Politica Internazionale

Politica Internazionale

Cerca nel blog

mercoledì 20 settembre 2017

السيادة الوطنية كأداة للعلاقات الدولية

إن خطاب ترامب لدى الأمم المتحدة يصبح دليلا على التغيير السياسي الدولي في العمل: وهو ما يعكس مصالح البلاد ومصالحها باعتبارها أهم عنصر في العمل السياسي لحكومة أو حركة تريد تحقيق هذا الهدف . وهذا تغيير كبير على الساحة الدبلوماسية، في سياق الاتجاه الذي يبدو أنه ثابت، أراد أن يحبذ التعاون بين الأمم في إطار تنظيمي ينطوي على بيع جزء من سيادة الدولة باسم المصالح المشتركة. كان شعار ترامب "أمريكا أولا"، وهو محور القومية الاقتصادية والسياسية التي اضطرت إلى سرقة الولايات المتحدة من التعاون الخارجي والانسحاب التدريجي من الساحة الدولية. إذا كان من وجهة نظر المصالح العسكرية وحتى الاقتصادية، أجبرت جماعات الضغط رئيس الولايات المتحدة على العودة إلى عدة خطوات، يبدو أن مجال سياسة المنظمات الدولية قد ترك تماما لإرادة البيت الأبيض. وكان الحديث الذي عقد في قصر الزجاج تناقضا لسنوات من الحذر السياسي الدولي، والتي كانت دائما تمارسها جميع الإدارات السابقة، وإن كانت مع اختلاف دقيق. وقد يكون هذا أيضا غير ذي صلة، إذا لم يكن يمثل إشارة بليغة للاتجاه الذي يحدث في جميع أنحاء الغرب. وكانت القضايا الأوروبية مختلفة، سواء بين أولئك الذين وقفوا في الانتخابات، مثل القضايا المجرية والبولندية، وأولئك الذين خرجوا من المنافسة، كما هو الحال في مارين لوبان وحركتها في فرنسا. هناك العديد من الحركات في الدول الأوروبية الأخرى التي تدعو إلى الحفاظ على السيادة الوطنية أكثر مما يعتبر غزو الاتحاد الأوروبي. وحتى في أجزاء أخرى من العالم، ترتفع هذه الظاهرة باطراد، وتفكر في روسيا وتطور تركيا. وكان من النتائج شيوعا هو أن تأكيد السيادة الوطنية كعنصر مميز حكومة يسير جنبا إلى جنب مع بضع قطرات من الحقوق والحق في انتقاد، وذلك لتميزها كحق التنفيذي وأيضا، وغالبا ما تتأثر المكونات الدينية النوع التقليدي. هذا النفور للمنظمات فوق الوطنية له مبررات المغادرة، والتي بالكاد يمكن تناقضها. انتقد ترامب نشاط الأمم المتحدة السيئ، لكنه لم يقترح تغيير يحتاج بشكل متزايد، وسوف يزيل نفوذ الولايات المتحدة. في أوروبا، كان ينظر إلى نشاط بروكسل، وليس بالمناسبة، كأداة تحبذ المؤسسات المالية الكبيرة من خلال صلابة الميزانية التي أدت إلى تفاقم أرواح المواطنين. نفس الأسباب، بالنسبة للبقية، أدت إلى انتخاب ترامب، لأنه تم تحديد كلينتون كممثل للطبقات الغنية، الذين حصلوا على أكبر استفادة من العولمة. التناقض هو أنه في كثير من الأحيان، ويجري انتخابهم، كانت مجرد مكونات هذا الجزء من الشركات التي تملك معظم ثروة بلد، إلا من خلال اعتراض استياء أولئك الذين عانوا من زيادة عدم المساواة. ومن المؤكد أن عدم وجود اقتراحات من اليسار قد أثر على كيفية تأثيره على أزمة الهوية العامة وبرامج الحركات الديمقراطية. اقترح ترامب للأمم المتحدة نموذجا يرى مجموعة من الدول تحتفظ سيادتها تماما، تعمل من أجل الرعاية الحصرية للبلاد، وفقا لرئيس الولايات المتحدة، فإن هذه الميزات ستكون كافية للحفاظ على مستوى من السلام والتعاون بين الدول. ولكن هذا الرأي لا يأخذ في الاعتبار المصالح المتضاربة بين كيانات الدولة والحاجة إلى تصحيحها. وهكذا، في علاقة أوثق، يجد الاتحاد الأوروبي صعوبة كبيرة في اختلال التوازن الحقيقي للسلطة القائم بين الدول. فهل هذا الحل الذي اقترحه ترامب وجميع الذين يدعون إلى سيادة دولة أكبر، أو على العكس من ذلك، زيادة التعاون بين الأمم؟ ومن المؤكد أن إطارا تنظيميا يحدد حقوق وواجبات الدول في إطار تعاون مشترك يبدو أفضل، حتى على حساب التخلي عن أجزاء من السيادة الوطنية؛ ولكن من أجل التغلب على صعوبات وغرائز القومية، هناك حاجة إلى نتائج ملموسة في منع الصراعات وحل النزاعات القائمة التي يتعذر تحقيقها دون رقابة فعالة ومعالجة الهياكل.

