Politica Internazionale

Politica Internazionale

Cerca nel blog

giovedì 14 giugno 2012

In Egitto sciolta la camera bassa, dove i Fratelli Musulmani avevano la maggioranza

La decisione delle Corte Costituzionale egiziana, che ha sciolto la Camera bassa del parlamento formatasi dal risultato delle recenti elezioni, pone l'Egitto di nuovo in una situazione molto pericolosa. Il motivo dello scioglimento deriva dalla legge elettorale vigente, che sarebbe contraria alla costituzione. Il risultato elettorale aveva consegnato alla formazione religiosa dei Fratelli Musulmani la maggioranza del ramo del parlamento. Lo scioglimento, avviene in un momento molto delicato per il paese, alla vigilia delle elezioni presidenziali. Che la situazione sia tesa all'interno del paese lo testimonia il fatto che il Consiglio militare si sia riunito d'urgenza per controllare lo svolgimento degli avvenimenti, i quali, peraltro, non si preannunciano distesi. Mohamed Beltagui del comitato esecutivo del partito dei Fratelli Musulmani, Giustizia e Libertà, ha definito esplicitamente il provvedimento un colpo di stato, che annulla le vicende dei mesi scorsi, che hanno portato alla caduta di Mubarak ed alle prime libere elezioni svoltesi nel paese. In effetti il provvedimento della Corte Costituzionale egiziana, a prescindere dai motivi legali, appare mosso da considerazioni politiche, fondate sulla storia stessa del paese, dove le classi dominanti non hanno mai visto di buon occhio, quella che loro considerano una deriva quasi teocratica. Il risultato delle elezioni aveva scontentato parecchie anime della protesta, sopratutto quelle laiche, per il timore dell'instaurazione dei principi islamici come legge vigente. Fattore che i vincitori hanno sempre smentito, ma ciò non ha mai convinto chi auspicava una direzione più occidentale dell'Egitto e sopratutto i militari, grandi registi dietro le quinte, del passaggio di potere e della caduta di Mubarak. Probabilmente dietro la decisione della Corte, più che le opinioni dei gruppi partitici che speravano in una svolta del paese grazie all'instaurazione di una democrazia simile a quelle vigenti in occidente, vi è chi detiene effettivamente il potere nel paese: i militari. Il timore di perdere le proprie prerogative ed anche i propri privilegi, che verosimilmente verrebbero ridotti da un governo di matrice islamica, ha creato i presupposti per la decisione della Corte. Ora tutto potrebbe ritornare in gioco e ripartire dall'inizio: l'organizzazione logistica dei Fratelli Musulmani, sopravissuta nell'illegalità durante il regno di Mubarak, è capace di ricreare quel clima di protesta che ha permesso la caduta del faraone, anche se ora non dovrebbero godere dell'appoggio dei partiti laici, di cui erano alleati durante le fasi acute della ribellione, che si sono detti scontenti per il risultato delle urne, che appunto, hanno favorito le formazioni confessionali. In questa situazione di profonda incertezza sono state significative le parole di El Baradei, che ha sottolineato come l'elezione di un presidente di un paese privo della Costituzione e di un Parlamento, significa consegnare ad un individuo poteri più ampi di quelli di un dittatore. Ragionevoli, quindi le sue proposte: da un lato l'elezione di un presidente ad interim o, ancora meglio, di un consiglio presidenziale che adempia ai propri doveri insieme ad un governo di unità nazionale e la creazione di una commissione costituente in grado di redigere una legge fondamentale capace di tenere conto di tutte le istanze presenti nel paese. Resta ora da vedere se il paese e sopratutto i militari intenderanno seguire questa strada, alla quale, come alternativa esiste solo di nuovo la guerriglia e le violenze.

