Dopo la tensione con la Corea del Sud, per la questione delle Isole Takeshima, per il Giappone si apre un altro fronte diplomatico analogo, questa volta con la Cina, per le isole Senkaku. Attivisti che componevano l'inedita alleanza tra Repubblica Popolare Cinese e Taiwan, hanno infatti piantato le rispettive bandiere su questo piccolo arcipelago, formato da cinque isole, situato nel mar Cinese Orientale e distante circa 120 miglia marine a nordest di Taiwan, 200 miglia marine ad est della Cina continentale e 200 miglia marine a sudovest dell'isola di Okinawa, di cui amministrativamente fanno parte per essere inserite nella sua prefettura, attraverso la dipendenza dal comune di Ishigaki. L'arcipelago era sotto il dominio cinese fino al 1895, anno in cui, in base la trattato di Shimonoseki, dell'aprile 1895, conseguente alla sconfitta della Cina nella prima guerra con il Giappone, passarono sotto la sovranità di quest'ultimo. Gli attivisti cinesi sono stati sfrattati semplicemente senza arrivare ad un processo, che poteva avere conseguenze ben più gravi del già difficile clima che si è venuto a creare; ma questo episodio è soltanto l'ultimo di una serie di incidenti, che si registrano in aumento dal 2007. Come per le isole Takeshima, esistono più ragioni che provocano questa situazioni, che possono portare ad incidenti diplomatici gravidi di conseguenze. Le Senkaku sono circondate da acque molto pescose ed hanno giacimenti di idrocarburi, che pur non consistenti in termini assoluti, possono rappresentare, sopratutto per il Giappone, una riserva considerevole. Inoltre l'importanza strategica, inquadrata in un contesto orientato al sempre maggiore controllo e presidio delle rotte commerciali, ne determina un valore intrinseco molto superiore allo stretto valore economico, non solo, anche l'importanza militare non è secondaria, perchè potrebbe permettere la creazione di una base che potrebbe essere una vera e propria testa di ponte nel Pacifico, sopratutto per la flotta cinese, che avrebbe l'opportunità di insidiare proprio la supremazia di quella giapponese. Il tema è quindi delicato ed arriva in un momento particolare sia per Pechino, che per Washington, alle prese con passaggi di potere annunciati e non. Proprio gli USA, che hanno trasferito la sovranità dell'arcipelago al Giappone, nel 1972, in seguito al trattato di pace di San Francisco, mai riconosciuto dalla Cina, hanno, recentemente, dichiarato che l'arcipelago rientra nel trattato con Tokyo per la sicurezza, da cui consegue che ogni attacco di cui potenzialmente potrebbero essere oggetto, potrebbe fare scattare delle rappresaglie ad opera delle forze armate americane. Negli ambienti statunitensi si ritiene che le rivendicazioni cinesi siano soltanto simboliche e non possano andare aldilà di meri episodi dimostrativi. Tuttavia sia in Cina, che in Giappone, le rispettive opinioni pubbliche sono protagoniste di manifestazioni contro il paese avversario in nome di un rinnovato nazionalismo, che accomuna i due paesi, divisi da storica rivalità. Sopratutto il Giappone sembra attraversato da un sentimento patriottico che sconfina in un pericoloso revanscismo, capace di aggravare una situazione regionale, sempre più in bilico per la presenza di focolai potenziali altamente pericolosi.
Blog di discussione su problemi di relazioni e politica internazionale; un osservatorio per capire la direzione del mondo. Blog for discussion on problems of relations and international politics; an observatory to understand the direction of the world.