martedì 19 settembre 2017

Israele fa pressioni sugli USA per una revisione dell'accordo sul nucleare iraniano

Il problema del nucleare iraniano ritorna ad essere centrale nello scenario internazionale. La questione, che pareva risolta dalla lunga trattativa diplomatica, è stata sollevata di nuovo dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che durante l’incontro con il presidente americano Trump, ha sollecitato gli Stati Uniti affinché l’accordo sia modificato in maniera sostanziale o addirittura revocato. Certamente la predisposizione di Trump,  verso queste soluzioni è molto elevata, dato che già in campagna elettorale si dichiarava apertamente contro l’accordo e durante la sua presidenza l’avversione verso l’Iran si dimostrata in modo chiaro, anche grazie al riavvicinamento del paese statunitense alle monarchie del Golfo Persico ed, in generale, al blocco dei paesi sunniti, tradizionalmente avversari del maggiore paese sciita. L’esecutivo di Trump afferma che l’accordo è fallito, ma non si comprende se questo fallimento è dovuto alle sue conseguenze pratiche, che hanno permesso al paese iraniano  una buona crescita economica, grazie agli effetti del ritiro delle sanzioni o se al timore che Teheran possa diventare una potenza nucleare anche di tipo militare. Una delle questioni, che la Casa Bianca giudica più pericolose, è costituita dalla possibilità, per ora non accertata, che l’Iran abbia fornito alla Corea del Nord la tecnologia per costruire l’ordigno atomico ed anche gli abbia consentito notevoli progressi verso la miniaturizzazione della bomba nucleare. Sicuramente se questi sospetti dovessero essere verificati la posizione iraniana si aggraverebbe molto, ma per ora queste congetture restano solo dei sospetti, che non vengono neppure usati contro Teheran. Quello che viene imputato al regime degli ayatollah è, sopratutto, l’atteggiamento tenuto in Siria a sostegno di Assad e di Hezbollah. Implicitamente non è considerata positiva anche la vicinanza tra Iran e Russia, aumentata con il sostegno al comune alleato Assad e sviluppata con accordi commerciali consistenti. In questo quadro la pressione israeliana sugli USA per ripristinare la situazione esistente prima dell’accordo sul nucleare iraniano, ha una motivazione strategica, perchè punta a disinnescare il pericolo atomico proveniente da Teheran, che è sempre stato considerato una minaccia concreta a Tel Aviv e l’attivismo iraniano ai confini israeliani attivo tramite la costante minaccia di Hezbollah. Il governo israeliano si è mosso in modo autonomo nell’area mediorientale, stringendo accordi ufficiosi ma di grande collaborazione con la Giordania, l’Egitto e, sopratutto, con l’Arabia Saudita e le altre monarchie del golfo, in sostanza il blocco sunnita, per creare un’alleanza capace di contenere l’avanzata dell’influenza iraniana. Ma questo lavoro diplomatico non è considerato sufficiente senza un appoggio consistente degli Stati Uniti, che si può concretizzare soltanto con una revisione, anche unilaterale, del trattato sul nucleare iraniano. Il compito che Netanyahu si è dato è però, tutt’altro che agevole: intanto all’interno degli stessi Stati Uniti le voci favorevoli al mantenimento dell’accordo non sono poche e sono molto influenti anche all’interno del Dipartimento di Stato. Nel computo dei costi e dei benefici, i primi sono giudicati troppo elevati; il prezzo da pagare in termini politici sarebbe, infatti, troppo elevato e già da Teheran sono partiti i primi avvisi di ritorsione nel caso il patto non fosse più rispettato da Washington. Inoltre gli Stati Uniti non sono stati gli unici firmatari dell’accordo e la sconfessione dello stesso avrebbe ripercussioni diplomatiche anche con gli altri paesi che hanno sottoscritto l’accordo. Quella che subirebbe una drastica diminuzione sarebbe la credibilità degli Stati Uniti, incapaci di rispettare un accordo internazionale soltanto per il cambio di presidenza. Tuttavia l’assoluta vicinanza tra Trump e Netanyahu, può costituire una pericolosa e concreta possibilità di una alterazione dell’accordo, gradita anche ai paesi sunniti. L’amministrazione Trump, al contrario di quella di Obama, è tutt’altro che equidistante tra sciiti e sunniti e sembra essere più propensa verso i secondi. L’attivismo di Netanyahu si inserisce, quindi, in questa congiuntura che pare favorevole alla politica ed agli obiettivi  dell’esecutivo di Tel Aviv, ma rischia di diventare un nuovo fattore di pericolo nello scenario globale, con il paese iraniano di nuovo nel ruolo antioccidentale ed anche un freno verso la maggiore democrazia in Iran.   