Gli USA accusano la Russia per gli aiuti ad Assad

La questione siriana, troppo a lungo sottovalutata, rischia di avere un impatto ben maggiore sul complesso sistema delle relazioni internazionali. L'ultima vicenda riguarda la rinnovata tensione tra USA e Russia, che pare ricalcare le cupe atmosfere della guerra fredda. Gli Stati Uniti accusano Mosca di rifornire Damasco con armi, elicotteri da combattimento e sistemi anti aerei, viceversa la Russia accusa Washington di fare altrettanto con le forze ribelli. Se entrambi negano le reciproche accuse, Mosca ammette però, di avere effettivamente inviato i sistemi di difesa aerea, facenti parte di lotti di forniture firmate precedentemente dell'inizio della guerra civile in corso, mentre gli USA hanno confermato soltanto l'invio di materiale medico ed apparati per le radio comunicazioni, smentendo in modo categorico l'invio di armamenti. Se risulta ben difficile stabilire, sopratutto adesso, la verità, l'invio dei sistemi anti aerei, peraltro confermato dai russi, va ad inquadrarsi nella strategia di Mosca di evitare che forze aeree possano bombardare le truppe di Assad. Il pensiero russo si basa sui precedenti casi della Serbia e della Libia, dove, per sfiancare i regimi in carica è stata usata l'arma aerea, che attraverso bombardamenti, che dovevano essere mirati, ha operato con lo scopo di indebolire i governi in carica ed in appoggio delle forze di terra ribelli, evitando l'impiego diretto di truppe straniere sul terreno. Anche per la Siria i piani erano questi, ricalcando un modello di azione ormai assestato. La Russia, affiancata dalla Cina, ha unito gli sforzi diplomatici con il veto nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, con la fornitura dei sistemi anti aerei ottenendo così di blindare dall'alto il regime di Assad, anche nel caso di azioni concordate al di fuori dell'ombrello delle Nazioni Unite. Così se i sistemi anti aerei russi assicurano una copertura del cielo siriano, in concomitanza con l'impossibilità di una invasione da terra, Assad per il momento resta saldamente al suo posto, giacchè la composizione delle forze in campo può consentire ai ribelli, nella migliore delle ipotesi, soltanto il mantenimento delle zone conquistate, insomma una situazione di stasi, che, però gioca a favore del dittatore siriano, perchè gli consente di recuperare tempo prezioso per riorganizzare la riconquista sistematica dei territori a lui più lontani. L'atteggiamento russo non è però una novità, nello schema geostrategico di Mosca la Siria rappresenta una pedina fondamentale, perchè in quella nazione è ospitata l'unica base militare russa nel Mediterraneo ed un eventuale cambio al vertice del paese potrebbe creare le condizioni per uno sfratto delle navi militari ex sovietiche, sopratutto dopo il comportamento di appoggio ad Assad tenuto finora dal governo russo. La situazione particolarmente tesa tra USA e Russia impedisce qualsiasi progresso sulla via della pacificazione in Siria e l'irrigidimento delle rispettive posizioni non favorisce gli incontri bilaterali che dovevano tenersi nei prossimi giorni e che risultano ora sospesi. Il maggiore impegno della Russia a favore di Assad rischia così di diventare un pericoloso intralcio nella soluzione della questione e determina che l'unica strategia possibile sia un maggiore coinvolgimento della Cina, verso cui devono essere operate azioni di convincimento a cambiare il proprio atteggiamento nel considerare possibili alternative all'ormai fallito piano di pace di Annan. Un mutato atteggiamento cinese porterebbe la Russia ad un isolamento diplomatico sulla questione siriana difficilmente spiegabile se non con l'ammissione, per ora sempre negata, di profondi interessi in Siria, tali da permettere le carneficine praticate da Assad: una posizione difficilmente sostenibile per una nazione che aspira a riprendere il suo ruolo di super potenza, in un contesto che non è più quello degli anni della guerra fredda.

