Politica Internazionale

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venerdì 15 luglio 2011

Il Sud Sudan è il 193° membro dell'ONU

Il Sud Sudan è il 193° membro delle Nazioni Unite. L'Assemblea ha approvato il nuovo membro per acclamazione, era dal 2006, con l'ammissione dello stato del Montenegro, che non vi erano nuovi ingressi. Il nuovo stato ha proclamato la sua indipendenza dal Sudan lo scorso Gennaio con un referendum, che Kartoum ha accettato in modo tutto sommato pacifico. La creazione del Sud Sudan ha avuto, però, una genesi più complicata a causa di diversi anni di guerra, conclusi con gli accordi di pace del 2005, tra le due parti del paese: il nord a maggioranza musulmana ed il sud cristiano ed animista. Il ministro sudsudanese della giustizia, Jeff Radebe, ha sottolineato come il suo paese è una eccezione nell'uso africano di mantenere le frontiere imposte dal colonialismo. In effetti questa particolarità può indicare una nuova via nella creazione di nuove entità statali da aggregati sovrani artificiali, che spesso hanno portato a diversi conflitti interni, creando e talvolta aumentando la povertà nel continente africano. Il processo di costituzione del Sud Sudan, specialmente nella sua parte conclusiva può ispirare, una nuova redistribuzione territoriale su base di appartenenza sociale (etnica e/o religiosa), senza così alimentare quello che è stata la ragione dei tanti conflitti esplosi in Africa negli scorsi anni.

giovedì 14 luglio 2011

La Lega Araba chiederà all'ONU il riconoscimento per la Palestina

La Lega Araba porterà alle Nazioni Unite la domanda di adesione della Palestina. Nabil al-Arabi il capo dell'organizzazione pan-araba, ha dato l'annuncio ufficiale alla presenza del presidente palestinese Mahmoud Abbas. Le linee guida della domanda verteranno sulla ricerca del sostegno internazionale per il riconoscimento dello stato di Palestina con capitale a Gerusalemme Est e che rientri nei confini del 1967. I palestinesi, attraverso il loro negoziatore Saeb Erekat, hanno affermato di cercare di estendere il riconoscimento del proprio stato, già accordato da 117 nazioni, con o senza il veto degli USA.
Tecnicamente la questione è importante perchè il veto degli USA, il maggiore alleato di Israele, componente del Consiglio di sicurezza dell'ONU, non può permettere l'ingresso della Palestina nel consesso delle Nazioni Unite, l'unica alternativa è l'ammissione con lo status di osservatore come Stato non membro. Questa eventualità riuscirebbe comunque ad andare contro le speranze israeliane di non arrivare neppure alla presentazione della domanda all'ONU, per non dare rilevanza internazionale al caso palestinese. L'ammissione, anche soltanto come stato non membro osservatore, darebbe comunque alla Palestina una dignità statale che fino ad ora è mancata, per contro Israele, pur non riconoscendo la Palestina come stato sovrano, si dovrà porre in maniera differente di fronte all'opinione pubblica internazionale, ogni qualvolta intendesse agire nei confronti della Palestina stessa. Dal punto di vista delle relazioni internazionali si innescherebbe un meccanismo di difficile gestione per Tel Aviv, che non avrebbe più la libertà attuale. La mossa palestinese di fatto obbligherà Israele a cercare una strategia alternativa, non più soltanto dal punto di vista militare, ma sopratutto diplomatico, evenienza, questa, che, allo stato attuale dell'arte, non pare di agevole percorribilità per le attitudini di questo governo israeliano, schiacciato tra la pressione politica dell'amministrazione Obama, che spinge per una soluzione definitiva della questione palestinese, e la paura di dove andranno a finire le primavere arabe.

