Politica Internazionale

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domenica 29 maggio 2011

Obama in Polonia

La strategia internazionale che Obama continua a costruire mette l’Europa sempre al centro. La recente visita nel centro del vecchio continente ha avuto come fulcro delle discussioni l’aspetto militare, con la nuova disposizione, in territorio polacco, di una forza aerea, in grado di garantire una versatilita’ maggiore delle precedenti dislocazioni. Questa decisione, di portare un distaccamento di forze USA, cosi’ vicino alla Russia, portera’ sicuramente un raffreddamento nelle relazioni tra le due superpotenze. L’aspetto deve essere stato valutato attentamente dall’entourage del presidente americano, perche’ sembra una decisione da vecchia guerra fredda. Cosa porti a cercare un confronto con la Russia non pare chiaro, dato che ultimamente il principale avversario su scale mondiale degli USA e’ la Cina. Tuttavia se si guarda alla scala locale, probabilmente la decisione e’ dettata dal fatto di preservare il centro europa da un possibile ritorno dell’influenza russa sulla regione. Ultimamente, infatti l’azione dell’Unione Europea non e’ sembrata godere della condivisione necessaria da parte dei governi dell’Europa centrale e non a caso Obama ha ribadito che un’Europa unita ed integrata e’ funzionale all’azione degli Stati Uniti. Obama sembra, quindi mettere le mani avanti temendo uno sfaldamento nel centro del vecchio continente della UE. La possibilita’ pare francamente remota, ma la necessita’ e la scelta della Polonia appare quasi simbolica per la propria storia. Nelle intenzioni del Presidente degli USA occorre trarre lezione dalle vicende della instaurazione della democrazia nei paesi ex socialisti per trasferire queste esperienze nei paesi arabi oggetto di transizione, per favorire una rapida ascesa del metodo democratico. La lezione che Obama vuole trarre e preservare e’ quella di paesi ex dittature che si dotano di un sistema democratico ed entrano a fare parte del sistema occidentale, anche se nei paesi arabi vi e’ la differenza rilevante della religione.

venerdì 27 maggio 2011

La Clinton in Pakistan

Hillary Clinton in missione in Pakistan per ricomporre la difficile situazione diplomatica tra i due paesi, seguita alla azione militare USA, che ha portato alla morte del leader di Al Qaeda, Bin Laden. La missione è stata mantenuta segreta fino alla effettuazione a causa della delicata situazione in Pakistan, dove la morte di Bin Laden ha portato a diverse azioni di ritorsione contro obiettivi delle forze armate pakistane, per cui è la presenza della Clinton è stata ritenuta come un possibile bersaglio da parte di attentatori filo qaeddisti. L'obiettivo è riallacciare i nodi della alleanza tra i due paesi dato che il Pakistan viene comunque ritenuto un alleato strategico, per la propria vicinanza all'Afghanistan, nella lotta contro i talebani. Entrambe gli stati hanno riconosciuto i propri errori gli uni verso gli altri in maniera da instaurare un clima più disteso. Il Pakistan ha riconosciuto che ci sono state senz'altro protezioni per Bin Laden da settori deviati dell'amministrazione statale ma gli USA hanno ammesso di non avere prove tangibili per incolpare funzionari pakistani della protezione del leader di Al Qaeda. La necessità di una distensione è comune ai due paesi: il Pakistan anche per risolvere i propri problemi interni, rappresentati da una sempre maggiore azione del terrorismo islamico, per cui una più forte alleanza con gli USA può garantire mezzi e sistemi da impiegare in una lotta più serrata all'estremismo islamico, esigenza complementare per gli stessi Stati Uniti, che hanno l'interesse a dialogare con un paese più stabile e meno gravato dalla minaccia terroristica.

