Politica Internazionale

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giovedì 6 settembre 2012

Il piano di Cameron per risollevare l'economia inglese

La difficile situazione sociale inglese, impone all'esecutivo di Londra l'elaborazione di strategie che possano contenere il disagio ed evitare pericolose manifestazioni di protesta, poi degenerate, come nel passato. La criticità del mercato immobiliare, che sfiora la tragedia per l'impossibilità per molte persone di avere un alloggio decente, ha contribuito ad alimentare il fenomeno degli squatter, che con le occupazioni abusive di edifici sfitti, costituivano ormai una costante nel panorama sociale britannico. La recente disposizione che vieta questa pratica, rischia di andare ad ingrossare l'esercito di chi non ha più nulla da perdere ed innescare un autunno denso di incognite. Cameron individua nella crisi del settore immobiliare anche una opportunità di crescita economica mediante lo stimolo delle nuove costruzioni ed a tal fine ha presentato un piano che prevede la costruzione di 70.000 nuove abitazioni, capace di coinvolgere fino a 140.000 nuovi posti di lavoro. Le cifre stanziate sono consistenti: 50.000 milioni di euro per la costruzione delle infrastrutture e 12.500 milioni di euro per l'edificazione delle nuove case. Associate a questi stanziamenti, anche le norme di snellimento amministrativo per i costruttori di edifici popolari; inoltre, nel piano, si cercherà di recuperare un gran numero di alloggi sfitti. La misura, con i suoi importanti risvolti sociali, politicamente sembra adatta anche a fare dimenticare la recente proposta del leader liberale, che chiedeva l'introduzione della patrimoniale per abbassare la tassazione. Al forte dibattito che ne è seguito, che è stato fonte di particolari contrasti nella coalizione di governo, si è risposto con la soluzione dell'emergenza abitativa, che non è certo arrivata ora. I tempi sono certamente sospetti, il governo in carica ed il suo leader Cameron, non godono di elevati consensi e la coalizione che regge l'esecutivo sembra sempre meno salda, quale migliore momento per estrarre una soluzione populista, che accontenti, cioè, anche quella parte di elettorato conservatore presente nei ceti bassi, per calmare la situazione? Infatti la lettura del piano abitativo si presta a diversi livelli: se è vero che vi è questa emergenza nel Regno Unito, è anche vero che questa situazione è cristallizzata da tempo e Cameron non è arrivato al governo da poco; le facilitazioni ai costruttori possono rappresentare una occasione per speculazioni edilizie, che possono essere mascherate dallo stato di necessità; l'immissione di tale quantità di liquido a favore delle imprese costruttrici rappresenta un indubbio favore a quel settore produttivo. Resta la volontà di creare nuovi posti di lavoro, che è più una necessità, per calmierare un mercato della occupazione reso asfittico dalla crisi. Aldilà delle buone intenzioni e delle reali necessità del paese, Cameron pare tentare un aggiustamento di rotta del suo non magnifico mandato, imbarcandosi in una impresa in parte populista ed in parte affaristica, che se non giungerà a conclusione si rivelerà, oltre ad un fallimento, un tentativo costoso di impedire la redistribuzione del reddito proposta dai suoi alleati, compiendo la strenua difesa della tanta ricchezza nelle mani di pochi, restando così ancora attaccato alla fallace convinzione che favorire i ricchi rappresenta il maggiore stimolo dell'economia.