Israel makes pressures on the US for a revision of the Iranian nuclear agreement

Iran's nuclear problem returns to be central in the international scenario. The issue, which was resolved by the long diplomatic talks, was raised again by Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, who during the meeting with US President Trump urged the United States to substantially amend the agreement or even revoked. Certainly Trump's predisposition to these solutions is very high, given that he was already openly opposed to the agreement in the electoral campaign and during his presidency the aversion to Iran was clearly demonstrated by the country's rapprochement US forces to the monarchies of the Persian Gulf and, in general, to the bloc of Sunni nations, traditionally opponents of the major Shiite country. Trump's executive affirms that the deal has failed, but it is unclear whether this failure is due to its practical consequences, which have allowed the Iranian country a good economic growth, thanks to the effects of the withdrawal of sanctions or whether the fear Tehran can become a military power even military. One of the issues the White House finds most dangerous is the possibility, for now not established, that Iran has provided nuclear technology to North Korea and has also made significant progress towards miniaturization of the nuclear bomb. Surely if these suspicions were to be verified, the Iranian position would worsen a lot, but for now these conjectures are just suspicions, which are not even used against Tehran. What is attributed to the ayatollah regime is, above all, the attitude held in Syria in support of Assad and Hezbollah. Implicitly, the proximity between Iran and Russia is also not considered as positive, increased with the support of the allied allied Assad and developed with consistent trade agreements. In this context, the Israeli pressure on the US to restore the existing situation before the Iranian nuclear agreement has a strategic motivation to aim to undermine the atomic danger coming from Tehran, which has always been considered a concrete threat to Tel Aviv and 'Iranian activism at Israeli borders active through the constant threat of Hezbollah. The Israeli government has moved autonomously in the Middle East, by storming unofficial but in great collaboration with Jordan, Egypt and, above all, with Saudi Arabia and other gulf monarchies, essentially the Sunni bloc, to create an alliance capable of containing the advancement of Iranian influence. But this diplomatic work is not considered sufficient without substantial support from the United States, which can only be achieved through a revision, even one-sided, of the Iranian nuclear treaty. Netanyahu's task is, however, far from easy: meanwhile within the United States the voices favorable to maintaining the agreement are few and are very influential also within the State Department. In calculating costs and benefits, the former are judged too high; the price to be paid in political terms would be too high and already the first retaliation warnings had begun in Tehran when the covenant was no longer respected by Washington. Moreover, the United States was not the only signatories to the agreement, and the defeat of it would also have diplomatic consequences with other countries that have signed the agreement. What would be a drastic reduction would be the US credibility, unable to honor an international agreement only for the change of presidency. However, the absolute closeness between Trump and Netanyahu can be a dangerous and concrete possibility of an alteration of the agreement, also welcomed by the Sunni people. The Trump administration, unlike Obama's, is far from being equidistant to Shiites and Sunni, and seems to be more inclined towards the latter. Netanyahu's activism thus fits into this business that seems favorable to Tel Aviv's policy and objectives, but is likely to become a new factor in the global scenario, with the Iranian country again in the West-West and also a brake on greater democracy in Iran.