Politica Internazionale
Cerca nel blog
lunedì 20 agosto 2012
Sulla UE il pericolo dell'affermazione dei movimenti politici estremi
La velocità con cui i mercati stanno condizionando la vita degli abitanti dell'Unione Europea, continua a produrre reazioni politiche che muovono l'opinione pubblica sempre più verso le ali estreme delle formazioni politiche. Certo per ora è una tendenza non maggioritaria ma che rivela una propensione degli elettori al rifiuto dei partiti tradizionali che occupano le posizioni di governo. Il fenomeno è rivelatore di una percezione piuttosto netta sulla responsabilità della crisi e dell'inadeguatezza delle misure prese, che sono andate a pesare solo su di una parte ben definita della società europea. Il dato comune, infatti, evidenzia lo scontento dei ceti medi e medio bassi i cui redditi sono stati fortemente decurtati da misure pressochè analoghe, applicate in nazioni differenti. La crescita delle ali estreme del panorama politico, diventa, quindi, la logica conseguenza di una radicalizzazione di una situazione caratterizzata dall'assenza di controllo, che ha permesso materialmente la grave situazione attuale. Ma, se nell'immediato, proprio per la mancanza di peso politico nelle sedi parlamentari, questo fenomeno reata circoscritto alla sola protesta, in un prossimo futuro segnato da competizioni elettorali imminenti, una affermazione elettorale di questi movimenti potrà creare diverse condizioni capaci di bloccare il necessario processo di integrazione europea, che resta l'unica strada per fare uscire il vecchio continente dalle sabbie mobili della crisi finanziaria. Intanto una frammentazione più accentuata dell'attuale nei parlamenti nazionali ed in quello comunitario, non potrà che avere effetti di rallentamento sui processi decisionali, con conseguenti cause ostative alla necessaria univocità di indirizzo. Questo segnale, comune sia a paesi da tripla A, come l'Olanda, sia a nazioni in evidente difficoltà come la Grecia, non può essere sottovalutato da chi è attualmente al governo e specialmente ricopre ruoli di maggiore importanza, in virtù della propria forza economica, nella UE. La discrepanza che divide la velocità dei mercati dall'azione politica è ormai assodato, la ragione che impedisce un corretto funzionamento dell'Europa. Le misure studiate e contrattate a lungo sono sempre un passo indietro a ciò che proviene da mercati esenti da regole, che impongono decisioni sempre più drastiche al di fuori di un normale processo politico. In questa ottica la democrazia viene calpestata ogni giorno dall'oligarchia finanziaria, ormai assurta a novello despota, in grado di controllare i destini delle masse della popolazione europea. Ma se sulle prime, cioè all'inizio del manifestazione della crisi si poteva, giustamente addebitare al legislatore europeo, la mancanza di lungimiranza per non avere saputo prevedere gli effetti nefasti di un liberismo troppo accentuato, ormai il fenomeno è consolidato; eppure le istituzioni europee ed i governi internazionali non sono stati ancora in grado di elaborare una strategia politica unitaria volta al contenimento degli effetti deleteri delle oscillazioni finanziarie. Il primo elemento da eliminare è la lentezza della reazione da un punto di vista normativo, in grado, cioè, di procedere da una regolamentazione effettiva ai fenomeni che condizionano i bilanci ed il debito degli stati. Fino ad ora si è proceduto con strumenti puramente tecnici, di natura economica e sopratutto soltanto contingenti, senza il necessario requisito della programmazione a media o lunga distanza. Ma la ragione è logica: per elaborare provvedimenti di tale portata è necessario un supporto di tipo politico e non soltanto tecnico. E' però proprio su questo aspetto che si riscontrano le maggiori deficienze di un governo sovranazionale, che per il momento è del tutto assente. I provvedimenti dei singoli stati , seppure presi in accordo tra i diversi governi, restano, appunto, leggi nazionali o peggio conseguenze di stati di necessità, per risolvere le quali, gli stati più forti impongono ai più deboli. Se da un punto di vista di necessità ed urgenza questo può essere tollerabile in maniera limitata, per essere accettato deve essere accompagnato dall'elaborazione di progetti tendenti ad una maggiore centralità, che favorisca l'indirizzo politico su quello esclusivamente tecnico. Ciò potrebbe permettere, innanzitutto una regolamentazione a livello comunitario, degli aspetti più nocivi delle conseguenze delle oscillazioni finanziarie ed, in seconda battuta, una programmazione legislativa proveniente dalla rinnovata centralità dell'azione politica, legittimata dall'effettiva riaffermazione del ruolo della democrazia, per ora calpestata dalla causa economica. Per fare ciò il tempo non è tanto, senza un adeguato miglioramento delle condizioni generali delle popolazioni, il guadagno in termini di voti di chi cavalca la protesta è destinato ad aumentare in maniera esponenziale. Per limitare il fenomeno è necessario introdurre una politica di redistribuzione che permetta di mantenere un sistema di protezione sociale, capace di riavvicinare lo stato al cittadino ed insieme procedere con riforme in grado di unire in maniera efficace, dal punto di vista politico, la UE, che siano percepite dalla popolazione come una protezione delle istituzioni.