mercoledì 5 settembre 2012

Aiuti economici per l'Egitto

Il nuovo Presidente egiziano vuole ampliare le relazioni diplomatiche del suo paese, che Mubarak limitava, principalmente all'alleanza americana. La recessione economica, oltre ad una scarsa ampiezza delle relazioni diplomatiche, ereditata dal precedente regime, obbligano l'Egitto a muoversi in più direzioni, cambiando lo stato precedente. Dopo avere partecipato alla riunione dei paesi non allineati, con un intervento di una certa personalità, il Presidente egiziano intende percorrere la via orientale, allacciando rapporti con Pechino. La Cina ha già assicurato un prestito di 200 milioni di dollari e contratti nei settori chiave dell'agricoltura e delle telecomunicazioni. Per gli Stati Uniti, tradizionali alleati del paese, lo sviluppo delle relazioni con la Cina desta profonda inquietudine, prechè viene temuta la penetrazione di Pechino in un paese considerato strategico, per il mantenimento della pace nel medio oriente. Il primo effetto è la cancellazione di un miliardo di dollari dal debito che l'Egitto ha con gli USA, che ammontava ad un totale di tre miliardi; inoltre, Washington, ha sostenuto la concessione del prestito di 4, 8 miliardi di dollari concessi da parte del Fondo monetario internazionale. Gli americani cercano così di recuperare il tempo perduto nella transizione trascorsa dalla caduta di Mubarak, che si è conclusa con la vittoria elettorale dei partiti islamici. La Casa Bianca avrebbe preferito una vittoria del candidato dei militari, con il conseguente mantenimento del potere delle forze armate, percepite come più affini allo stato americano e sopratutto scevre da influenze religiose. Durante la rivolta contro Mubarak gli USA hanno mantenuto un basso profilo, ma non hanno impedito la fine politica del regime di Mubarak, nonostante questi fosse un alleato fedele, per favorire una transizione democratica, che, nelle previsioni del dipartimento di stato, doveva concludersi con l'affermazione delle forze laiche. Lo smarrimento dell'amministrazione americana seguito alla vittoria dei partiti islamici, ha determinato una interruzione del rapporto con i nuovi governanti egiziani, che ha creato l'opportunità per altri stati di stringere accordi con Il Cairo. Passato però, il momento di smarrimento, Washington ha realizzato che occorreva rimanere gli interlocutori privilegiati del paese egiziano per ovvi motivi geopolitici. D'altra parte i motivi scatenanti della rivolta in Egitto, più che la richiesta dei diritti civili e politici, che pure hanno avuto una parte rilevante, erano di ordine economico: una situazione ormai insostenibile, con una alta disoccupazione ha fatto da detonatore alla rivolta. Il nuovo presidente egiziano ha compreso, che passata l'euforia per la conquista della democrazia, era necessario, per il mantenimento della pace sociale, cercare investimenti capaci di creare lavoro ed anche gli Stati Uniti hanno capito che soltanto un livello di benessere diffuso può impedire alla popolazione, specialmente ai giovani, di entrare nelle fila dell'estremismo islamico. Cambieranno così destinazione i sostanziosi finanziamenti che Washington inviava per l'acquisto di armi per l'esercito egiziano e saranno impiegati come investimenti per sviluppare infrastrutture ed industrie del paese nord africano. Ma l'Egitto si muove anche verso Arabia Saudita e Qatar, che hanno annunciato investimenti per tre miliardi di dollari. Tutta questa massa di denaro, che serve a riorganizzare il paese e sollevarlo da una situazione di povertà, prova che l'Egitto ricopre, grazie alla sua posizione, una importanza che fa da catalizzatore degli aiuti e può trasformarlo in un soggetto protagonista del medio oriente, capace di influenzare autonomamente gli equilibri regionali, una volta raggiunto l'assestamento sia economico che sociale.

Nei mari orientali sarà in discussione la libertà di navigazione?

