioni molto povere e tormentate, non in grado di fornire la necessaria assistenza e letteralmente lasciate sole di fronte all'emergenza. Quella che manca è anche la solidarietà pratica dei paesi ricchi, che si accapigliano per numeri esigui di immigrati (si veda la questione tra Italia e Francia, in occasione della guerra libica), mentre nazioni povere e con difficoltà interne di stabilità, sono costrette a ricevere ondate migratorie di dimensioni molto più grandi. I due fenomeni associati insieme compiono una rappresentazione dell'occidente terribile, che non può non determinare una condanna senza appello per i paesi ricchi. Anche questi elementi fanno comprendere la decadenza cui sono soggetti.
Gli aiuti delle ONG non riescono a soddisfare la domanda alimentare e la stessa azione delle Nazioni Unite è ormai insufficiente, non solo dal punto di vista operativo, ma, ancora peggio, da quello politico. La mancata risoluzione della guerra somala è una ulteriore dimostrazione dell'inadeguatezza dell'ONU, che non riesce ad imporsi come soggetto capace di riuscire a gestire le crisi, in special modo, le più lunghe. Non si capisce come mai non si ripensi daccapo alla risoluzione del problema, senza trovare nuove soluzioni. Mentre su altri scenari vi è uno spiegamento militare ingente, la Somalia appare abbandonata a se stessa. Stessa cosa per la gestione del problema dei rifugiati, che hanno trovato asilo in nazioni molto povere e tormentate, non in grado di fornire la necessaria assistenza e letteralmente lasciate sole di fronte all'emergenza. Quella che manca è anche la solidarietà pratica dei paesi ricchi, che si accapigliano per numeri esigui di immigrati (si veda la questione tra Italia e Francia, in occasione della guerra libica), mentre nazioni povere e con difficoltà interne di stabilità, sono costrette a ricevere ondate migratorie di dimensioni molto più grandi. I due fenomeni associati insieme compiono una rappresentazione dell'occidente terribile, che non può non determinare una condanna senza appello per i paesi ricchi. Anche questi elementi fanno comprendere la decadenza cui sono soggetti.
Cina e Vaticano: rapporti in peggioramento
I rapporti tra Cina e Vaticano segnano un ulteriore peggioramento. La nomina di un vescovo nella chiesa patriottica cinese, viene vissuta dal Vaticano come l'ennesima ingerenza nella propria sfera d'azione. Per oltre Tevere l'investitura vescovile, avvenuta alla presenza di altri sette vescovi, viola palesemente l'ordinamento canonico vigente, perchè emessa senza alcuna autorità, fatto che prevede espressamente sanzioni da parte dell'autorità ecclesiastica. L'azione di Pechino pare rientrare nella strategia, sempre più insistita ed avvolgente, di contenere e soffocare ogni forma di opposizione possibile, che possa andare ad incrinare il sistema di potere, basato sul monolitismo del Partito comunista. Spesso il diritto di esercitare la propria religione è stato osteggiato ma negli ultimi tempi l'amministrazione cinese ha preferito incanalare il sentimento religioso, tra cui il culto cattolico, in una organizzazione strettamente controllata, che costituisce la chiesa patriottica cinese. L'invasione nelle prerogative della chiesa cattolica ufficiale non ha fatto altro che incrinare ulteriormente i rapporti tra i due stati, già gravati da anni di persecuzioni ai danni dei cattolici cinesi, organizzati in forma clandestina e sotterranea, ed oggetto di forti persecuzioni, che hanno causato torture e prigionia. L'irritazione del Vaticano è indirizzata anche verso il proprio clero, che non esita a passare con la chiesa patriottica, non sfuggendo alle concrete possibilità di carriera assicurate. Le relazioni tra i due stati sono formalmente interrotte dal 1951 e dopo un periodo di sostanziale riavvicinamento, attualmente la situazione è di nuovo molto compromessa e per il futuro non pare si possa nutrire speranze positive, giacchè Pechino ha affermato che presto ci saranno altre 40 ordinazioni di vescovi nella chiesa patriottica cinese.
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