venerdì 10 agosto 2012
Tra Giappone e Corea del Sud relazioni diplomatiche in pericolo
Il recente episodio della visita del presidente sudcoreano Lee Myung Bak alle isole Dokdo o Takeshima, ha riacceso un mai sopito motivo di profondo contrasto tra Corea del Sud e Giappone. L'arcipelago conteso ha una dimensione ridotta, di circa 0,186 chilometri quadrati, ed è composto da due isole maggiori, contornate da diversi isolotti, ma poggia su di un mare molto pescoso e, si sospetta, giace su depositi di gas; inoltre la sua importanza è giudicata strategica dal punto di vista militare. Nonostante l'arcipelago delle isole Dokdo abbia costituito storicamente un oggetto di disputa tra i due paesi, ultimamente vi erano, però, stati episodi in cui Tokyo e Seul, si erano alleati sull'argomento, contro le pretese della Corea del Nord.
Ma la visita del Presidente sud coreano, accompagnato dai ministri dell'ambiente e della cultura, ha scatenato nel Giappone una reazione sdegnata. In realtà le isole, situate a metà strada tra i due paesi, sono occupate dalla Corea del Sud fin dagli anni 50 dello scorso secolo, con un posto di polizia, un faro, un eliporto ed un piccolo porto. Nel 1982 sono state dichiarate monumento naturale, perchè sede di riproduzione e rifugio di diverse rare specie animali. Dal punto di vista amministrativo, la Corea del Sud le ricomprende nella provincia di Kyongsan mentre Tokyo, che ne continua a rivendicare il possesso, come facenti parte della prefettura di Shimane. La veemente reazione giapponese, che ha provocato il ritiro del proprio ambasciatore sa Seul, è dovuta principalmente al fatto che la visita del presidente coreano è la prima, nella storia, alle isole contese e ciò ha provocato a Tokyo una lettura particolare dell'evento, come affermazione della sovranità territoriale coreana, che, pur sempre rifiutata dai giapponesi, pare ormai un dato di fatto. Il Giappone ha affermato che le relazioni tra i due paesi sono compromesse e che reagirà con fermezza all'atto formale della visita. Pur comprendendo la necessità di risvegliare un nazionalismo, sempre capace di mascherare un momento della politica interna del paese nipponico non troppo felice, la reazione giapponese appare spropositata, sopratutto nei confronti di un paese alleato, in un momento storico nel quale la regione è attraversata dalla minaccia di potenziali conflitti legati, sia al predominio delle rotte commerciali, una disputa con la Cina, che all'eterno problema degli ordigni atomici presenti nella Corea del Nord. La sorpresa è ancora maggiore se si considera che le isole sono occupate dai sud coreani da più di cinquanta anni e non è certo una visita ufficiale a peggiorare le cose. Quali forme di reazione il Giappone intenda adottare è difficile da prevedere, mentre è facile intuire il malumore americano per la dimensione che ha assunto la vicenda. Per gli Stati Uniti, di cui sia Giappone che Corea del Sud, sono grandi e strategici alleati, la regione orientale sta diventando sempre più una zone chiave, come dimostra l'attivismo diplomatico in Viet Nam dell'amministrazione Obama. Per Washington la regione sarà ancora più importante nel futuro per contrastare la potenza economica, ma anche militare della Cina, quando il tasso di crescita dei paesi che si affacciano nel Mare Cinese Meridionale, consentirà di andare a costituire un motore economico rilevante, sia come produttori che come consumatori. Nella strategia americana non sono previsti motivi di attrito tra gli alleati, perchè è già considerata difficile la gestione con Pechino e Pyonyang, per cui l'incrinatura tra Tokyo e Seul è vissuta come un intoppo fastidioso da risolvere al più presto. Tuttavia la missione non appare facile, se per la Corea del Sud non vi sono variazioni di comportamento, l'atteggiamento giapponese desta viva preoccupazione. Senza ipotizzare soluzioni estreme, che potrebbero comprendere manovre militari navali nelle acque prospicienti le isole contese o sanzioni di tipo economico e commerciale, già la sola interruzione dei normali rapporti diplomatici, prolungata nel tempo, rappresenterebbe un ostacolo a tutto quel sistema che gli americani hanno elaborato proprio in funzione anti cinese, perchè significherebbe la rottura di una alleanza nella regione che pareva apparentemente solida. Per la diplomazia americana si prepara, così l'ennesima sfida, questa volta totalmente inaspettata.