giovedì 26 maggio 2011

La cattura di Mladic e la richiesta serba di entrare nella UE

La cattura di Ratko Mladic significa che la volontà di entrare in Europa ha prevalso in Serbia, sui tentativi di nascondere il proprio recente e tragico passato. Il criminale di guerra, come si sospettava da tempo, viveva indisturbato sotto falso nome in una località del nord del paese. Ricercato con il capo di imputazione di genocidio per il massacro dei musulmani bosniaci di Srebrenica, avvenuto nel luglio del 1995, Mladic è sempre sfuggito alla giustizia della Corte Internazionale dell'Aja, che ha più volte lanciato sospetti sulla Serbia, circa la supposta protezione garantita al generale. La UE stessa ha posto come requisito all'entrata nell'unione della Serbia, la cattura del pluri ricercato, incolpandola, tra le righe, di coprirne la latitanza. Significativa è stata la quasi simultanea dichiarazione, da parte del governo serbo, dell'arresto di Mladic e della richiesta di entrare in Europa. Del resto le necessità economiche imposte dalle crisi mondiali hanno imposto alla Serbia la scelta di sacrificare il suo ricercato più importante per entrare dalla porta principale nell'area dell'euro. Ma questo passo non sarà indolore, sopratutto sul fronte interno, la cattura e la consegna di Mladic imporrà alla Serbia una revisione della propria storia recente, che non sarà scevra di duri contrasti politici. I forti movimenti nazionalisti ed anche di destra, presenti nel paese non saranno certo d'accordo sulla consegna del generale alla corte dell'Aja e potrebbero alimentare l'avversione all'entrata in un'Europa che ha contribuito ai bombardamenti NATO. La questione dovrà fare riflettere attentamente Bruxelles, se da un lato vi è l'interesse ad allargare il territorio dell'Unione Europea, le recenti affermazioni dei partiti di destra, come il caso Finlandese, ed in generale dell'euroscetticismo presente in numerosi movimenti localistici, che hanno portato notevoli crepe nell'unitarietà del continente, fanno temere che se la Serbia entrerà nell'Unione non sarà un membro sufficientemente convinto. La UE dovrà valutare attentamente i nuovi ingressi, le esperienze negative fatte con paesi entrati senza la piena convinzione hanno minato le fondamenta istituzionali ed il processo di selezione dei nuovi soci dovrà avvenire necessariamente con maggiori requisiti di adesione ai principi comunitari.

Netanyahu al parlamento USA

La partita a scacchi della situazione palestinese si sta contraddistinguendo per una serie di mosse di pura interdizione, schermaglie dialettiche che non possono portare ad una rapida conclusione. Netanyahu di fronte al congresso americano, non ha fatto altro che ribadire le proprie posizioni, in una stanca ripetizione delle condizioni più volte espresse: impossibile il ritorno alla situazione del 1967, perchè Israele ritiene non più militarmente difendibili quei confini, richiesta di riconoscimento, praticamente senza condizioni, dello stato israeliano da parte dei palestinesi, smilitarizzazione del territorio palestinese. I concetti sono stati espressi in un parlamento USA, che ha più volte interrotto con applausi le tesi del premier israeliano, particolare che fa riflettere sulle percezioni dell'assemblea statunitense in aperto conflitto con Obama, perchè a maggioranza repubblicana. Le offerte di Netanyahu rivelano ancora una volta la tattica attendista di Israele, che non prendendo una decisione percorribile, tiene di fatto fermo il processo di pace. Le reazioni palestinesi di sdegno puntano sempre alla richiesta di riconoscimento ufficiale da parte dell'ONU dello stato palestinese, richiesta avversata e vista come il fumo negli occhi da Israele. Se si arrivasse ad una conclusione positiva per i palestinesi con una risoluzione in favore dello stato di Plaestina sarebbe un duro colpo, sul piano internazionale per Israele, tuttavia la possibilità che si verifichi questa ipotesi è molto difficile per l'avversione USA, sempre che Obama non riesca a fare cambiare indirizzo. Ma il solo fatto di riuscire a portare davanti all'assemblea delle Nazioni Unite il caso, dovrebbe riuscire a fare qualche cambio di strategia per Israele, portando proposte concrete ed attuali in un processo non più rinviabile.

martedì 24 maggio 2011

Per il Pakistan situazione sempre più difficile

Il recente attacco talebano alla base navale, sede del quartier generale dell’aviziazione della marina pakistana, pone Islamabad sempre piu’ al centro della lotta al terrorismo islamico e, nel contempo mette il governo pakistano in una posizone di sempre maggior debolezza. La posizione pakistana e’ chiaramente a meta’ del guado, tra opposizione interna talebana, preda delle pulsioni piu’ violente di antioccidentalismo religioso e Stati Uniti e NATO, che si muovono ormai, aldila’ della facciata, in maniera indipendente dal governo di Islamabad anche per operazioni sul territorio, che richiederebbero almeno accordi preventivi. Ma quello che sta segnando queste giornate che seguono alla morte di Bin Laden, e’ il l’innalzamento del livello operativo messo in campo dai talebani, che si sono spinti ad attaccare, per la prima volta, direttamente obiettivi NATO. La situazione si sta aggravando pesantemente per il Pakistan, che sta dimostrando nettamente di essere ostaggio di un terrorismo con elevate capacita’ militari. Quello che sembra e’ che stiano venedo fuori tutte le mancanze governative pakistane per non avere messo in campo una efficace lotta al fenomeno, ma di averci, invece convissuto, per non intaccare equilibri di fondo. Ma questa tattica sta scoprendo tutti i suoi limiti, giacche’ il fenomeno che pareva potere essere controllato e’ oramai sfuggito dalle mani degli apparati governativi. Il Pakistan rischia di trasformarsi in un paese in pieno caos, che rischia di perdere pezzi di territorio dalla propria giurisdizione per diventare veri e propri centri nevralgici del terrorismo islamico. Tutto questo deve fare rivedere alla NATO la propria strategia cercando di coinvolgere i settori dell’ammministrazione ancora non intaccati dal fenomeno del terrorismo islamico.