La questione della navigabilità dei mari intorno alla Cina resta prepotentemente di attualità. L'argomento risulta essere sempre più centrale ed al centro di trattative e movimenti diplomatici, che impegnano in prima persona i massimi vertici delle maggiori potenze: Cina ed USA. Le centralità strategiche del Mare Cinese Orientale, del Mare Cinese Meridionale, del Mar Giallo e del Mare del Giappone, rappresentano una rete fondamentale per il passaggio delle merci che giustifica tale attenzione, sopratutto in relazione alle sempre crescenti dispute che si stanno sviluppando per il possesso di gruppi di isole presenti nei diversi mari, per lo più disabitate, ma decisive in quanto ad importanza logistica. Questi contrasti, oltre a svilupparsi tra potenze non alleate, se non praticamente nemiche, si sono evolute anche tra nazioni abitualmente in buoni rapporti, come Giappone e Corea del Sud, innalzando il livello di preoccupazione della diplomazia americana. Le possibili situazioni che possono evolversi, rischiano di andare verso pericolosi sviluppi, capaci di minare l'equilibrio di una regione al centro dell'economia manifatturiera del mondo. La Cina rivendica la sovranità su tutto il Mar Cinese Meridionale, comprese le zone vicino alle coste dei paesi della regione, Vietnam, Filippine, Brunei e Malesia in particolare. Un conflitto, anche parziale, potrebbe avere conseguenze devastanti sul commercio mondiale, andando ad aggravare direttamente, come elemento di disturbo determinante sull'economia del pianeta. In questo quadro preoccupante, il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton ha intrapreso una serie di incontri con i paesi del sud-est asiatico per evitare un ultriore sviluppo delle controversie regionali. La missione diplomatica può essere interpretata come una risposta all'atteggiamento cinese che ha denotato chiaramente le crescenti velleità cinesi. La questione della navigabilità dei mari intorno alla Cina resta prepotentemente di attualità. L'argomento risulta essere sempre più centrale ed al centro di trattative e movimenti diplomatici, che impegnano in prima persona i massimi vertici delle maggiori potenze: Cina ed USA. Le centralità strategiche del Mare Cinese Orientale, del Mare Cinese Meridionale, del Mar Giallo e del Mare del Giappone, rappresentano una rete fondamentale per il passaggio delle merci che giustifica tale attenzione, sopratutto in relazione alle sempre crescenti dispute che si stanno sviluppando per il possesso di gruppi di isole presenti nei diversi mari, per lo più disabitate, ma decisive in quanto ad importanza logistica. Questi contrasti, oltre a svilupparsi tra potenze non alleate, se non praticamente nemiche, si sono evolute anche tra nazioni abitualmente in buoni rapporti, come Giappone e Corea del Sud, innalzando il livello di preoccupazione della diplomazia americana. Le possibile situazioni che possono evolversi, rischiano di andare verso pericolosi sviluppi, capaci di minare l'equilibrio di una regione al centro dell'economia manifatturiera del mondo. La Cina rivendica la sovranità su tutto il Mar Cinese Meridionale, comprese le zone vicino alle coste dei paesi della regione, Vietnam, Filippine, Brunei e Malesia. Un conflitto, anche parziale, potrebbe avere conseguenze devastanti sul commercio mondiale, andando ad aggravare direttamente, come elemento di disturbo, sulla situazione economica generale, con un impatto fortemente negativo. Per evitare un pericoloso deterioramento della situazione, il capo della diplomazia USA, Hillary Clinton, ha intrapreso una serie di negoziati con i paesi del sud-est asiatico; questa azione è stata letta da più parti come la risposta USA alle crescenti ambizioni cinesi sulle rotte marittime regionali. Il Segretario di stato americano ha dichiarato che: "Noi crediamo che sia nell'interesse comune della Cina e l'Associazione del Sud-Est asiatico (ASEAN) ha avviato un processo diplomatico per l'obiettivo comune di un codice di condotta". La frase, pronunciata a Pechino, indica bene quale via intendano seguire gli Stati Uniti: intensificare l'azione diplomatica per mantenere la libertà della navigazione mercantile e nello stesso tempo, impedire favorire i legami dei paesi all'interno dell'ASEAN, per scoraggiare i ripetuti tentativi che i cinesi hanno fatto per inserirsi tra i paesi membri dell'associazione, divisi da dispute interne. Per Pechino una ASEAN divisa, significa anche indebolita e quindi un avversario più malleabile, che al contempo diventerebbe un alleato americano indebolito. Questa tattica è chiara ad entrambi i contendenti, che stanno vivendo un momento di raffreddamento diplomatico evidente e che le parole di circostanza del Presidente cinese Hu Jintao, che ha accolto con favore gli sforzi della Clinton per fare avanzare le relazioni sino-americane, non possono smentire. La situazione, quindi è in uno stato di evoluzione contraddistinto da profonda incertezza, tuttavia, ameno di iniziative unilaterali eclatanti di qualche paese della regione, una soluzione più definitiva è rimandata alla fase successiva ai passaggi di potere di cui USA e Cina saranno oggetto nei prossimi periodi.

