Politica Internazionale

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giovedì 7 luglio 2011

L'offensiva serba per entrare nella UE

L'azione della Serbia per superare gli effetti seguiti al conflitto derivato alla disgregazione della Yugoslavia, continua incessante, anche in ragione della richiesta di ammissione alla UE. Catturato ed estradato Radic e chiuso un accordo per la libera circolazione delle persone con il Kosovo, il premier serbo Tadic ha effettuato una visita ufficiale a Serajevo, la prima dal 2006. Oggetto della visita è l'approfondimento delle relazioni amichevoli tra i due paesi e, sopratutto, il riconoscimento del rispetto serbo all'integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina. L'importanza politica di questo passaggio risulta fondamentale nel quadro delle relazioni bilaterali tra i due paesi, in quanto sottolinea il mancato appoggio dello stato di Belgrado ai movimenti indipendentisti serbi presenti in Bosnia. Tadic punta molto sulla normalizzazione dei rapporti con gli stati ex jugoslavi, l'atto formale firmato con Pristina per la circolazione delle persone, è un chiaro segnale che Belgrado riconosce come validi i documenti rilasciati dal Kosovo ed è un chiaro passo verso il riconoscimento dell'indipendenza della ex provincia serba. I negoziati sono stati vivamente caldeggiati dalla UE, che segue con attenzione i movimenti di Belgrado, in quanto candidata all'entrata nell'unione. Già nel 2010 il premier Tadic aveva compiuto una visita a Vukovar, in Croazia, dove si era pubblicamente scusato per il massacro serbo avvenuto nel 1991. Occorre considerare che i movimenti di Tadic non sono così agevoli come potrebbero risultare dall'esterno, essendo atti che paiono quasi scontati. In Serbia è molto vivo ed attivo, il movimento nazionalista, che porta avanti l'idea, ormai anti storica, di grande Serbia e che raccoglie diversi gruppi estremisti, capaci di aggregare la protesta contro il governo. Inoltre è diffuso un sentimento anti occidentale che non vede di buon occhio le aperture del paese verso l'esterno e non comprende le esigenze, sia politiche che economiche della nazione. E' pur vero che questi fronti interni costituiscono la minoranza in un paese, che avverte la necessità di entrare in Europa come medicina necessaria ad uscire da un isolamento nocivo per la stessa storia della Serbia, ma che tuttavia posseggono forti motivazioni per contrastare l'azione del governo ed hanno un forte peso specifico politico. L'innalzamento dell'azione politica di Tadic, oltre alla pacificazione della ex jugoslavia, punta ad ottenere ulteriori punti per accreditare il paese per l'ingresso nella UE, considerato fondamentale dall'amministrazione di Belgrado. Proprio per questa ragione si è obiettato sulla genuinità di questi interventi, visti, appunto, come viatico per il passaporto UE, tuttavia queste mosse sono stati atti reali e tangibili, che hanno avuto ricadute sia sulla politica interna che su quella estera di Belgrado.

mercoledì 6 luglio 2011

Emergenza Somalia

Gli effetti della guerra in Somalia hanno, ormai la portata di tragedia umanitaria. Gran parte del popolo somalo è costretto a fuggire dalla guerra in corso nella propria nazione e la fuga ha raggiunto dimensioni bibliche. L'ACNUR, la commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati, calcola che circa un quarto dell'intera popolazione somala, stimata in circa 7,5 milioni di persone, siano sfollati internamente al paese (1,46 milioni) o sia espatriata. In Kenia vivono 405.000 somali, che si sommano a 187.000 in Yemen e 110.000 in Etiopia. Il principale problema è la carestia alimentare che attanaglia questa popolazione in fuga, specialmente i bambini, che soffrono maggiormente la mancanza di alimentazione. Più del 50% dei bambini in Etiopia patiscono una malnutrizione acuta, mentre quelli in Kenya ne sono colpiti circa tra il 30 ed il 40 %.
Gli aiuti delle ONG non riescono a soddisfare la domanda alimentare e la stessa azione delle Nazioni Unite è ormai insufficiente, non solo dal punto di vista operativo, ma, ancora peggio, da quello politico. La mancata risoluzione della guerra somala è una ulteriore dimostrazione dell'inadeguatezza dell'ONU, che non riesce ad imporsi come soggetto capace di riuscire a gestire le crisi, in special modo, le più lunghe. Non si capisce come mai non si ripensi daccapo alla risoluzione del problema, senza trovare nuove soluzioni. Mentre su altri scenari vi è uno spiegamento militare ingente, la Somalia appare abbandonata a se stessa. Stessa cosa per la gestione del problema dei rifugiati, che hanno trovato asilo in nazioni molto povere e tormentate, non in grado di fornire la necessaria assistenza e letteralmente lasciate sole di fronte all'emergenza. Quella che manca è anche la solidarietà pratica dei paesi ricchi, che si accapigliano per numeri esigui di immigrati (si veda la questione tra Italia e Francia, in occasione della guerra libica), mentre nazioni povere e con difficoltà interne di stabilità, sono costrette a ricevere ondate migratorie di dimensioni molto più grandi. I due fenomeni associati insieme compiono una rappresentazione dell'occidente terribile, che non può non determinare una condanna senza appello per i paesi ricchi. Anche questi elementi fanno comprendere la decadenza cui sono soggetti.