Israel hace presiones sobre Estados Unidos para una revisión del acuerdo nuclear iraní

El problema nuclear de Irán vuelve a ser central en el escenario internacional. El tema, que parecía resuelto las largas negociaciones diplomáticas, se planteó de nuevo por el primer ministro israelí, Benjamin Netanyahu, que durante su reunión con el presidente de Estados Unidos Trump, instó a los Estados Unidos para asegurar que el acuerdo se modifica sustancialmente o incluso revocado. Ciertamente, la preparación de Trump hacia estas soluciones es muy elevada, puesto que ya están abogando declararon abiertamente en contra del acuerdo y durante su presidencia aversión hacia Irán se demuestra claramente, gracias al acercamiento del país Fuerzas estadounidenses a las monarquías del Golfo Pérsico y, en general, al bloque de países sunníes, tradicionalmente opositores del principal país chiíta. El ejecutivo de Trump dice que el acuerdo ha fracasado, pero no está claro si este fracaso se debe a sus consecuencias prácticas, que han permitido el buen crecimiento económico del país de Irán, gracias a los efectos de la retirada de las sanciones o el temor de que Teherán puede convertirse en un poder militar incluso militar. Uno de los temas que la Casa Blanca considera más peligrosos es la posibilidad, por ahora no establecida, de que Irán haya suministrado tecnología nuclear a Corea del Norte y también haya hecho avances significativos hacia la miniaturización de la bomba nuclear. Sin duda, si estas sospechas deberían estar contento de que la posición de Irán empeoraría mucho, pero por ahora estas conjeturas son sólo sospechas, que ni siquiera se utilizan contra Teherán. Lo que se atribuye al régimen ayatolá es, ante todo, la actitud sostenida en Siria en apoyo de Assad y Hezbollah. Implícitamente, la proximidad entre Irán y Rusia tampoco se considera positiva, aumentada con el apoyo del aliado aliado Assad y desarrollada con acuerdos comerciales consistentes. En este contexto, la presión israelí en los EE.UU. para restablecer la situación anterior al acuerdo sobre la cuestión nuclear iraní, tiene una razón estratégica, ya que tiene como objetivo neutralizar el peligro nuclear de Teherán, que siempre ha sido considerado como una amenaza real para Tel Aviv y la 'Activismo iraní en las fronteras israelíes activo a través de la constante amenaza de Hezbollah. El gobierno israelí se ha movido de forma independiente en el Medio Oriente, la celebración de acuerdos no oficiales pero de gran colaboración con Jordania, Egipto y, sobre todo, con Arabia Saudí y los demás monarquías del Golfo, en esencia, el bloque sunita, para crear una alianza capaz de contener el avance de la influencia iraní. Pero este trabajo diplomático no se considera suficiente sin el apoyo sustancial de los Estados Unidos, sólo se puede realizar con una revisión, incluso unilateralmente, el Tratado sobre la cuestión nuclear iraní. La tarea que Netanyahu ha establecido, sin embargo, lejos de ser fácil: primero entre ellos las voces de los Estados Unidos en favor del mantenimiento del acuerdo no fueron pocos y son muy influyentes incluso dentro del Departamento de Estado. Al calcular los costos y beneficios, los primeros son juzgados demasiado altos; el precio que se pagaría en términos políticos sería demasiado alto y ya las primeras advertencias de represalia habían comenzado en Teherán cuando el pacto ya no era respetado por Washington. Además, los Estados Unidos no fueron los únicos signatarios del acuerdo, y la derrota del mismo también tendría consecuencias diplomáticas con otros países que firmaron el acuerdo. Lo que sería una reducción drástica sería la credibilidad de Estados Unidos, incapaz de cumplir un acuerdo internacional sólo para el cambio de presidencia. Sin embargo, la cercanía absoluta entre Trump y Netanyahu puede ser una posibilidad peligrosa y concreta de una alteración del acuerdo, también acogida por el pueblo sunita. La administración Trump, a diferencia de la de Obama, está lejos de ser equidistante de los chiíes y sunitas, y parece estar más inclinada hacia esta última. activismo de Netanyahu se ajusta, a continuación, en esta coyuntura que parece propicio para el ejecutivo de política y los objetivos de Tel Aviv, pero probablemente se convierta en un nuevo factor de peligro en el escenario global, con el nuevo papel de Irán en el país antioccidental y también un freno a una mayor democracia en Irán.