Ma la visita del Presidente sud coreano, accompagnato dai ministri dell'ambiente e della cultura, ha scatenato nel Giappone una reazione sdegnata. In realtà le isole, situate a metà strada tra i due paesi, sono occupate dalla Corea del Sud fin dagli anni 50 dello scorso secolo, con un posto di polizia, un faro, un eliporto ed un piccolo porto. Nel 1982 sono state dichiarate monumento naturale, perchè sede di riproduzione e rifugio di diverse rare specie animali. Dal punto di vista amministrativo, la Corea del Sud le ricomprende nella provincia di Kyongsan mentre Tokyo, che ne continua a rivendicare il possesso, come facenti parte della prefettura di Shimane. La veemente reazione giapponese, che ha provocato il ritiro del proprio ambasciatore sa Seul, è dovuta principalmente al fatto che la visita del presidente coreano è la prima, nella storia, alle isole contese e ciò ha provocato a Tokyo una lettura particolare dell'evento, come affermazione della sovranità territoriale coreana, che, pur sempre rifiutata dai giapponesi, pare ormai un dato di fatto. Il Giappone ha affermato che le relazioni tra i due paesi sono compromesse e che reagirà con fermezza all'atto formale della visita. Pur comprendendo la necessità di risvegliare un nazionalismo, sempre capace di mascherare un momento della politica interna del paese nipponico non troppo felice, la reazione giapponese appare spropositata, sopratutto nei confronti di un paese alleato, in un momento storico nel quale la regione è attraversata dalla minaccia di potenziali conflitti legati, sia al predominio delle rotte commerciali, una disputa con la Cina, che all'eterno problema degli ordigni atomici presenti nella Corea del Nord. La sorpresa è ancora maggiore se si considera che le isole sono occupate dai sud coreani da più di cinquanta anni e non è certo una visita ufficiale a peggiorare le cose. Quali forme di reazione il Giappone intenda adottare è difficile da prevedere, mentre è facile intuire il malumore americano per la dimensione che ha assunto la vicenda. Per gli Stati Uniti, di cui sia Giappone che Corea del Sud, sono grandi e strategici alleati, la regione orientale sta diventando sempre più una zone chiave, come dimostra l'attivismo diplomatico in Viet Nam dell'amministrazione Obama. Per Washington la regione sarà ancora più importante nel futuro per contrastare la potenza economica, ma anche militare della Cina, quando il tasso di crescita dei paesi che si affacciano nel Mare Cinese Meridionale, consentirà di andare a costituire un motore economico rilevante, sia come produttori che come consumatori. Nella strategia americana non sono previsti motivi di attrito tra gli alleati, perchè è già considerata difficile la gestione con Pechino e Pyonyang, per cui l'incrinatura tra Tokyo e Seul è vissuta come un intoppo fastidioso da risolvere al più presto. Tuttavia la missione non appare facile, se per la Corea del Sud non vi sono variazioni di comportamento, l'atteggiamento giapponese desta viva preoccupazione. Senza ipotizzare soluzioni estreme, che potrebbero comprendere manovre militari navali nelle acque prospicienti le isole contese o sanzioni di tipo economico e commerciale, già la sola interruzione dei normali rapporti diplomatici, prolungata nel tempo, rappresenterebbe un ostacolo a tutto quel sistema che gli americani hanno elaborato proprio in funzione anti cinese, perchè significherebbe la rottura di una alleanza nella regione che pareva apparentemente solida. Per la diplomazia americana si prepara, così l'ennesima sfida, questa volta totalmente inaspettata.