La nuova strategia talebana e l'importanza del Pakistan

Il recente attentato in cui hanno perso la vita militari francesi ed un civile afghano, presenta, secondo i comandi transalpini, anomalie indicative del cambiamento della strategia militare dei talebani. Il sospetto è che siano stati usati kamikaze non afghani, ma terroristi arabi provenienti dal Pakistan. Innanzitutto appare chiaro che le azioni terroristiche si stiano concentrando sulle truppe di quelle nazioni in cui è presente un dibattito, talvolta acceso, sulla opportunità di portare avanti la missione afghana. Non è un caso che sia Francia che Italia, in questo contesto, siano state oggetto di attentati sanguinosi. Si mira a fare terra bruciata attorno agli Stati Uniti, premendo sull'opinione pubblica e sui governi di paesi alleati in difficoltà al proprio interno e sull'orlo di elezioni. Il possibile ritiro di questi paesi trasferirebbe il quasi totale monopolio della forza ai militari afghani, non ancora del tutto pronti ad assumere in toto l'impegno, questo è senz'altro uno degli obiettivi che i talebani cercano di conseguire, per affrontare un avversario meno forte e preparato. Tuttavia la nuova modalità praticata dai terroristi, se accertata, denuncia una carenza nelle forze talebane, ormai consapevoli di non essere in grado di affrontare in campo aperto truppe regolari, ma rileva anche il pericoloso coinvolgimento di kamikaze stranieri, che, in qualche modo, internazionalizza il conflitto anche da parte degli insorti. L'aspetto non è da sottovalutare, perchè confermerebbe, ancora una volta e se ce ne fosse ancora bisogno, della pericolosa ambiguità da parte pakistana, come base logistica del terrorismo islamico. Questo fattore costituisce un nodo cruciale per la soluzione del conflitto, perchè senza la soluzione di questo punto non si può parlare di sconfitta del terrorismo islamico, vanificando gli ingenti sforzi compiuti sia in vite umane che in capitale finanziario. Non è azzardato affermare che senza l'appoggio pakistano, con o senza una complicità dell'apparato statale di Islamabad, l'andamento del conflitto e le stesse prospettive dello stato afghano sarebbero da inquadrare in tutt'altra ottica. Se il ritiro delle truppe è una via ormai irrinunciabile, non resta che l'offensiva diplomatica per convincere il Pakistan a collaborare fattivamente, attraverso accordi e collaborazioni e sopratutto cercando di sottrarlo alla sfera cinese, come sta avvenendo. La Cina non è, per ora interessata, alla lotta al terrorismo islamico, perchè la sua struttura di stato è impermeabile alle influenze esterne e punta ad una espansione di tipo economico, dove la politica costituisce solo il metodo per raggiungere gli obiettivi commerciali e produttivi. La politica estera cinese non si intromette nella politica degli stati esteri per intima convinzione e ciò permetterebbe la crescita ulteriore di quei movimenti che sono la base per il reclutamento dei terroristi. Diventa allora necessario riportare o portare a tutti gli effetti, nell'orbita occidentale, il Pakistan per tagliare i rifornimenti ai gruppi talebani.

mercoledì 13 luglio 2011

La Cina frena la propria economia per fermare l'inflazione

La Cina è alle prese con l'inflazione, la crescita del fenomeno si è attestata al 6,4% a giugno, il dato più alto registrato da tre anni a questa parte. La tendenza è in contrasto con gli obiettivi, sia economici che sociali, che il governo cinese ha legato al contenimento del fenomeno inflattivo. Come valore massimo che il governo cinese considera accettabile è stato scelto il 4%, ma il premier Wen Jiabao ha già praticamente ammesso l'impossibilità del contenimento dell'inflazione a tale livello. Le statistiche denunciano la crescita dei prodotti alimentari con valori intorno al 14%, con picchi del 57% per il costo della carne di maiale. La maggiore preoccupazione per Pechino sono gli effetti del fenomeno sulla stabilità sociale, già provata dalle sperequazioni sociali, dalla corruzione e dal malfunzionamento della cosa pubblica. L'alto livello di allerta da parte dell'apparato cinese teme una recrudescenza delle manifestazioni contro il regime, che possono trovare un volano nel malcontento popolare generato dalla crescita dei prezzi. L'azione della Banca centrale cinese si è incentrata sull'aumento del tasso di interesse ed aumentando la percentuale di riserva obbligatoria delle banche. Tali provvedimenti potrebbero dare i loro risultati più avanti, anche se secondo alcuni economisti queste misure non sono sufficienti e dovranno essere integrate da metodi ancora più severi. Questa tendenza è nettamente in contrasto con la politica finanziaria seguita fino ad ora dal governo di Pechino, che ha usato la liquidità bancaria per continuare a stimolare la crescita, anche durante la crisi del 2008. Ora, con la politica di innalzamento dei tassi si procede nella direzione contraria: stretta del credito per le imprese e sacrificio di qualche punto di crescita, nella speranza di ottenere, in cambio, un calo drastico dell'inflazione. Tuttavia questa prospettiva rischia di innescare una frenata della locomotiva cinese andando ad impattare sulla crescita globale del pianeta, tra l'altro quando le stime per gli USA sono state riviste al ribasso; ciò ha provocato diversi dubbi da parte degli analisti sulla tenuta dell'economia cinese tanto che Standard&Poor’s potrebbe rivedere il proprio rating sulla Cina.