Israel macht Druck auf die USA für eine Revision des iranischen Atomabkommens

Das Atomproblem des Iran kehrt im internationalen Szenario als zentral zurück. Die Frage, die die langen diplomatischen Verhandlungen gelöst schien, wurde erneut angehoben von den israelischen Premierminister Benjamin Netanyahu, der bei seinem Treffen mit US-Präsident Trump, die Vereinigten Staaten aufgefordert, sicherzustellen, dass die Vereinbarung substanziell verändert oder sogar widerrufen. Sicherlich ist Trump's Prädisposition für diese Lösungen sehr hoch, da er bereits offen gegen die Vereinbarung im Wahlkampf war, und während seiner Präsidentschaft wurde die Abneigung gegen den Iran durch die Annäherung des Landes deutlich bewiesen US-Streitkräfte an die Monarchien des Persischen Golfs und im Allgemeinen an den Block der sunnitischen Nationen, traditionell Gegner des großen schiitischen Landes. Trump's Exekutive bestätigt, dass der Deal gescheitert ist, aber es ist unklar, ob dieses Versagen aufgrund seiner praktischen Konsequenzen ist, die dem iranischen Land ein gutes Wirtschaftswachstum gestattet haben, dank der Auswirkungen des Widerrufs von Sanktionen oder ob die Angst Teheran kann eine militärische Macht sogar Militär werden. Eines der Themen, die das Weiße Haus am gefährlichsten findet, ist die Möglichkeit, dass der Iran die nukleare Technologie Nordkorea nicht bereitstellt und auch in der Miniaturisierung erhebliche Fortschritte gemacht hat der Atombombe Sicher, wenn diese Verdächtigungen verifiziert werden sollten, würde sich die iranische Position viel verschlechtern, aber jetzt sind diese Vermutungen nur Verdacht, die nicht einmal gegen Teheran verwendet werden. Was dem Ayatollah-Regime zugeschrieben wird, ist vor allem die Haltung in Syrien zur Unterstützung von Assad und der Hisbollah. Implizit wird die Nähe zwischen Iran und Russland auch nicht als positiv betrachtet, mit Unterstützung des alliierten Alliierten Assad erhöht und mit konsequenten Handelsabkommen entwickelt. In diesem Zusammenhang hat der israelische Druck auf die USA, die bestehende Situation vor dem iranischen Atomabkommen wiederherzustellen, eine strategische Motivation, um die Atomgefahr aus Teheran zu untergraben, die seit jeher als konkrete Bedrohung für Tel Aviv und "Der iranische Aktivismus an israelischen Grenzen ist durch die ständige Bedrohung der Hisbollah aktiv. Die israelische Regierung hat sich autonom in den Nahen Osten verlegt, indem sie unkoordinierte Vereinbarungen verschärft, aber mit großer Zusammenarbeit mit Jordanien, Ägypten und vor allem mit Saudi-Arabien und anderen Golfmonarchien, im Wesentlichen die sunnitische Blockade, um eine Allianz zu schaffen, die in der Lage ist, den Fortschritt des iranischen Einflusses zu erfassen. Aber diese diplomatische Arbeit gilt nicht ohne ausreichende Unterstützung durch die Vereinigten Staaten, die nur durch eine Revision, sogar einseitig, des iranischen Atomvertrages erreicht werden kann. Netanyahus Aufgabe ist jedoch weit von einfach: mittlerweile sind in den Vereinigten Staaten die Stimmen, die für die Aufrechterhaltung der Vereinbarung günstig sind, nur wenige und sind auch innerhalb des Außenministeriums sehr einflussreich. Bei der Berechnung von Kosten und Nutzen werden die ersteren zu hoch beurteilt; der politisch zu zahlende Preis wäre zu hoch und schon in Teheran hatten die ersten Vergeltungswarnungen begonnen, als der Bund von Washington nicht mehr respektiert wurde. Darüber hinaus waren die Vereinigten Staaten nicht die einzigen Unterzeichner der Vereinbarung, und die Niederlage davon hätte auch diplomatische Konsequenzen mit anderen Ländern, die die Vereinbarung unterzeichnet haben. Was wäre eine drastische Reduzierung wäre die US-Glaubwürdigkeit, nicht in der Lage, eine internationale Vereinbarung nur für den Wechsel der Präsidentschaft zu ehren. Allerdings kann die absolute Nähe zwischen Trump und Netanyahu eine gefährliche und konkrete Möglichkeit einer Änderung der Vereinbarung sein, die auch von den sunnitischen Leuten begrüßt wird. Die Trump-Regierung, im Gegensatz zu Obamas, ist weit davon entfernt, gleichmäßig zu den Schiiten und Sunniten zu sein, und scheint eher geneigt zu sein. Netanyahus Aktivismus passt so in dieses Geschäft, das für die Politik und die Ziele von Tel Aviv günstig ist, aber es wird wahrscheinlich ein neuer Faktor im globalen Szenario, mit dem iranischen Land wieder im West-West und auch eine breitere breite Demokratie im Iran.