lunedì 3 settembre 2012

Aspettando la convention democratica

Dopo la convention repubblicana tocca al partito detentore della carica di Presidente degli Stati Uniti riunirsi per lanciare la volata elettorale al loro candidato. Ma questa volta per il partito democratico il percorso non sarà agevole come quattro anni fa. Allora finiva il doppio mandato di Bush junior, che aveva suscitato diversi contrasti nel paese, sopratutto per l'applicazione della dottrina dell'esportazione della democrazia tramite le armi, che tanto aveva fatto discutere e tante vittime aveva mietuto tra i soldati americani. Inoltre una situazione economica poco favorevole favoriva lo sfidante del candidato repubblicano perchè prometteva un cambio di rotta, impossibile con una conferma di un uomo dello stesso partito di Bush. Quattro anni dopo Obama si ripresenta agli elettori con due milioni di posti di lavoro in meno, in assoluto è un pessimo risultato ma quale sarebbe stato lo stesso valore con un repubblicano al comando? Tuttavia questa ultima considerazione non basta a preservare Obama da una valutazione critica sui suoi risultati e, sopratutto, non gli permette di fare quelle promesse che poteva permettersi di fare, presentandosi come unanovità nel panorama politico americano. Quindi l'effetto sorpresa non rientra più nelle opzioni a sua disposizione. Il problema del lavoro è centrale ormai in tutto il mondo ed è sentito con particolare intensità nella terra delle opportunità. Insieme ai disoccupati vi è anche il problema dei sotto occupati, per lo più giovani, che, pur arrivando sul mercato dellavoro con titoli accademici, si devono accontentare di lavori part time ed al fuori dal loro ambito; se in Europa ormai vi è una abitudine che rasenta la rassegnazione a questo stato di cose, negli Stati Uniti questa situazione viene vissuta male, anche in relazione all'investimento non più produttivo per la spesa nell'educazione da parte delle famiglie, ciò mette in crisi il consueto modello di sviluppo americano basato sulle opportunità che il paese consentiva, a chi aveva le carte in regola, di salire l'ascensore sociale. Alla fine chi entra nella cabina elettorale valuta chi ha fatto bene per se e la propria famiglia, non tenendo conto dello stato generale di crisi della finanza e dell'economia o della difficoltà a governare per l'ostruzionismo di un parlamento di segno opposto. Su questo tema sono state mosse, talvolta giustamente, alcune critiche ad Obama per non avere messo troppo impegno per migliorare i suoi rapporti con i repubblicani, che hanno sovente provocato reazioni tali da sfiorare la paralisi istituzionale. E' certamente difficile in un sistema politico così polarizzato, dove l'uno ha una visione dell'altro praticamente manichea, cercare di collaborare fattivamente, anche in ragione di obiettivi spesso opposti da raggiungere. Ma l'atteggiamento di Obama è stato spesso troppo piccato e scostante, anche quando poteva sfruttare provvedimenti da lui emanati che sono stati, senza dubbio graditi dai repubblicani. Un esempio è il salvataggio di Wall Street, azione dovuta per preservare l'economia americana, ma risultata particolarmente odiosa alle ali estreme dei due partiti americani. La ribellione del movimento del Tea Party, contro i vertici del partito repubblicano, dovuta in parte anche a questo salvataggio, poteva essere sfruttata in maniera tale da consentire un dialogo maggiore su temi comuni, che poteva costituire una base di partenza per una maggiore collaborazione nelle sedi istituzionali, giustificandola con lo stato di emergenza economica del pianeta.
Tutte queste considerazioni portano ad un inevitabile cambio di strategia per cercare i voti degli americani: non più l'uomo nuovo che fonda la sua azione sul cambiamento, ma quello che tutela i più deboli: le donne, gli anziani, gli ispanici, i poveri, che, con una elezione di Romney, vedrebbero tagliate le loro opportunità di accedere alla sanità ed ai diritti più comuni. Ciò non rappresenta poco ma è anche il meno peggio. Obama è costretto dalla situazione americana, che per molti versi non è riuscito a migliorare non per sua responsabilità, a giocare una partita quasi in difesa, presentando i danni che una elezione di Romney può fare, anzichè optare per delle propopste che non può mantenere. In realtà ciò è tutt'altro che perdente e dimostra una certa onestà intellettuale del candidato democratico, ma, insieme, soffoca il sogno americano e quello in cui tanti, ingenuamente, fanno affidamento: proposte, anche non realizzabili, ma capaci di alimentarne lo spirito. E', alla fine, questo il vero nemico di Obama, più che Romney, che è un candidato mediocre e privo di spessore, il rimanere troppo sulla difensiva e non elaborare un progetto, come era stata la diffusione dell'assistenza sanitaria quattro anni fa, capace di catalizzare l'attenzione e l'entusiasmo dell'elettorato.