Israele ed Egitto collaborano nel Sinai
Le conseguenze di quanto accaduto nel Sinai, la recente vicenda dove gruppi di jihadisti sono fortemente sospettati di avere ucciso 16 guardie di frontiera egiziane, hanno aperto nuove prospettive sugli equilibri regionali. La volontà egiziana di stroncare i movimenti alla frontiera con Israele dei gruppi islamici radicali, ha aperto forme di collaborazione inaspettate tra Tel Aviv ed Il Cairo. Infatti il governo israeliano ha aperto, seppure per un tempo limitato, il proprio spazio aereo all'aviazione leggera egiziana, per consentire l'impiego di elicotteri da guerra nella repressione dei movimenti sulla linea di confine tra i due stati. Per l'islamico, politicamente oltre che di religione, Morsi, il nuovo presidente egiziano, si tratta di una sfida importante, che testimonia come la questione della pace con Israele sia un punto centrale del suo mandato, come aveva affermato più volte, senza mai essere completamente creduto. D'altra parte una cosa è l'appoggio alla questione palestinese, anche con il sostegno materiale a gruppi come Hamas, altra cosa è il controllo del proprio territorio da gruppi terroristici indipendenti e non bene inquadrati in logiche strutturate ed organizzate. La questione è importante perchè attraverso la repressione di questi gruppi, Morsi vuole, innanzitutto evitare dubbi o confusioni da parte israeliana, che potrebbero generare dei conflitti armati tra i due stati. Del resto questa strategia è apparsa da subito una strada possibile ai gruppi terroristici, che hanno interesse ad alterare il pur fragile stato di pace tra i due paesi confinanti, per avviare una spirale capace di degenerare lo stato di stabilità regionale. Ad alimentare l'urgenza della risoluzione del problema vi è anche l'attività clandestina di questi gruppi radicali, che verte sul traffico di armi, droga ed esseri umani, spesso esercitati con la complicità delle tribù beduine, che costituiscono sia un mezzo di finanziamento per le attività terroristiche, sia un elemento di destabilizzazione per la sicurezza interna egiziana, perchè coinvolgono direttamente diverse reti di malviventi. Ed è proprio in questo ambiente che nascono i pericoli più subdoli per il rapporto tra Egitto ed Israele: se parte un attentato verso Tel Aviv, da queste zone, potrebbe risultare facile per gli israeliani accusare il nuovo governo egiziano, come minimo, di scarsa vigilanza, se non di aperta collusione con gli attentatori. L'azione di Morsi, che ha anche compreso la distruzione dei tunnel sotto il Sinai, che sono stati anche strategici per Hamas, ma non solo, perchè hanno favorito proprio quei traffici fonti di tanti dubbi sulla lealtà egiziana, è fondamentale per la distensione tra i due paesi ed afferma la chiara volontà da parte del governo del Cairo, di matrice islamica, di non volere alterare sia gli accordi, che gli equilibri regionali. Morsi, essendo appunto di matrice islamica, deve faticare maggiormente per accreditarsi di fronte allo scettico panorama internazionale, che teme per il paese una deriva religiosa. In questo senso il banco di prova dei rapporti con Israele costituisce un esame probante e l'apertura di credito che ha consentito agli elicotteri egiziani di sorvolare lo spazio aereo di Tel Aviv è una prova dell'avvio di una collaborazione che dovrebbe mantenere inalterata la pace tra i due stati. Sicuramente anche gli Stati Uniti si sono adoperati dietro le linee per favorire questa manovra, che si può definire congiunta, del resto anche per l'Egitto governato dai partiti islamici l'alleanza con Washington resta centrale, sia in chiave di politica estera, che interna. Per Israele nel momento contingente, l'azione egiziana può significare allentare la tensione da quella parte della sua frontiera, per concentrarsi maggiormente verso quella libanese, particolarmente critica per i fatti siriani, mentre in proiezione futura possono essere costruite delle basi per aprire una nuova fase diplomatica con uno stato governato da movimenti islamici, che può costituire un esempio da seguire nei rapporti con altri stati arabi.