mercoledì 13 giugno 2012

Gli attentati sunniti in Iraq possono favorire la politica estera iraniana

I numerosi attentati di questi giorni in Iraq, contro gli sciti, rimettono al centro la questione dell'unità del paese, da sempre diviso tra el due principali correnti dell'islam. Il governo di Saddam Hussein aveva risolto il problema favorendo i sunniti e sottoponendo gli sciti ad una ferrea repressione; con il governo democratico e la concomitante partenza del grosso dei militari americani, il paese sembra sprofondato nell'ennesima spirale di violenza. Le conseguenze, oltre che sul piano interno, rischiano di essere molto pesanti su quello internazionale, con il solito Iran a fare la parte del guastatore. Non è un mistero, infatti, che Teheran ambisca a portare sotto la sua influenza il paese iraqeno, molto vicino ad un vuoto di potere, per allargare la sua sfera d'azione nella regione. Certamente, se non all'intero territorio, l'Iran mira alla parte meridionale del paese, dove vi è la maggiore presenza scita e vi sono diversi giacimenti petroliferi. La questione della presenza di sciti e sunniti all'interno dello stesso paese, poteva essere risolta con la divisione in due parti dello stato, nella fase del dopo Saddam, ma Washington non ha optato per questa soluzione, proprio per impedire che Teheran potesse, a quel punto, concretizzare le sue mire sulla parte scita del paese. La strategia sunnita mira a portare il paese nel terrore, con attentati kamikaze, che spesso hanno come obiettivo luoghi sacri per gli sciti, non a caso tra gli ultimi attentati hanno avuto come destinatari pellegrini sciti che si recavano alla celebrazione per la venerazione di un Imam. Come già accaduto per la repressione degli sciti nei paesi del Golfo Persico, Teheran potrebbe sfruttare questa situazione a proprio vantaggio, inglobandola nella propria politica derivante dall'auto nomina a paese protettore degli sciti nel mondo, specialmente quelli oggetto di prevaricazione da parte dei sunniti. Si tratta di una strategia che permette all'Iran di percorrere una doppia finalità: allargare la propria influenza su paesi stranieri, spesso nemici dichiarati, come l'Arabia Saudita, attraverso l'appoggio della parte scita della popolazione di quegli stati e nello stesso tempo, dare indicazioni a questi gruppi etnici e dirigerli verso ribellioni capaci di destabilizzare l'ordine interno. Non a caso proprio l'Arabia Saudita ha più volte protestato contro le ingerenze iraniane degli affari interni della propria nazione e degli alleati, come il Bahrain. Il progetto iraniano in politica estera si muove quindi su di una direttrice che possa annullare gli effetti dell'isolazionismo imposto dagli stati occidentali, per sfondare verso zone dove la presenza scita può assicurare un canale preferenziale verso chi si presenta come a loro come protettore e punto di riferimento religioso. Ciò determina una capacità di mobilitazione anche piuttosto importante all'interno di stati stranieri, che diventa quindi uno strumento concreto di pressione internazionale. Ma, allo stesso tempo , costituisce un potenziale pericolo per la stabilità regionale, in realtà uno degli obiettivi di Teheran pare muoversi proprio in quel senso, l'aiuto alla Siria di Assad, le citate ingerenze nei paesi del Golfo e l'attività nello Yemen, configurano l'insieme di una complessa strategia, anche sotto traccia, volta a diventare la risposta alle sanzioni occidentali, questo perchè senza una adeguata platea, la repubblica teocratica iraniana non può schierare il suo arsenale propagandistico, che ne costituisce una delle maggiori fonti di sopravvivenza.