giovedì 30 agosto 2012

Le relazioni del Presidente egiziano e del Segretario dell'ONU al vertice dei non allineati

Due interventi molto rilevanti al vertice dei paesi non allineati: quello del presidente egiziano Morsi e quello del Segretario dell'ONU Ban Ki-moon. Morsi, il primo presidente egiziano eletto democraticamente, proprio in virtù di una rivolta popolare come quella che sta accedendo in Siria, ha condannato Damasco, in quanto regime oppressivo e non democratico, provocando l'uscita dalla sala della delegazione siriana. Quello di Morsi è un atto dovuto verso una rivoluzione popolare, che lui stesso ha definito come prosecuzione della primavera araba, partita dalla Tunisia, approdata in Egitto, Libia e Yemen. Data la sua provenienza era scontato che il pensiero di Morsi si attestasse su queste convinzioni, meno scontato è stato proclamarlo in casa degli iraniani, principali alleati di Assad. La mossa di Morsi, che arriva quindi all'improvviso, tenuto anche conto che i due paesi, Egitto ed Iran, hanno riallacciato i rapporti diplomatici, proprio nell'occasione del vertice dei non allineati dopo una lunga interruzione, pone il capo di stato egiziano in una luce del tutto nuova, che lo fa assurgere a statista di primo piano ed affermando, conseguentemente che l'importanza della nazione egiziana, sopratutto nell'ambito regionale, è tutt'altro che diminuita e sopratutto non è appiattita su posizioni accondiscendenti. Malgrado la provenienza da un partito confessionale, Morsi ha posto al centro della sua azione di politica internazionale, il riconoscimento del valore democratico come punto centrale di riferimento per i rapporti con gli altri stati. Anzi, il discorso contro l'oppressione siriana, mette in evidenza come questo valore sia discriminante per ottenere un suo giudizio positivo. La convinzione non è frutto di un calcolo politico, vuole dire semmai come l'Egitto intenda cavalcare un ruolo da protagonista senza essere subalterno ad alcuno. Certamente sarà un paese che gli Stati Uniti controlleranno meno che con Mubarak al comando, tuttavia il discorso di fronte alla platea dei non allineati può rappresentare una attenuazione delle paure da parte di chi temeva, dal risultato delle urne egiziane, un assetto particolarmente condizionato dalla religione. D'altra parte Morsi, pur non negando mai la sua provenienza, ha sempre affermato che può esistere un islam moderato capace di percorrere una propria via democratica nel rispetto dei valori civili, dai quali comunque è partita la rivoluzione che ha rovesciato il vecchio regime. Questa affermazione, vista con sospetto da diversi osservatori, pare, invece diventare sempre più reale, il problema è che non esistevano termini di paragone validi cui accostare la nuova esperienza egiziana. Per importanza storica, vastità del territorio e numero della popolazione, l'Egitto rappresenta un caso molto probante di questo indirizzo che pare avviato a percorrere. Un primo riconoscimento all'importanza del paese egiziano è l'inserimento nel comitato quadripartito, assieme ad Arabia Saudita, Iran e Turchia, che dovrà cercare una soluzione alla crisi siriana. Sarà interessante vedere gli sviluppi dei rapporti tra le delegazioni saudita ed iraniana, divise da rivalità profonde. Ma e il discorso di Morsi ha rappresentato una tappa importante per l'evoluzione della politica estera nella regione, non da meno è stato l'intervento del segretario delle nazioni Unite. Ban Ki-moon non ha esitato a riprendere i padroni di casa, gli iraniani, per la questione nucleare, che rischia di fare deflagrare un conflitto con esiti difficilmente prevedibili. La mancata cooperazione di Teheran con gli ispettori dell'AIEA, ha minato la fiducia internazionale verso gli scopi realmente percorsi dagli iraniani, fiducia che Teheran deve assolutamente riconquistare per evitare minacce alla pace mondiale. Ban Ki-moon non ha tralasciato la questione della rivalità con Israele, più volte provocato verbalmente da Ahmadinejad, affermando che è intollerabile negare il diritto all'esistenza della nazione israeliana, insieme alla negazione di un fatto storico acclarato, come l'Olocausto. Se gli iraniani speravano di girare a proprio vantaggio l'organizzazione di un vertice così importante, devono rivedere le proprie convinzioni, dato che hanno ottenuto di essere ripresi pubblicamente sul loro territorio, su argomenti che erano il proprio cavallo di battaglia. Se Teheran sperava di essere meno isolata grazie alla presenza di capi di stato e delegati dei paesi non allineati, dopo gli interventi di Morsi e Ban Ki-moon ne esce, al contrario, tutt'altro che rinforzata e più sola sul palcoscenico internazionale. Resta da vedere se questi fatti determinino un cambiamento di rotta da parte del governo iraniano.