mercoledì 8 agosto 2012
L'Iran resta fedele alla Siria
Il regime iraniano, ribadendo la sua alleanza con la Siria di Assad, mostra tutta la sua paura per gli sviluppi della situazione ed investe il tutto per tutto, confermando l'alleanza di Teheran con Damasco. Proprio nella capitale siriana è giunto un inviato del governo iraniano per rinforzare i legami tra i due paesi, giudicati fondamentalmente strategici per il regime degli ayatollah, per la difesa della nazione scita contro Israele e Stati Uniti. In questa alleanza l'Iran iscrive anche i miliziani libanesi di Hezbollah e la causa palestinese. Ma proprio da quest'ultima stanno arrivando le prime delusioni, sia per Assad, che per Ahmadinejad: infatti nei campi profughi palestinesi presenti nel territorio siriano, sta crescendo, in modo esponenziale, il sostegno verso i ribelli, causato dai ripetuti massacri ad opera dlle forze regolari, che hanno anche colpito recentemente, alcuni campi profughi con mezzi di artiglieria pesante. Per l'Iran il mutato atteggiamento dei profughi presenti in Siria verso Assad, costituisce una pesante delegittimazione, capace di minare la tanto ricercata leadership, che appare ormai compromessa, dei paesi arabi contro l'entità sionista ed il nemico americano. Per rovesciare la visione che viene percepita da tutto il mondo dei fatti siriani, e cioè, una ribellione contro una dittatura trasformata in guerra civile, l'Iran si sta adoperando per accreditare la propria interpretazione, che consiste nella negazione del conflitto interno, ma offrendo una lettura che opta per uno scontro organizzato da nemici esterni, facilmente individuabili negli USA ed in Israele, per rovesciare gli equilibri della regione. Cercando un punto di vista obiettivo è innegabile che vi sia una parte di verità in quanto asserito dagli iraniani, anche se è difficile ricostruire le fasi iniziali della rivolta, su di una base di partenza suggerita esclusivamente da soggetti esterni. E' pur vero che una differente gestione della situazione fin dalle fasi iniziali, proprio da parte di Assad, tramite maggiori concessioni ai rivoltosi, avrebbe, insieme con l'effetto di evitare l'ingente spargimento di sangue, potuto avere sbocchi più morbidi per un regime che ora pare destinato ad essere annientato. Non è chiaro come tutti i dittatori della primavera araba abbiano avuto un percorso comune di fronte alle ribellioni. Percorso che ha compreso la repressione via via più feroce, per poi concludersi con l'inevitabile sconfitta. L'errore fondamentale di Assad, a capo del paese che per ultimo è stato oggetto della rivolta è stato quello di non assumere un atteggiamento differente, proprio sulla base di quello successo ai suoi colleghi destituiti. Il dubbio legittimo che consegue ad una simile riflessione è che Damasco sia stato influenzato da potenze esterne fortemente interessate al fatto che Assad restasse al potere, per tutelarne gli interessi. Se questa ipotesi è vera, l'Iran non può che essere tra queste forze straniere, come dimostrato, tra l'altro, dalla presenza di propri miliziani, sia nelle fasi iniziali della repressione, sia in quella attuale, come testimonia la vicenda dei presunti pellegrini iraniani arrestati dai ribelli con l'accusa di essere, in realtà, agenti fiancheggiatori delle forze regolari. L'Iran ha chiesto la collaborazione sia della Turchia che del Qatar, per la liberazione degli ostaggi. La richiesta implica, da parte iraniana, un riconoscimento del ruolo svolto dai due paesi come sostenitori delle forze ribelli siriane, in quanto l'Ankara sta fornendo asilo sia ai profughi, che ai disertori dell'esercito regolare mentre Doha ha effettuato e sta effettuando, insieme all'Arabia Saudita, ingenti rifornimenti di armi e materiale alle truppe ribelli. Alla fine per non urtare la suscettibilità di questi due stati, Teheran ha indicato gli USA, proprio perchè fornitori anch'essi di aiuti alle forze contrarie al regime, di essere i diretti responsabili della salute degli ostaggi, ripercorrendo una strada diplomatica, oltre che consueta, ormai diventata abusata.
