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martedì 28 luglio 2026

Il conflitto tutto sbagliato di Trump contro l'Iran

 Al momento attuale le trattative appaiono un tentativo che incontra continui fallimenti e con la situazione che si aggrava ancora di più. L’ultimo elemento di novità è stato l’ingresso sullo scenario degli Houti, una minaccia, che da latente è diventata concreta. Durante la campagna elettorale Trump aveva più volte contestato le guerre americane in paesi lontani: ora ne è protagonista il Presidente USA, nonostante avesse più volte promesso di non coinvolgere il paese con lui come inquilino della Casa Bianca. Non solo, oltre a promettere di non iniziare alcuna guerra, promise di mettere fine a quelle in corso. Purtroppo la verità è sotto gli occhi di tutti, le velleità del Presidente hanno determinato l’aumento dei prezzi del petrolio ed hanno trascinato il mondo in una fase di recessione dell’economia, con implicazioni anche sulle future emigrazioni, perché le carestie alimentari saranno praticamente sicure, dato che il blocco riguarda anche i fertilizzanti. Il principale errore è stato paragonare il Venezuela all’Iran, dove si credeva ad una minore consistenza del regime, che ha saputo reagire, sia sul fronte interno, che in quello esterno, dimostrando una resilienza tutt’altro che prevista. In più gli USA, partiti per impedire lo sviluppo nucleare, hanno subito lo spostamento delle ragioni del conflitto, oramai indirizzato contro la libera circolazione delle merci, prima fra tutte il petrolio.  Se venisse assicurato il dominio sul transito sullo stretto di Hormuz e su quello di Bab el-Mandeb, la quota di petrolio mondiale bloccata o comunque soggetta al controllo dell’Iran e dei suoi alleati, gli Houti, sarebbe di circa il 30 per cento, con conseguenze ancora più gravi sull’economia mondiale. Questo potrebbe trasformare il conflitto, che potrebbe coinvolgere altre potenze, geograficamente ben lontane dalla regione.  Per ora, però, il conflitto vive una stasi a causa della relativa scarsità di entrambi i contendenti di armamenti di cui disporre, l’Iran persegue una strategia che vuole impegnare l’avversario con attacchi, che non implichino un dispendio di mezzi economici, mentre gli USA, che politicamente non possono permettersi un attacco di terra, vedono la strategia dei bombardamenti mirati, perdere sempre più efficacia. Su questa situazione incombono le elezioni di medio termine, previste negli USA per novembre, mentre il gradimento attuale di Trump è molto basso, questo fattore viene sfruttato da Teheran che obbliga la Casa Bianca a non cedere, ma ciò fa restare gli USA sul cambio di battaglia con scarsi risultati: in ogni caso il risultato che si sta determinando è una sconfitta per il presidente americano. In definitiva, dopo avere speso 33 miliardi di euro nel conflitto, tema di profonda critica e che sembrano non bastare, Trump per finire la guerra potrebbe essere costretto a cedere lo stretto di Hormuz agli iraniani e fornirgli così una entrata inaspettata e certamente importante per uno stato in grave crisi economica; e nello stesso tempo non si parla più di togliere la possibilità di costruire un’atomica all’Iran. Teheran sta riuscendo a vincere su due fronti ed il regime appare sempre più saldo, si può affermare che Trump abbia fallito su tutti gli obiettivi prefissati. Anche l’eventualità di lasciare la gestione della crisi ad altri soggetti internazionali, una possibilità che potrebbe essere molto concreta, sarebbe una sconfitta politica e diplomatica non facilmente assorbibile dal presidente americano. Una via d’uscita, molto pericolosa e che si spera non si possa verificare, è appoggiare  il leader israeliano nella sua volontà di attaccare comunque il paese iraniano, per ora frenata da Trump: uno scenario che, questo si, potrebbe trascinare il mondo verso un ben triste epilogo.

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