Cina e Vaticano: rapporti in peggioramento

I rapporti tra Cina e Vaticano segnano un ulteriore peggioramento. La nomina di un vescovo nella chiesa patriottica cinese, viene vissuta dal Vaticano come l'ennesima ingerenza nella propria sfera d'azione. Per oltre Tevere l'investitura vescovile, avvenuta alla presenza di altri sette vescovi, viola palesemente l'ordinamento canonico vigente, perchè emessa senza alcuna autorità, fatto che prevede espressamente sanzioni da parte dell'autorità ecclesiastica. L'azione di Pechino pare rientrare nella strategia, sempre più insistita ed avvolgente, di contenere e soffocare ogni forma di opposizione possibile, che possa andare ad incrinare il sistema di potere, basato sul monolitismo del Partito comunista. Spesso il diritto di esercitare la propria religione è stato osteggiato ma negli ultimi tempi l'amministrazione cinese ha preferito incanalare il sentimento religioso, tra cui il culto cattolico, in una organizzazione strettamente controllata, che costituisce la chiesa patriottica cinese. L'invasione nelle prerogative della chiesa cattolica ufficiale non ha fatto altro che incrinare ulteriormente i rapporti tra i due stati, già gravati da anni di persecuzioni ai danni dei cattolici cinesi, organizzati in forma clandestina e sotterranea, ed oggetto di forti persecuzioni, che hanno causato torture e prigionia. L'irritazione del Vaticano è indirizzata anche verso il proprio clero, che non esita a passare con la chiesa patriottica, non sfuggendo alle concrete possibilità di carriera assicurate. Le relazioni tra i due stati sono formalmente interrotte dal 1951 e dopo un periodo di sostanziale riavvicinamento, attualmente la situazione è di nuovo molto compromessa e per il futuro non pare si possa nutrire speranze positive, giacchè Pechino ha affermato che presto ci saranno altre 40 ordinazioni di vescovi nella chiesa patriottica cinese.

USA: in alcuni stati inasprite le leggi contro l'immigrazione

All'interno degli USA vanno affermandosi leggi sempre più restrittive verso gli immigrati irregolari. Dopo l'inasprimento dell'Arizona sulla legislazione sulla materia, anche Alabama, Carolina del Sud e Georgia, hanno inasprito la legislazione nazionale senza alcuna censura del governo federale. L'atteggiamento dell'amministrazione Obama, in questo momento è fortemente attendista a causa dell'incombere dell'appuntamento elettorale e del pressing effettuato dai movimenti di destra, sopratutto quelli emergenti come il tea party. Certo è che quello che appare è un distacco del Presidente USA dai temi fondamentali portati avanti in campagna elettorale per trovare una mediazione con le necessità del mercato dei voti. Nei mesi scorsi lo stesso Obama aveva confermato la necessità della forza lavoro degli emigrati, anche quelli irregolari, come essenziale per l'economia USA e prospettando una legislazione che regolasse la materia in maniera di rispettare i diritti fondamentali degli individui, ancorchè senza documenti. Ma ai discorsi non sono seguiti i fatti, cioè la promulgazione di una legislazione federale che andasse a coprire il buco normativo sulla materia. Questo ha permesso agli stati con concezioni non favorevoli verso i migranti, di legiferare con disposizioni di forte contrasto all'immigrazione. L'inattività dell'amministrazione Obama, contro questa tendenza, è dimostrata dalla scarsità dell'azione di contrasto contro le legislazioni statali, infatti il Dipartimento di giustizia federale ha presentato una sola azione legale contro lo stato dell'Arizona, tralasciando, però provvedimenti analoghi verso le altre entità statali della federazione americana.