martedì 7 agosto 2012
In Africa, crescono i problemi per la Cina
La Cina, che ha fatto dell'espansione economica in Africa un cardine del suo sviluppo industriale per il reperimento delle risorse necessarie alla sua industria, sta incontrando, nel continente nero, grosse difficoltà di relazione con il mondo del lavoro africano. Gli episodi di violenza ai danni dei funzionari cinesi, da parte della manodopera locale, stanno diventando troppo frequenti e segnalano un diffuso stato di malessere. Pechino ha scelto di applicare la stessa metodologia delle condizioni di lavoro che vige in patria: orari massacranti, nessuna tutela, assenza di diritti sindacali e paghe eccessivamente basse. La condizione di necessità delle popolazioni africane, coinvolte fin dall'inizio nei progetti cinesi per il basso costo del lavoro, è stato un fattore calmierante soltanto per i primi tempi, ma l'inasprirsi delle condizioni di lavoro e la mancata applicazione di leggi relative alla regolamentazione della retribuzione più favorevole per i lavoratori, come per esempio accaduto nello Zambia, a generato sentimenti che sfiorano l'aperta ostilità verso la Cina. Del resto, pur con contributi ingenti per gli stati africani, la percezione, che pare comune nei paesi africani, è che Pechino dia meno del dovuto, cioè abbia spuntato contratti nettamente sbilanciati a suo favore, per lo sfruttamento dei giacimenti delle materie prime africane. Questo punto, che riguarda la percezione negativa delle popolazioni locali, è centrale nel sentimento di rivalsa contro Pechino, che viene ormai avvertita come una presenza neocolonialista. Questo fatto potrebbe rappresentare una anticipazione del futuro, che potrebbe verificarsi, seppure in altre forme, anche in paesi non appartenenti ne al terzo e ne al quarto mondo. Sopratutto quello che preoccupa è l'applicazione di un sistema di relazioni industriali totalmente stravolto, dove vige la cancellazione pressochè totale dei diritti sindacali, della sicurezza degli ambienti di lavoro e della tutela stessa dell'occupazione, il tutto, poi aggravato da una necessità endemica della struttura industriale cinese, di avere un costo particolarmente basso del fattore lavoro. Ma quello che accade in Africa è un sintomo che aggiunge profonda instabilità ad un continente in perenne fase di trasformazione, dove le esigenze di modernità, si scontrano con problemi storici non ancora risolti. Passata la fase del post colonialismo, che ha dato vita a numerose guerre, anche su base etnica, il continente africano, seppure con ancora alcuni importanti focolai di guerra presenti, inizia ad avere uno sviluppo dove si segnalano alcune aree con indici di crescita sufficienti a superare lo stato di povertà. Certo questo non vale ancora per le aree rurali, soggette ancora ad una coltivazione che non ha ancora abbandonato i metodi tradizionali, troppo soggetti alla metereologia; ma per le aree urbane cresciute a ridosso dei grandi giacimenti di materie prime, insieme con la crescita economica si è venuta a formare una coscienza dei diritti, supportata anche dallo sviluppo delle comunicazioni. L'approccio di Pechino è stato quello di non comprendere la maturazione dei lavoratori africani, trattandoli ad un livello di poco superiore della schiavitù dei secoli passati ed anzi, in alcuni casi in maniera coincidente. Del resto per cambiare questo atteggiamento non bastano gli ingenti stanziamenti sotto forma di prestito, che la Cina elargisce in modo interessato agli stati africani, l'orgoglio di chi credeva essersi affrancato da una sottomissione non ne ammette una nuova. L'atteggiamento cinese è di autoassoluzione, fedeli alla linea tenuta in politica estera, i cinesi inviati a dirigere i lavoratori africani affermano di essere sul suolo del continente nero soltanto per lavorare, senza immischiarsi nei casi di politica interna, classificando, così, gli atti di violenza a loro danno, soltanto come problemi legati a condizioni sindacali di cui non sarebbero responsabili. In realtà così non è, i contenziosi per gli orari ed i salari con la dirigenza degli impianti cinesi, che spesso non tengono conto proprio delle direttive degli stati dove sono localizzati gli impianti, testimoniano come quella cinese sia una volontà precisamente perseguita. Il problema, poi in ottica mondiale, è ancora più ampio, perchè fa parte di quella valutazione sulla concorrenza che Pechino ha stravolto, imponendo costi del lavoro troppo bassi per i suoi prodotti e l'assenza di regole che condizionano il mercato produttivo occidentale. Ciò ha determinato, si tratta di storia nota, un progressivo abbassamento delle condizioni del lavoro salariato a livello mondiale. Ecco perchè l'occidente deve prestare attenzione a quello che succede nei rapporti tra Cina ed Africa: è necessario che i paesi occidentali si inseriscano nei rapporti produttivi con i paesi africani, portando regole certe, salari adeguati e giusta remunerazione per gli stati di cui si sfruttano le risorse, per bloccare l'avanzata cinese che sta conducendo il mondo verso una deregolamentazione selvaggia del lavoro. L'Africa deve essere un punto di partenza per rovesciare questa tendenza ed affermare i diritti, ma ciò deve essere perseguito dagli stati, perchè anche le aziende occidentali guardano sempre con maggiore interesse ai metodi cinesi.