martedì 12 giugno 2012

L'inutile lamentazione di Obama

Nei giorni scorsi Obama ha chiesto all'Europa di cambiare rotta, spostandosi dal rigore a provvedimenti che possano facilitare la crescita, sopratutto per non penalizzare ulteriormente i prodotti statunitensi, che stentano nelle vendite in quello che è comunque, malgrado tutto, il mercato ancora più pregiato del mondo. La richiesta, ancorchè condivisibile, muove però da più di un vizio di fondo, infatti, fatte salve le grandi responsabilità dei governi nazionali e delle istituzioni centrali europee è un fatto che la bolla immobiliare americana ha avuto una grande parte di responsabilità nello scatenare la crisi attuale, che le società di rating continuino ad esprimere giudizi pericolosi che influenzano i mercati in maniera abnorme, nonostante siano state responsabili di più di una valutazione errata che ha prodotto conseguenza nefaste, che la finanza USA, come quella inglese, sia ancora una macchina senza controllo adeguato le cui conseguenze di operazioni perlomeno avventate si riverberano inevitabilmente nella zona euro. Obama è probabilmente il migliore presidente possibile in un paese come gli Stati Uniti, viziato da anni di liberismo eccessivo, ma la sua azione, al comando della nazione più importante del mondo, quella che con il suo comportamento può influenzare gran parte degli altri stati, se inquadrata in una visuale più vasta, non è stata sufficiente. Chi sperava nella presidenza Obama per una radicale trasformazione degli assetti finanziari ed economici del pianeta, non ha potuto che subire una cocente delusione. Limitato da una congiuntura effettivamente troppo negativa e da una coabitazione con una maggioranza diversa dal suo partito nel potee legislativo, il Presidente americano ha esercitato un potere riformista timido e talvolta appiattito su necessità elettorli contingenti, che ne hanno frenato quasi da subito la ventata innovatrice. Significativo è stato il rapporto con i gruppi di Occupy Wall Street, praticamente ignorati, seppure fossero portatori di reali sentimenti presenti in una platea più vasta e che richiedevano, in modo non violento, quella riforma del sistema finanziario, individuata come necessaria per frenare la crisi e ristabilire su parti più egualitarie la redistribuzione del reddito mediante anche una tassazione profondamente rivista. Il mancato incontro con questi di gruppi spontanei, capaci di una protesta intelligente, troppo spesso soffocata in maniera anche violenta dalle forze dell'ordine, e quindi anche, in ultima analisi, da Obama stesso, rappresenta un segnale chiaro di come l'inquilino della Casa Bianca non abbia saputo cogliere quell'opportunità per tramutare in provvedimenti legali un sentimento comune, molto vasto nella nazione americana. Se tale protesta poteva dirsi partita dalla sinistra americana, a livello di idea era stata fatta propria anche da parti del partito conservatore, consci della necessità di una doverosa ristrutturazione del sistema finanziario statunitense. Occorre dire che se Obama non ha praticamente accolto questa esigenza in casa democratica, nei conservatori è stata del tutto ignorata, come hanno bene evidenziato i temi maggiormente trattati nella campagna elettorale per eleggere lo sfidante nelle prossime presidenziali. Nei repubblicani si è preferito puntare su temi come l'aborto e la supremazia americana, che fanno sempre una grande presa sul proprio elettorato, ma si è tralasciato di proposito di portare in prima linea i temi economici, lasciando inatatta la dottrina del partito, improntata al liberismo, ma senza urlarlo troppo. Insomma dagli Stati Uniti, in entrambi i maggiori partiti si è avuto un atteggiamento di contrita sottomissione alle ragioni della finanza. Ma ciò non autorizza, specialmente chi ricopre la massima autorità USA ha fare prediche, che paiono soltanto fuori luogo. Gli USA sono la massima potenza finanziaria del mondo, ogni movimento, positivo o negativo, comporta inevitabilmente delle ricadute sul resto dei mercati. Se si appura la necessità di una regolazione del sistema finanziario americano e poi questo non avviene la colpa non è certo dell'Europa, che anche per questo motivo non può più permettersi i prodotti americani.

E' possibile una guerra tra Israele e la Siria?