mercoledì 29 agosto 2012

Assad definisce il conflitto siriano come guerra internazionale

La recente intervista, che il Presidente siriano Assad ha rilasciato alla televisione Al Dunia, conferma che le intenzioni di Damasco non sono affatto quelle di cercare la pace. Del resto la situazione è ormai talmente compromessa, che una soluzione condivisa tra i contendenti appare impossibile, troppi morti e troppe stragi costituiscono un ostacolo insormontabile. Assad definisce la guerra in corso nel suo paese come un conflitto sia regionale che internazionale. Ciò è vero soltanto in parte, giacchè l'affermazione trascura i motivi di politica interna che hanno mosso la ribellione: uno stato fortemente autoritario, senza libertà democratiche, governato da una dinastia che ha sempre risolto i dissidi soffocandoli con il sangue. Tuttavia su queste ragioni si sono innestate motivazioni di ordine internazionale che sarebbe miope non vedere. La posizione strategica del paese, infatti, sta essenzialmente dietro il forte interesse, sia delle potenze occidentali, sia della Russia, che dell'Iran. Il controllo del paese permette un vantaggio strategico essenziale in ottica Israele, potendo esercitare pressioni sul principale alleato americano, condizionando così l'intera politica regionale. Ma anche dal punto di vista religioso, risulta determinante per il continuo confronto tra sciti e sunniti, con questi ultimi impegnati a limitare la crescente voglia di potenza del principale paese scita: l'Iran. Per quest'ultimo, poi, le ragioni sono duplici: sia di politica estera e militare, per mantenere l'unico alleato vicino di una certa importanza, sia religiose perchè permette di mantenere l'avamposto contro l'Arabia Saudita principale nemico religioso. Infine la Russia ha l'unica base navale propria nel Mediterraneo, struttura che difficilmente un nuovo governo potrebbe concedere di mantenere, sia per la storica alleanza con Assad, sia per l'ostruzionismo praticato nella sede del Consiglio di sicurezza dell'ONU. Assad, quindi ha parzialmente ragione, ma dice comunque una affermazione veritiera: il territorio siriano interessa ad altre potenze, che pur non avendo intenzione di esercitare un potere diretto nel paese, vedrebbero di buon occhio un cambio al vertice che comprendesse anche un cambio di indirizzo in politica estera o, al contrario, accentuassero quello attuale. Nell'immediato il presidente siriano individua tre paesi stranieri che sosterrebbero direttamente i ribelli: Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Tutti e tre sono però alleati degli Stati Uniti è quindi facile comprendere a chi sia diretta l'accusa proveniente da Damasco, nonostante che Washington abbia, fino ad ora, tenuto un atteggiamento di basso profilo, pur condannando costantemente il regime di Damasco. Assad è convinto della vittoria finale, per la quale però, è necessario maggiore tempo. Questa ammissione manifesta l'incertezza del regime di fronte all'esito finale, sebbene la situazione attuale sia di sostanziale stallo, anche un piccolo intervento esterno a favore dei ribelli potrebbe fare volgere a loro vantaggio il destino della guerra, proprio per questo è essenziale per Assad ristabilire al più presto l'ordine costituito per eliminare la resistenza ed eliminare materialmente i possibili destinatari degli aiuti. Senza una forza autoctona impegnata sul terreno, ogni determinazione diverrebbe inutile. Per fare ciò Assad ha un solo modo: intensificare le violenze e le azioni militari con mezzi convenzionali e no; ma un eventuale uso di armi chimiche farebbe scattare in automatico la rappresaglia occidentale, come più volte minacciato. Restano le armi convenzionali, di cui l'esercito ha una grande disponibilità e la cui intensificazione dell'uso potrebbe essere limitata solo da incursioni aeree. Si ritorna così daccapo: o l'ONU riesce a trovare una risoluzione che passi il Consiglio di sicurezza o si adotta una soluzione analoga la caso libico, praticata cioè soltanto da alcuni paesi, non vi sono altre soluzioni, dato che la via diplomatica è fallita più volte.