lunedì 6 agosto 2012
Gli sforzi USA per la transizione siriana
Washington aumenta l'attenzione sulla Siria e sul dopo Assad, ormai dato per scontato. Infatti il lavoro congiunto di Pentagono e Dipartimento di Stato verte sulle modalità della gestione derivante dal vuoto di potere, da diversi punti di vista: umanitario, economico e militare. La prima emergenza è costituita dalla grave situazione umanitaria, cui si cerca di fare fronte con massicci invii di aiuti, sia medici che alimentari, destinati ad alleviare la difficile situazione della popolazione civile. Con la caduta di Assad, gli Stati Uniti stanno approntando l'abolizione delle sanzioni economiche, in modo da permettere un afflusso ancora maggiore di aiuti, provenienti non solo dagli USA e consentire anche una ripresa delle attività economiche più veloce possibile, tramite l'arrivo di investimenti. Molto temuta è la probabile spirale di violenza che potrebbe innescarsi contro le forze leali al regime e responsabili dei tanti atti efferati contro la popolazione, in questo senso l'azione di Hillary Clinton mira a convincere le forze di opposizione a non abbandonarsi ad un clima di vendetta che avrebbe come conseguenza l'accentuazione della tanto temuta situazione del vuoto di potere, che potrebbe aprire scenari particolarmente pericolosi per la presenza, tra le fila dell'opposizione, di aderenti a movimenti integralisti islamici. Gli USA hanno bene in mente la lezione imparata con la caduta di Saddam Hussein in Iraq, dove la dissoluzione completa dell'apparato di potere, creò il caos più totale nel paese. In questa ottica non è da escludere che dietro le tante diserzioni di personaggi influenti del regime di Damasco, non vi sia proprio un piano predeterminato da Washington, per controllare il passaggio di potere, attraverso uomini chiave dell'amministrazione di Assad, che possono conoscere fin nei minimi dettagli l'organizzazione statale e possono essere accettati dall'opposizione per la loro diserzione prima della caduta del dittatore, che consente di assumere, così, il certificato di oppositore. Ma malgrado tutta questa pianificazione la Casa Bianca è consapevole di non potere avere il controllo, anche parziale della situazione, che presenta sviluppi imprevedibili perchè maturata in un contesto di forte violenza e fortemente diviso in fazioni settarie, tenute insieme, per adesso, soltanto dall'avversione per Assad. Infatti, malgrado la fase della caduta del dittatore sia ancora ritenuta problematica, ancorchè data per certa, nel senso che sicuramente accadrà, ma non si sa quando, gli USA ritengono che le difficoltà maggiori emergeranno proprio con la sconfitta ufficiale delle forze al potere. Particolare attenzione è rivolta al nutrito arsenale di armi chimiche, di cui la Siria è sempre stata una grande acquirente, il problema che tale arsenale non finisca in mano ad integralisti islamici, che potrebbe usarlo contro Israele, è stato al centro dell'elaborazione della strategia che prevederà l'impiego di squadre direttamente sul campo, del resto uomini della CIA sono già in stretta collaborazione con i ribelli, sicuramente con compiti di struzione e formazione in collaborazione con elementi analoghi di Arabia Saudita, Turchia e Qatar. Un'altro aspetto è la coordinazione e la collaborazione con i governi amici della regione, Giordania, Israele e Turchia, per organizzare e gestire la pressione umanitaria, sempre più forte, da parte dei profughi che fuggono dai teatri di guerra. L'azione americana, che era sicuramente iniziata in modo ufficioso, già precedentemente, si è fatta più massiccia con l'aggravarsi della crisi siriana e con la permanenza dell'atteggiamento di Cina e Russia, che continuano a bloccare qualsiasi soluzione proveniente dal Consiglio di sicurezza dell'ONU, rendendo vani, di fatto, ogni sforzo a livello sovranazionale.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)