Nella speranza di vedere, almeno, indebolita la grande minaccia iraniana, Israele rinuncia alla propria neutralità nei confronti delle diatribe del mondo arabo, e si pronuncia a favore dei ribelli siriani. Si tratta di un cambiamento profondo nel panorama diplomatico regionale, sebbene, per ora senza ricadute efficaci, aldilà dell'appoggio formale agli insorti contro Assad. Con il presidente siriano, fino ad ora, il rapporto, ufficialmente di inimicizia, è stato in realtà improntato alla non aggressione reciproca, tanto che la frontiera con la Siria, per Israele, era quella ritenuta meno pericolosa dall'esercito di Tel Aviv. Ufficialmente la pronuncia israeliana è dovuta alla crudele repressione attuata dal governo di Damasco contro i civili, in realtà la dichiarazione a favore dei ribelli non è venuta sull'onda dell'emozione di quanto visto da tutto il mondo, ma è frutto di una profonda riflessione maturata con ponderazione nel tempo. Lo sviluppo che hanno preso i rapporti, sempre più stretti, tra Damasco e Teheran è alla base del ragionamento israeliano: Assad non è più ritenuto un vicino affidabile, ed anzi la piega che ha preso la guerra civile nel suo paese, ne fa un personaggio ormai imprevedibile, capace, per distogliere l'attenzione dalla sua politica di repressione, di azioni diversive molto pericolose, che potrebbero riguardare anche Israele. Damasco possiede un grande arsenale di armi chimiche, che potrebbero essere girate verso il territorio israeliano o direttamente dalle forze regolari siriane o girate agli Hezbollah che potrebbero usarle dal Libano. Si tratta di uno scenario estremo ma potenzialmente verificabile, Assad potrebbe guidare tutta la rabbia dell'estremismo islamico, contro un nemico facile, capace di aggregare forze più disparate. La mossa consentirebbe, insieme al sempre più incomprensibile atteggiamento cinese e russo, di guadagnare tempo prezioso, da investire in ulteriori repressioni degli oppositori, che continuano a combattere con il solo conforto di aiuti matriali esterni. Va anche detto che l'oggetto maggiore a cui sono indirizzate le azioni militari governative siriane è la parte di popolazione sunnita, la meno determinata contro Israele, al contrario di quella scita, pesantemente influenzata dalla teocrazia di Teheran e più favorevole al mantenimento di Assad al potere. Si sono così riposte le antiche speranze di Israele di vedere la Siria avvicinarsi ai paesi sunniti più moderati per abbracciare, ormai totalmente l'alleanza con l'Iran. Questo elemento è fondamentale per valutare la sicurezza futura del paese della stella di David: una condivisione della politica estera iraniana, da parte di Damasco, non può non comprendere Israele come principale nemico. In questa ottica una permanenza al potere di Assad, potrebbe fornire a Teheran basi per i propri missili, anche nucleari, particolarmente vicini allo stato israeliano, che diventerebbe sotto minaccia costante. E' una considerazione che apre la possibilità, per Israele, della valutazione di un attacco diretto alla Siria. Per i ribelli si tratterebbe del più inaspettato degli aiuti, ma anche del più controverso, a non tutte le correnti, spesso in contrasto tra di loro, che formano l'opposizione ad Assad, questo aiuto sarebbe gradito. Ma la misura porterebbe strategicamente Israele più vicino all'Iran, nel quadro di un possibile attacco preventivo ai centri di produzione dell'atomica. Si tratterebbe anche si una situazione nella quale gli USA, non potrebbero esimersi dall'intervento, magari insieme a partner europei, coperto da evidenti ragioni umanitarie. Questo scenario amplia così le possibilità di un conflitto in medio oriente, dietro cui le ragioni fondamentali sono costituite dall'irresponsabilità della politica estera iraniana, reale minaccia alla pace nella regione.