martedì 28 agosto 2012

Francia: la politica estera di Hollande

L'incontro avvenuto durante la conferenza degli ambasciatori, è stata per il Presidente francese, François Hollande, l'occasione di fare il punto della situazione sulla politica estera francese. Accusato da più parti, ma sopratutto da destra, di praticare una politica estera caratterizzata da un atteggiamento poco deciso ed immobile, che risulterebbe deleterio per il ruolo francese sulla scena internazionale sempre più dominato dai paesi emergenti, Hollande ha opposto la propria tattica, che pur parendo attendista è ,invece, imperniata sul dialogo e sull'azione politica come preminente sull'azione militare, che aveva contraddistinto l'ultimo periodo del mandato del predecessore Sarkozy, come soluzione vincente. Questo non vuole dire scartare a priori un potenziale intervento armato in un contesto di necessità, per Hollande l'eventualità è praticabile soltanto se inquadrata in una iniziativa sotto l'egida dell'ONU. In realtà la Francia, al pari dei propri alleati occidentali, sta già operando dietro le linee del conflitto siriano con azioni di intelligence e sostegno, ufficialmente non armato, alle forze contrarie ad Assad, ma si tratta di operazioni limitate che niente hanno a che vedere con quanto accaduto in Libia. La convinzione francese sulla Siria è che il rapporto della nazione con Assad sia ormai irrecuperabile e l'unica soluzione sia un governo di transizione che traghetti il paese verso elezioni democratiche, ma per arrivare a questa soluzione occorre convincere Cina e Russia che mantengono posizioni di estrema rigidità sulla questione. E' proprio questa situazione dove si potrà vedere l'efficacia e la capacità di convinzione dei diplomatici francesi, su cui tanto punta il presidente Hollande. L'impresa, in effetti è quasi disperata, l'immobilità di Mosca e Pechino appare difficilmente sormontabile, ed in queste condizioni sperare in una decisione dell'ONU, che possa aprire ad un intervento in Siria, è fortemente improbabile. Proprio a causa di questa consapevolezza Hollande potrebbe convincersi, come più volte sollecitato da diversi paesi, primo fra tutti la Germania, di una riforma radicale dell'ONU, che permetta di superare il problema del veto del Consiglio di sicurezza, aspetto fortemente negativo causa del blocco di quasi tutte le decisioni rilevanti, che potrebbero essere prese dalle Nazioni Unite. Una delle sfide internazionali più importanti e senz'altro più vitali per la Francia, individuata del presidente francese, è costituita dal problema europeo. La necessità di preservare la moneta unica va di pari passo con il rafforzamento delle istituzioni europee, che deve essere alimentato con continui vertici tra i governanti della UE, per favorire lo scambio di idee e soluzioni ed aprire a forme istituzionalizzate comuni che