lunedì 23 maggio 2011

La UE sanziona la Siria

La UE si muove sul problema siriano e dichiara il dittatore Assad persona non grata e ne congela i beni presenti sul territorio europeo. Le brutali repressioni alle rivolte popolari, represse anche con spari sulla folla dopo la celebrazione di un funerale, hanno praticamente obbligato l'Unione Europea a prendere posizione, sebbene con la consueta lentezza. Siamo di fronte comunque ad risposta che ha valore politico ma poco pratico, nulla a che vedere con la risposta data a Gheddafi, che operava repressioni analoghe sulla popolazione libica. La lecita domanda che faceva chi chiedeva se in Libia la risposta militare è stata dovuta alla presenza di petrolio si riaffaccia prepotente osservando la reazione che la UE mette in campo. Tuttavia la presenza del petrolio giustifica solo in parte la diversa misura presa a carico di Assad, infatti la causa ostativa principale ad un nuovo intervento armato è la necessità di non coinvolgere in un ipotetico conflitto, il principale alleato della Siria: l'Iran. Peraltro anche Teheran risulta oggetto delle sanzioni UE per il problema nucleare, Bruxelles teme che gli sviluppi della tecnologia iraniana portino alla costruzione dell'atomica degli ayatollah. Questa paura è condivisa con i principali stati del mondo, ben rappresentati dal gruppo dei 5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) che temono l'atomica in mano al governo iraniano. Tornando alla Siria, l'obiettivo UE è di investire l'ONU per emettere sanzioni a carico del regime di Assad, pratica non facile da sbrigare per l'opposizione di Cina e Russia già rimaste scottate con la risoluzione per la Libia. L'evoluzione della situazione siriana non pare volgere al peggio per il regime vigente, l'apparato militare siriano ha dimostrato di potere contenere le proteste, sebbene con l'uso della violenza ed un intervento esterno appare al momento molto improbabile, quindi la mossa della UE rappresenta il primo passo della strada da percorrere per fare vacillare la dittatura. L'applicazione di sanzioni economiche e commerciali pare dunque, al momento l'unica via per cercare almeno di condizionare il governo della Siria.

domenica 22 maggio 2011

India e Pakistan: il terrorismo motivo in più per la divisione

Uno degli effetti della morte di Bin Laden in Pakistan è stato quello di dare un argomento in più all'India nell'annosa questione dell'inimicizia fra i due paesi. Infatti spesso Nuova Delhi ha accusato Islamabad di dare ospitalità a terroristi che periodicamente attaccano il suo territorio. La questione non è nuova e si può inquadrare nel più ampio dibattito sul terrorismo islamico e l'ospitalità che trova in Pakistan; per questo motivo con gli USA si sono verificati già diversi contrasti, pericolosi per la condotta della guerra afghana. Per quello che riguarda i già burrascosi rapporti tra India e Pakistan la prova della presenza di Bin Laden sul territorio di Islamabad rischia di compromettere quei pochi passi avanti che si erano fatti sulla strada della pace. Le due nazioni sono distanti anche sui rapporti internazionali: il Pakistan ha scelto come partner principale la Cina nell'intento di sollevare la propria economia, scelta che va a contrastare con gli obiettivi dell'India, in prima fila nella competizione economica con Pechino come paese emergente. La scelta del Pakistan è stata vissuta da Nuova Delhi come l'ennesimo sgarbo da parte del paese vicino, che incrementato la tradizionale e storica rivalità. L'India ha subito rinforzato i propri rapporti con gli USA, approfittando anche della inimicizia strisciante tra Washington e Pechino, per affiancare gli Stati Uniti. Nonostante, però la presenza di questi sgarbi continui, entrambi i paesi sono consci della necessità di riannodare i fili del processo di pace, interrotto dall'India dopo l'attentato di Bombay del 2008, nel quale persero la vita 116 persone, della cui responsabilità Nuova Delhi ritiene il Pakistan come mandante. Islamabad ha il problema di essere preda di troppi poteri alternativi a quello statale e di non riuscire a controllare l'interezza del proprio territorio nonostante un esercito di mezzo milione di persone e con la bomba atomica nel proprio arsenale. Questi problemi hanno limitato uno sviluppo economico in linea con gli avanzamenti regionali, specialmente quelli indiani, a causa, sopratutto di una cronica mancanza di infrastrutture, dovuta proprio alla mancanza di investimenti dirottati sul capitolo della difesa. Questo mancato sviluppo ha creato un rapporto diseguale tra i due stati, che invece hanno, sopratutto lungo la frontiera, molte similitudini negli ambiti sociali. Questo fattore economico ha di fatto aumentato la profonda divisione tra i due paesi, con l'India in vantaggio sul Pakistan grazie al suo exploit produttivo. Alla fine il fattore terrorismo è soltanto un elemento in più entro il conflitto dei due stati che risulta un fattore culturale di difficile superamento.