Israël fait pression sur les États-Unis pour une révision de l'accord nucléaire iranien

Le problème nucléaire de l'Iran revient à être central dans le scénario international. La question, qui semblait résolu les longues négociations diplomatiques, a été soulevée à nouveau par le Premier ministre israélien Benjamin Netanyahu, qui lors de sa rencontre avec le président américain Trump, a exhorté les Etats-Unis à faire en sorte que l'accord est sensiblement modifié ou même révoqué. Certes, la préparation de Trump vers ces solutions est très élevé, car ils déjà se faire campagne ouvertement déclaré contre l'accord et au cours de son aversion pour la présidence envers l'Iran est clairement démontré, grâce au rapprochement du pays Les forces américaines aux monarchies du golfe Persique et, en général, au bloc des pays sunnites, traditionnellement des opposants au grand pays chiite. L'exécutif de Trump dit que l'accord a échoué, mais on ne sait pas si cet échec est dû à ses conséquences pratiques, qui ont permis au pays iranien une bonne croissance économique, grâce aux effets de retrait des sanctions ou la crainte que Téhéran peut devenir un pouvoir militaire même militaire. L'un des problèmes que la Maison Blanche trouve le plus dangereux est la possibilité, pour l'instant non établie, que l'Iran ait fourni des technologies nucléaires à la Corée du Nord et a également fait d'importants progrès vers la miniaturisation de la bombe nucléaire. Certes, si ces soupçons devaient être vérifiés, la position iranienne aggraverait beaucoup, mais pour l'instant ces conjectures ne sont que des soupçons, qui ne sont même pas utilisés contre Téhéran. Ce qui est attribué au régime d'ayatollah est avant tout l'attitude de Syrie à l'appui d'Assad et du Hezbollah. Implicitement, la proximité entre l'Iran et la Russie n'est pas considérée comme positive, a augmenté avec le soutien des alliés alliés Assad et développé avec des accords commerciaux cohérents. Dans ce contexte, la pression israélienne sur les États-Unis pour restaurer la situation existante avant l'accord nucléaire iranien a une motivation stratégique visant à porter atteinte au danger atomique venant de Téhéran, qui a toujours été considérée comme une menace concrète pour Tel-Aviv et «L'activisme iranien aux frontières israéliennes est actif par la menace constante du Hezbollah. Le gouvernement israélien s'est déplacé de façon autonome au Moyen-Orient, en s'emparant de la coopération officieuse mais en collaboration avec la Jordanie, l'Égypte et, surtout, avec l'Arabie saoudite et d'autres monarchies du Golfe, essentiellement le bloc sunnite, créer une alliance capable de contenir l'avancement de l'influence iranienne. Mais ce travail diplomatique n'est pas considéré comme suffisant sans un soutien substantiel des États-Unis, ce qui ne peut être réalisé que par une révision, même unilatérale, du traité nucléaire iranien. Cependant, la tâche de Netanyahou est loin d'être facile: pendant ce temps, aux États-Unis, les voix favorables au maintien de l'accord sont peu nombreuses et sont également très influentes au sein du Département d'Etat. Dans le calcul des coûts et des avantages, les premiers sont jugés trop élevés; le prix à payer en termes politiques serait trop élevé et les premiers avertissements de représailles avaient commencé à Téhéran lorsque l'alliance n'était plus respectée par Washington. En outre, les États-Unis n'étaient pas les seuls signataires de l'accord, et la défaite de celui-ci aurait également des conséquences diplomatiques avec d'autres pays qui ont signé l'accord. Quelle serait une réduction drastique serait la crédibilité des États-Unis, incapable d'honorer un accord international uniquement pour le changement de présidence. Cependant, la proximité absolue entre Trump et Netanyahu peut être une possibilité dangereuse et concrète d'une modification de l'accord, également accueillie par les personnes sunnites. L'administration Trump, contrairement à Obama, est loin d'être équidistante envers les Chiites et les Sunnites, et semble être plus encline à ce dernier. L'activisme de Netanyahou s'intègre ainsi à cette entreprise qui semble favorable à la politique et aux objectifs de Tel Aviv, mais est susceptible de devenir un nouveau facteur dans le scénario mondial, avec le pays iranien à nouveau dans l'Ouest-Ouest et aussi un frein à une plus grande démocratie en Iran.