La nuova fase della guerra afghana

La recrudescenza degli attentati in Afghanistan segna una nuova fase all'interno del conflitto. L'offensiva diplomatica messa in campo dagli USA, in accordo non ufficializzato con Karzai, che vede come interlocutore la parte moderata dei Talebani, incontrati a più riprese in terreno neutrale con l'assistenza del Qatar, ha suscitato l'ira della parte più integralista del movimento. L'exit strategy elaborata dall'amministrazione Obama prevede un accordo di massima con alcune parti del movimento integralista, in modo da preservare la fragile impalcatura dello stato afghano. Questa mossa ha però creato una serie di ripercussioni destinate a variare i delicati equilibri interni allo stato di Kabul, in primis, ed alla frontiera pakistana di conseguenza. La galassia talebana non è un monolite che si muove in modo univoco e senza sbandamenti ma è il frutto di una visione massimalistica tenuta insieme dall'avversione al nemico invasore, oltre questo, la composizione è formata da posizioni diverse, sopratutto in relazione allo stato afghano, con una divisione spesso composta su base tribale che da vita a differenze anche profonde, in special modo sui temi di politica interna. Per contrastare le trattative, la parte più estrema, contraria alla soluzione diplomatica e timorosa di essere lasciata fuori dal processo della ricostruzione dello stato, che inevitabilmente partirà da basi nuove (cioè con la partecipazione dei talebani che partecipano alle trattative con gli USA), lancia una offensiva con l'unico mezzo di cui conosce gli effetti e che può padroneggiare, cioè la violenza. L'uccisione del fratellastro di Karzai, uomo compromesso con il traffico dell'oppio, ma anche con la CIA, quindi strumento americano per la penetrazione sul territorio, è un chiaro segnale in tal senso: fare terra bruciata intorno agli USA, di coloro che si prestano alle trattative. Ora per gli Stati Uniti è essenziale accelerare mettendo sul tavolo risultati tangibili in modo da costringere anche la parte integralista a sedersi a trattare. Ciò è ancora più essenziale perchè il Pakistan, non ha preso bene l'intenzione di ritirare le truppe USA e minaccia, anch'esso di ridurre le truppe alla frontiera afghana. E' un fattore da non sottovalutare, perchè renderebbe la zona al confine tra i due stati uno stato negli stati, una nazione talebana di tipo integralista ancora meno controllabile di adesso. Una tale entità costituirebbe un nemico praticamente invincibile per lo stato afghano, sguarnito dalla protezione americana; mentre per il Pakistan sarebbe la naturale conseguenza di un territorio già da ora non controllabile, con cui però tenere contatti non ufficiali: in poche parole senza grosse differenze da ora. Per gli USA, si capisce, il momento è cruciale, la necessità di comprimere la propria forza si scontra con l'ovvia lentezza dell'azione diplomatica, ma nel contempo la necessità del risultato può portare a mosse avventate, starà alla bravura di Hillary Clinton trovare la giusta quadratura del cerchio.