lunedì 11 giugno 2012

La decisione sbagliata di aiutare le banche spagnole

La decisione di cento miliardi di aiuti alle banche spagnole deve imporre una seria riflessione. Intanto sulla facilità con la quale l'aiuto è stato concesso è bene dire che nelle banche spagnole vi sono cospicui investimenti tedeschi, quindi tutta la retorica a favore dell'unità dell'Europa del governo di Berlino è del tutto fuori luogo, perchè la Germania è la prima ad essere interessata a che le banche iberiche non falliscano. Ma, esclusa questa doverosa introduzione, che può offrire ulteriori spunti per sviluppare domande sulla sincerità dell'europeismo di tanti statisti e statiste impegnati in discorsi che paiono costruttivi, la domanda centrale non può che essere se è giusto finanziare gli istituti di credito, in forza del criterio grazie al quale vengono considerati canali privilegiati per ridare impulso alle economie. Si sta parlando di banche indebitate per operazioni sbagliate ed oltretutto spesso non in buona fede, alle quali vengono accordati prestiti a tassi molto agevolati, che utilizzano il denaro ricevuto, oltre che per ripianare i propri debiti, anche lucrando sui tassi di interesse che impongono, per mettere in circolo questi aiuti. Viene così ad instaurarsi un circuito perverso che premia due volte chi ha operato in modo pessimo, portando al dissesto istituti bancari impegnati in attività al di fuori di quelle istituzionalmente previste. Il ragionamento di fondo degli eurocrati è che portare al fallimento le banche può innescare guai ancora peggiori della situazione attuale, ma è giusto fare ricadere sui cittadini, il costo di manovre errate? Non sarebbe più opportuno finanziare il debito degli stati, i quali, a loro volta, dovrebbero impegnarsi in prima persona nella circolazione degli aiuti, saltando così soggetti che si sono dimostrati, per lo meno, incapaci della gestione di capitali? La risposta sarebbe logica se non ci trovassimo, ormai è assodato, in una spirale perversa del rapporto tra banche, governi nazionali ed istituzioni centrali. Le negative esperienze degli ultimi anni, dove le banche non hanno praticamente più fatto il loro lavoro, spingendo sempre più a fondo l'acceleratore del facile guadagno, rivelatosi poi per quello che doveva essere: bolle speculative incapaci di mantenere le promesse fatte, dovrebbe fare radicalmente cambiare l'assetto del credito per vie legali, nel senso che i parlamenti dovrebbero impegnarsi più a fondo per la costruzione di una legislazione che tuteli maggiormente l'investitore ed assieme garantisca una maggiore circolazione del denaro, prevedendo sanzioni pesanti per chi non adempie al proprio mandato. Viceversa ci troviamo in una situazione, dove non solo non vi sono provvedimenti, anche estremi, per chi sbaglia, ma, anzi, si prendono iniziative quasi premianti, che consentono alle banche di sopravvivere in una situazione che sarebbe di fallimento per qualsiasi altra azienda. Senza una nuova legislazione, che riguardi almeno l'intera area euro, che innovi la materia in senso punitivo per chi sceglie gli investimenti facili, non si può pensare di sbloccare una situazione che rischia di protrarsi a lungo nel tempo. Le tasse dei cittadini non possono essere impiegate per salvare banche, ma anche aziende, che hanno dilapidato ingenti patrimoni per rincorrere speculazioni evidenti. Quella che deve essere cambiata è la mentalità della banca come unico canale creditizio, se il sistema bancario di un paese non è affidabile si lascia andare al suo destino e lo stato lo sostituisce, fintanto che il sistema non recupera la sua affidabilità. D'altronde questo provvedimento non sarebbe altro che l'applicazione di una teoria effettivamente liberista, mentre non è liberista chi specula, anche in nome del mercato, e poi accetta gli aiuti di stato. Un provvedimento come quello di questi giorni che impegna ben cento miliardi di euro per salvare un sistema bancario deficitario è soltanto il chiaro segnale di una classe politica che o non vuole trovare alternative o non sa trovarle, in entrambi i casi si tratta dell'ennesimo segno del declino comune.

venerdì 8 giugno 2012

Quale soluzione per la Siria?