Israel pressiona os EUA para uma revisão do acordo nuclear iraniano

O problema nuclear do Irã volta a ser central no cenário internacional. A questão, que foi resolvida pelas longas conversas diplomáticas, foi novamente levantada pelo primeiro-ministro israelense Benjamin Netanyahu, que durante a reunião com o presidente dos EUA, Trump, pediu aos Estados Unidos que alterassem substancialmente o acordo ou mesmo revogada. Certamente, a predisposição de Trump a essas soluções é muito alta, já que ele já se opôs abertamente ao acordo na campanha eleitoral e, durante sua presidência, a aversão ao Irã foi claramente demonstrada pela aproximação do país As forças dos EUA às monarquias do Golfo Pérsico e, em geral, ao bloco dos países sunitas, tradicionalmente opositores do grande país xiita. O executivo de Trump afirma que o acordo falhou, mas não está claro se essa falha se deve às suas conseqüências práticas, o que permitiu ao país iraniano um bom crescimento econômico, graças aos efeitos das sanções sendo retiradas ou se o medo Teerã pode se tornar um poder militar, mesmo militar. Uma das questões que a Casa Branca considera mais perigosas é a possibilidade, por enquanto não estabelecida, de que o Irã forneceu tecnologia nuclear à Coréia do Norte e também fez progressos significativos em direção à miniaturização da bomba nuclear. Certamente, se essas suspeitas fossem verificadas, a posição iraniana pioraria muito, mas, por enquanto, essas conjecturas são apenas suspeitas, que nem sequer são usadas contra Teerã. O que é atribuído ao regime de ayatollah é, acima de tudo, a atitude na Síria em apoio a Assad e ao Hezbollah. Implícitamente, a proximidade entre o Irã e a Rússia também não é considerada positiva, aumentou com o apoio dos aliados aliados Assad e desenvolveu com acordos comerciais consistentes. Neste contexto, a pressão israelense sobre os EUA para restaurar a situação existente antes do acordo nuclear iraniano tem uma motivação estratégica para tentar prejudicar o perigo atômico proveniente de Teerã, que sempre foi considerado uma ameaça concreta para Tel Aviv e "O ativismo iraniano nas fronteiras israelenses é ativo através da constante ameaça do Hezbollah. O governo israelense moveu-se de forma autônoma para o Oriente Médio apertando acordos não coordenados, mas com grande cooperação com a Jordânia, o Egito e, sobretudo, com a Arábia Saudita e outras monarquias do golfo, essencialmente o bloqueio sunita, para criar uma aliança capaz de conter o avanço da influência iraniana. Mas este trabalho diplomático não é considerado suficiente sem o apoio substancial dos Estados Unidos, o que só pode ser alcançado através de uma revisão, mesmo unilateral, do tratado nuclear iraniano. A tarefa de Netanyahu é, no entanto, longe de ser fácil: entretanto, nos Estados Unidos, as vozes favoráveis ​​à manutenção do acordo são poucas e são muito influentes também no Departamento de Estado. No cálculo de custos e benefícios, os primeiros são julgados muito altos; o preço a ser pago em termos políticos seria muito alto e já os primeiros avisos de retaliação começaram em Teerã quando o pacto já não era respeitado por Washington. Além disso, os Estados Unidos não eram os únicos signatários do acordo, e a sua derrota também teria consequências diplomáticas com outros países que assinaram o acordo. O que seria uma redução drástica seria a credibilidade dos EUA, incapaz de honrar um acordo internacional apenas para a mudança de presidência. No entanto, a proximidade absoluta entre Trump e Netanyahu pode ser uma possibilidade perigosa e concreta de uma alteração do acordo, também recebida pelo povo sunita. A administração do Trump, ao contrário de Obama, está longe de ser equidistante aos xiitas e sunitas, e parece estar mais inclinada ao último. O ativismo de Netanyahu se encaixa neste negócio que parece favorável à política e aos objetivos de Tel Aviv, mas provavelmente se tornará um novo fator no cenário global, com o país iraniano novamente no oeste-oeste e também um freio à maior democracia no Irã.