martedì 12 luglio 2011

La zona euro e le crisi finaziarie

Dopo i problemi islandesi,irlandesi, portoghesi e greci, la speculazione pare avere preso di mira l'Italia. I forti ribassi della borsa di Milano mettono a fuoco quella che potrebbe essere la prossima vittima europea. Certo le situazioni politica ed economica italiana, possono spiegare gran parte del problema, ma ciò è solo complementare al vero nocciolo della questione, ne costituisce, cioè un aggravante. Intanto una considerazione, mettendo sotto tiro l'Italia, il movimento speculativo cerca di fare un salto di qualità nella propria strategia di guadagno: l'economia italiana è di gran lunga superiore a quelle già entrate nell'occhio del ciclone, un crollo strutturale dovuto alla speculazione rischierebbe di tirarsi dietro l'intero sistema dell'euro con conseguenze disastrose per l'Unione Europea. In questo momento l'Italia ed anche la Spagna, patisce, sostanzialmente, la debolezza costitutiva dell'impalcatura costruita intorno alla moneta unica europea. La creazione dell'area dell'Euro è stata fatta sommando tra di loro economie non omogenee, con diverse problematiche da affrontare e diverse scale di sviluppo e di crescita. Avere stabilito un valore nominale delle singole monete europee ha costituito la scelta di un metodo, tra i tanti possibili, ma non certo il migliore, che potesse garantire una qualche uniformità dei vari sistemi economici che formavano il puzzle della moneta unica. Peraltro pensare che soltanto l'adozione di una unica moneta permettesse, senza aggiustamenti, di mettere sullo stesso piano economie come quella tedesca e ad esempio, quella portoghese, costituisce il peccato originale della creazione dell'Euro. Quello che è mancato è stato un indirizzo, se non unico, almeno unitario nella conduzione della finanza e dell'economia europea, non si è fatto, cioè, sistema, ma si è creata la somma vettoriale di economie molto diverse e nella somma dei vettori vince il più forte. Nel caso specifico il vettore più forte, ma che fa anche da traino, è la Germania, la cui economia ha garantito la disponibilità finanziaria per emettere prestiti ai paesi in difficoltà (la Grecia è il classico esempio). La mancanza di un bilanciamento tra le sproporzioni e le differenze economiche ha materialmente favorito gli speculatori, che bene si sono insinuati nei buchi del sistema. I recenti provvedimenti della UE, come la creazione di un fondo speciale di salvataggio per il debito degli stati, dicono che gli eurocrati si sono accorti delle deficienze del sistema, tuttavia si tratta di provvedimenti tampone, che non colmano le mancanze a livello politico. Vi è ancora troppa gelosia da parte dei governi della loro autonomia di azione, che spesso ha obiettivi di breve periodo, a scapito di una azione portata avanti a livello centrale con una vista che va oltre il risultato elettorale locale. Senza questo convincimento e la successiva riforma del sistema economico e finanziario in senso europeista, tutte le misure correttive avranno il solo significato di espedienti estemporanei incapaci di colmare lacune sistemiche.

giovedì 7 luglio 2011

ONU: diminuisce la povertà nel mondo

La crescita dei paesi in via di sviluppo, in special modo dell'area asiatica, permetterà di raggiungere l'obiettivo di dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015. E' quanto sostenuto da un recente rapporto delle Nazioni Unite. Il criterio che fu individuato nel 2000, consisteva nel dimezzare il numero delle persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, rispetto al 1990. Disaggregando il dato totale, appaiono delle grosse differenze, infatti in Asia orientale, il tasso di povertà dovrebbe discendere sotto al 5% entro il 2015, in India dal 51% del 1990 si attende il 22% nel 2015, ,mentre è più complessa la situazione dell'Africa sub-sahariana, sia per la difficoltà del reperimento dei dati, sia per le oggettive carenze strutturali, che non permettono uno sviluppo paragonabile a quello delle tigri asiatiche, il dato dovrebbe, comunque, attestarsi intorno al 36% per il 2015, che confrontato al 58% del 1990, rappresenta un miglioramento sostanziale. Le stime tengono conto dei rallentamenti alla crescita imposti dalle crisi economico finanziarie e permettono, nonstante queste, di affermare che il ritmo della discesa del tasso di povertà non dovrebbe subire rallentamenti. Malgrado i progressi e le affermazioni dell'ONU, la povertà resta ancora lontana da sconfiggere, il dato su cui si basa l'obiettivo delle Nazioni Unite costituisce, invero, un traguardo non più adatto ai tempi in cui viviamo. Aldila dello scopo umanitario, la fetta di popolazione tagliata fuori dai processi economici, proprio a causa della mancanza di risorse proprie, costituisce un ostacolo al propagarsi dello sviluppo, che non va inteso come mero consumismo, ma come occasione di crescita e di usabilità di bisogni considerati primari nell'occidente: come l'istruzione e la formazione, l'accesso alle cure mediche ed anche una maggiore diffusione del benessere, con tutte le conseguenze del caso. Se l'ONU può parlare con soddisfazione per avere praticamente raggiunto l'obiettivo prefisso alla lottà alla libertà, su cui però sarà necessario dotarsi di obiettivi sempre nuovi, innalzando la somma di un dollaro al giorno, non così per quanto riguarda la lotta alla fame. Su questo punto resta ancora il 16% di popolazione che soffre di carenze alimentari endemiche, dovute a carestie, condizioni climatiche avverse, eventi atmosferici e guerre. La lotta alla denutrizione deve essere combattuta affrontando più nemici ed è necessaria la massima coordinazione e la massima razionalizzazione delle risorse, che, purtroppo, i paesi ricchi stentano ad elargire. Per questo è fondamentale la crescita di importanza politica dell'ONU, come ente sovranazionale capace di intervenire oltre che materialmente, sopratutto politicamente, fornendo pianificazione ed indirizzo necessarie per sconfiggere definitivamente la mancanza di cibo.