martedì 5 luglio 2011

Sentenza innovativa dal Tribunale internazionale de L'Aja

La Corte Internazionale de L'Aja potrebbe aprire una via nuova nella giurisprudenza del diritto internazionale. Infatti il Tribunale penale internazionale ha stabilito la responsabilità di tre, degli ottomila morti della strage di Srebrenica, per l'esercito olandese, che doveva proteggere la città come caschi blu dell'ONU. Il ricorso presentato da due cittadini bosniaci per la morte di tre loro congiunti, proprio contro l'esercito olandese è stato accolto e potrebbe determinare una pioggia di ricorsi in tal senso, sia nell'ambito del processo in corso, che in altri procedimenti analoghi. La determinazione della Corte ha lasciato spiazzato anche l'avvocato dello stato olandese, che ha affermato di dovere studiare le carte per la presentazione dell'appello. Il governo olandese ha sempre affermato che la colpa dell'abbandono di Srebrenica da parte del proprio esercito, fu dovuta alla mancata protezione aerea e quindi imputabile alla stessa ONU, per difetto di organizzazione. Ciò indica la via che potrebbe seguire il ricorso, generando una battaglia legale tra lo stato olandese e le Nazioni Unite, che saranno sicuramente citate in giudizio. Al di fuori del procedimento in oggetto, che sarà comunque occasione di studio per i tecnici della materia, la determinazione della responsabilità penale sia per mancata esecuzione della missione, sia per omesso soccorso, sia nei confronti dell'entità statale, che sovrastatale, rischia di essere messa a fuoco in una diversa ottica, che rischia di capovolgere i rapporti con l'autorità giudiziaria internazionale. Quello che può accadere è l'instaurazione di una responsabilità effettiva e materiale, che possa richiamare ai suoi doveri anche strutture formalmente non avezze a rapporti del genere. Se questa strada sarà tracciata, costituirà un passo avanti fondamentale nella gestione della giustizia nel villaggio mondiale in senso compiuto e concreto.

La Francia spinge per il riconoscimento di Bengasi

La Francia non ritiene più indispensabile il lancio delle armi per rifornire i ribelli libici. La ragione è che è materialmente nato un nuovo soggetto politico, capace di contendere con Tripoli e lottare per la propria autonomia. Questo implica la capacità di instaurare relazioni diplomatiche e contrattare in maniera ufficiale gli aiuti, senza ricorrere a rifornimenti di fortuna, ma passare per gli appositi canali previsti dalle relazioni internazionali. Questo non vuole dire uno sganciamento di Parigi dall'impegno assunto in prima persona per sostenere gli insorti, ma invece vuole essere un tentativo di appoggiare l'accredito sulla scena internazionale degli insorti, per aggirare i dubbi e le questioni, anche di diritto internazionale, che la situazione ha generato. Di fatto, attualmente in Libia, esistono due governi, che combattono una sanguinosa guerra civile e dal punto di vista del riconoscimento internazionale, la situazione appare molto fluida. I rivoltosi, che fanno capo al governo autocostituito di Bengasi, sono stati riconosciuti da diversi stati come interlocutori legittimi, scavalcando l'apparato di Gheddafi, ma non hanno ancora dignità di entità statale sovrana. D'altro canto Gheddafi è formalmente disconosciuto dalla comunità internazionale, dove, in più, risulta gravato di un mandato di cattura da parte della Corte dell'Aja. Conferire dignità internazionale, non solo a parole, ma con gesti concreti, ai ribelli, risulta una mossa per costringere nell'angolo dell'agone internazionale Tripoli, incrementandone ulteriormente l'isolamento.

NATO e Russia: disputa sullo scudo

Tra NATO e Russia ritorna la questione dello scudo spaziale che l'alleanza atlantica vuole disporre al confine con Mosca. La ragione ufficiale è dotare l'europa orientale di uno scudo missilistico per difenderla da eventuali attacchi provenienti dall'Iran, tuttavia i generali russi sono infastiditi dall'estrema vicinanza di questi dispositivi dal proprio confine. Dal punto di vista militare l'operatività strategica dello scudo, praticamente sul confine di Mosca, può sotto intendere una flessibilità di uso notevole, che può prevederne l'impiego anche in casi di frizioni con la Russia ed i suoi paesi satelliti. Il ventaglio delle possibilità è infinito, lo scudo ad esempio può agire come strumento di pressione nel caso si verifichino crisi nella regione caucasica, nodo cruciale per lo smistamento dell'energia. Risulta lampante che la Russia si ritrova uno strumento che può fortemente limitarne la libertà d'azione, sopratutto in quelle regioni che essa ritiene ancora facenti parte della propria sfera d'interesse. La questione, quindi assume particolare risalto dal punto di vista politico, i recenti rapporti tra NATO e Russia potrebbero ritornare di nuovo tesi, aprendo un fronte internazionale che andrebbe ad impattare sulle difficili problematiche in atto sul panorama diplomatico. L'azione in Libia, cui la Russia ha dato l'astensione nel Consiglio di sicurezza, seppure controvoglia, aveva già raffreddato i rapporti con la NATO, ed ora la questione dello scudo nell'Europa orientale fa scendere ulteriormente il termometro della relazione bilaterale. Proprio per questo il segretario NATO Rasmussen ha incontrato il presidente russo Medvedev, per smussare i motivi di attrito in corso. Per la NATO è importante convincere la Russia della bontà delle proprie scelte, reputate strategicamente fondamentali, senza incorrere in complicazioni diplomatiche.