sappiano elaborare una politica europea valida per tutti i paesi membri. Hollande ha evidenziato anche, come sia necessario, nel quadro attuale fortemente instabile, arrivare ad un accordo mondiale sulla non proliferazione nucleare, indispensabile per preservare la pace mondiale, pensieri ovvii nel momento storico in corso, dove la possibilità di una guerra tra Iran ed Israele è ormai una minaccia costante. Nella recente campagna elettorale la politica estera è stato uno dei temi più trascurati dal candidato socialista, poi diventato presidente, per avere privilegiato i problemi interni legati all'economia ed alla sicurezza. Questa mancanza è stata fonte di critica, quasi scontata, in un paese dove si respira ancora l'aria della "grandeur" ed anche le prime azioni di politica estera del nuovo presidente, non hanno elevato il paese a quel ruolo di protagonista, che parte dell'opinione pubblica, ma maggiormente schierata con Sarkozy, si attendeva. Certo l'approccio è completamente differente, ma non meno pratico. Il rifiuto di operazioni militari condotte in maniera singola o con un numero ristretto di stati partecipanti, poteva generare sospetti di neocolonialismo, che Hollande rifiuta completamente, la sua concezione di agire nell'ambito del diritto internazionale e sopratutto sotto la tutela dell'ONU, rispecchia una visione della politica estera, maggiormente integrata con altri soggetti, come la tendenza globalizzatrice impone. Del resto pur proclamandosi una grande potenza la Francia non è più tale proprio per i nuovi soggetti che hanno preso il ruolo di protagonista sulla scena internazionale in forza di una maggiore ricchezza economica. L'attuale ruolo francese, seppure ridimensionato, resta di grande importanza anche se inquadrato ad un livello forse inferiore, che si potrebbe definire come potenza medio grande. Questa dimensione comporta certamente una minore autonomia e la necessità di coordinarsi con altre potenze analoghe o inferiori, sempre del campo occidentale, ma impone di seguire con ancora maggiore facilità gli steccati del diritto internazionale e del rispetto di regole comuni. Sarkozy non seguiva questa linea, perchè puntava sul successo internazionale come mezzo per l'affermazione nazionale, anche se doveva pagare un costo molto alto sia dal punto di vista economico, che delle relazioni internazionali. Hollande, sia per formazione personale, che per provenienza politica, ha saputo sfruttare la minore propensione ai successi internazionali da parte dell'opinione pubblica in favore di una maggiore concentrazione sugli aspetti interni e, quindi, la soluzione di limitare l'azione diplomatica con il motivo di seguire il diritto internazionale rappresenta, oltre che un buon motivo, anche una vera e propria strategia per sganciarsi con eleganza da operazioni non gradite e, forse, non condivise.