La tenace resistenza di Cina e Russia all'interno del Consiglio di sicurezza dell'ONU determina l'impossibilità di un intervento armato in Siria sotto l'egida dell'ONU. Assad è conscio che le due super potenze, per ragioni comuni ma anche differenti, non toglieranno mai il veto ad una azione militare nei confronti di Damasco; del resto le occasioni per autorizzare l'intervento di una forza multinazionale sono state, purtroppo, molteplici. Non è bastata la feroce repressione che è sfociata in una tragica guerra civile, dove si sono verificati diversi massacri, anche di bambini. Eppure niente è servito a fare cambiare idea a Mosca e Pechino, che continuano imperterriti su di una linea che prevede sterili trattative, che hanno il solo effetto di fare guadagnare tempo al dittatore siriano. Il quale, malgrado l'entità delle sanzioni a cui è sottoposto il suo regime, è tutto tranne che isolato. Proprio i contatti con i governi cinese e russo e con quello iraniano, gli consentono ancora di godere di una platea internazionale che gli permette di continuare la feroce repressione in atto. Neppure le minacce dei paesi del Golfo hanno spaventato il presidente siriano, tuttavia è impossibile non chiedersi come sarà l'evoluzione della situazione, non potendo Assad eliminare fisicamente la gran massa di oppositori, tra l'altro destinata a crescere, presente nel paese. Difficile elaborare previsioni, la situazione è troppo caotica per un'analisi che consenta di formulare qualsiasi ipotesi. Occorre però fare alcune considerazioni, basandosi, ad esempio sulla fine del rais libico Gheddafi. Anche in quel caso il mondo si è trovato di fronte ad una carneficina operata per imbrigliare il dissenso, ma le analogie finiscono qui. Gheddafi è rimasto totalmente isolato nella platea internazionale a differenza di Assad, che può giocare sulla sicurezza del veto in sede di Consiglio di sicurezza. Nell'occasione libica sia la Cina che la Russia alla fine si astennero e ciò determinò l'invio di forze armate, essenzialmente aeree ma poi seguite anche da piccoli contingenti di terra, che si rivelarono determinanti per la caduta del regime di Tripoli. Gli insorti godevano già di aiuti materiali provenienti dall'estero, ma senza l'intervento esterno, la capacità militare delle forze armate fedeli a Gheddafi avrebbe avuto la meglio. I ribelli siriani si trovano in una situazione analoga a quella libica prima degli aiuti militari, possono contare su rifornimenti di armi da parte di paesi amici ma ciò non è sufficiente per rovesciare un esercito meglio armato e preparato come quello leale ad Assad. Questo anche se interi reparti hanno disertato e si sono schierati al fianco degli insorti. Quello che fa Assad è una guerra repressiva di forte logoramento, che si basa sia su di un annientamento fisico degli avversari, sia su quello psicologico operando massacri sui civili inermi delle zone dove la ribellione è più forte e radicata. La particolare crudeltà di Assad proviene in parte anche dalla sensazione di impunità derivante dalla sicurezza, che, per lo meno, la Russia non toglierà mai il veto nel Consiglio di sicurezza, ad un intervento militare, perchè ritiene la Siria, questa Siria governata da Assad, particolarmente strategica per i propri interessi (si deve ricordare che l'unica base navale russa nel Mediterraneo è in Siria). Diversi analisti ritengono così, fortemente improbabile una azione militare al di fuori dell'ombrello ONU da parte di altre potenze, come ad esempio la Francia, come minacciato da Hollande appena eletto, minacce a cui, per ora, non ha fatto seguito alcun passo pratico significativo. Inoltre Assad ha un'altra arma in mano, che ha minacciato più volte di usare e cioè fare in modo di allargare il conflitto al Libano, gettando la regione in una pericolosa instabilità. Difficile dire se questa minaccia possa avere un seguito reale, in quel caso Damasco andrebbe al centro di una situazione oltre i propri confini, creando una eventualità da gestire al di fuori del proprio controllo, tenendo conto anche della pericolosa vicinanza degli israeliani, già fortemente allarmati per la questione iraniana. In ogni caso per i ribelli l'unica possibilità è continuare la propria guerra contando solamente sugli aiuti in armi e materiale provenienti dall'estero. Si tratta di resistere e temporeggiare per un tempo praticamente non quantificabile, ne prevedibile, ed in attesa dell'insorgenza di una eventualità che intervenga a modificare in qualche modo la situazione presente. Se è impossibile, come abbiamo visto, contare su di una variazione dell'atteggiamento russo, per la Cina la questione potrebbe essere differente, non a caso è una delle nazioni che si è spesa di più nel tentativo di risolvere la situazione attraverso le trattative diplomatiche. Inoltre il veto cinese è motivato dalla dottrina internazionale che Pechino si è data e che vieta l'ingerenza negli affari interni degli altri stati. E' però pur vero che il no cinese ad un intervento militare ha anche motivi di ordine diplomatico nei confronti degli Stati Uniti e dell'Europa, di cui non vuole apparire succube. Tuttavia un ammorbidimento, anche non ufficiale, nei confronti delle ragioni dei ribelli, comprendendo la necessità anche di apparire non complice sul piano internazionale, di chi è l'autore di veri e propri massacri, potrebbe costituire quella novità in grado di non fare pendere più la bilancia a favore di Assad. Se si vuole convincere la Cina a cambiare atteggiamento occorre renderla protagonista del proprio cambio di indirizzo senza forzare la mano, ma il tempo per un cambiamento di rotta pare sempre più urgente.