Blog di discussione su problemi di relazioni e politica internazionale; un osservatorio per capire la direzione del mondo. Blog for discussion on problems of relations and international politics; an observatory to understand the direction of the world.
Politica Internazionale
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giovedì 25 ottobre 2012
Berlusconi non si ricandiderà a capo del governo italiano
Con l'annuncio del ritiro dalla candidatura alla corsa elettorale nella veste di candidato premier, Silvio Berlusconi pone la fine alla sua era politica, durata diciotto anni. Pur non trattandosi di una uscita di scena politica totale e definitiva, l'intenzione è quella di rimanere dietro le quinte del suo partito come consigliere e padre nobile, la svolta per tutto il panorama politico italiano è cruciale. Sia da destra che da sinistra, si respira un'aria di scoramento, da una parte per l'assenza futura dall'impegno in prima persona e dall'altra per la mancanza dell'avversario storico di tanti anni, bersaglio costante e fattore di unificazione delle opposizioni. Nei fatti l'uscita di scena è stata una scelta obbligata da diversi fattori e non certo, come affermato, una scelta autonoma e responsabile. Per prima cosa hanno pesato i risultati fortemente negativi dell'economia italiana, condizionati dagli ultimi anni costellati da decisioni sbagliate, che hanno obbligato il Presidente della Repubblica, ha chiamare al governo un gruppo di tecnici, per raddrizzare, almeno nei numeri complessivi, bilanci disastrosi. Ma non meno decisiva è stata l'implosione del partito creato da Berlusconi, Il Popolo delle Libertà, con presupposti non in grado di legare le varie componenti, formate dalla destra estrema assemblata agli ultra liberisti; un partito di plastica, unito solo grazie al carisma del suo fondatore, che ha esercitato il ruolo di padre padrone, ma anche quello di parafulmine. Lo scarso controllo sull'apparato periferico, lasciato libero di proliferare grazie ad arricchimenti indebiti, che hanno provocato scandali di impatto pesantissimo sull'immagine complessiva della forza politica, ha, alla fine, determinato una sorta di tutti contro tutti, dove la vittima designata è stata proprio il partito stesso. Sceso nei sondaggi addirittura al terzo posto, superato anche da un movimento creato da un comico, il Partito della Libertà si stava dissolvendo nelle liti interne, condannato a scissioni che avrebbero ridimensionato drasticamente il peso politico degli autodefiniti moderati. La mossa di Berlusconi, per quanto obbligata, segnala una sensibilità politica ed una capacità operativa, che rappresentano le uniche possibilità di salvezza per il partito. Facendosi da parte da candidato premier, Berlusconi, può riacchiappare quei voti che la destra avrebbe consegnato all'astensionismo piuttosto che optare per il vecchio premier. Ma questa è solo la metà dell'opera, Berlusconi ha lanciato la sua successione con le primarie, il partito deve ora camminare da solo e l'interrogativo più difficile è vedere se resisterà unito senza il suo maggior fattore di amalgama. Il movimento appare tutt'altro che coeso e le candidature esprimono posizioni politiche molto distanti, la scadenza della consultazione per la successione è brevissima, le primarie sono previste per dicembre, e non è esclusa la fuoriuscita dal partito, come già accaduto con Tremonti, di pezzi del movimento per la formazione di nuovi schieramenti. Il quadro è quindi a tinte fosche, tuttavia dall'altro lato dello schieramento le cose non appaiono differenti. Il principale partito di opposizione dato vincente fino ad ora dai sondaggi, più per mancanza di concorrenza che per reali capacità, è altrettanto lacerato da un conflitto interno che, in apparenza pare contrapporre la nuova alla vecchia guardia, in realtà mette di fronte visioni diametralmente opposte del concetto di sinistra. Qui si è ancora più vicino alle consultazioni primarie per designare il candidato premier e le due correnti che possono ambire alla vittoria, la terza quella che si rifà a posizioni vicine all'ultra sinistra non ha alcuna possibilità di affermazione, rappresentano una la copia di un liberismo attenuato simile alle politiche di Blair, l'altra un confusionario compromesso tra il lavoro ed il capitale difficile da comprendere. Se con Berlusconi in campo anche una opposizione così sgangherata avrebbe vinto di sicuro, senza, la certezza viene meno, andando così a rendere determinante il tanto odiato avversario, che cancellandosi dalla competizione da un colpo non decisivo ma pesante, alle aspirazioni della sinistra di andare al governo. Ma l'unica certezza è che ancora una volta Berlusconi gioca un ruolo da protagonista, sebbene questa volta indiretto, della politica italiana. Le prossime tappe di avvicinamento alle elezioni di Aprile riserveranno ancora sorprese, rendendo sempre più incerto l'esito della competizione, da ora tutto è riaperto
mercoledì 24 ottobre 2012
Per Grecia, Portogallo e Spagna sciopero contemporaneo contro l'austerità
L'Europa comincia ad unirsi anche dal basso. Se finora a rendere sempre più vicini e collaborativi tra di loro i governi della UE erano i problemi economici, la cui soluzione è finora andata, in modo univoco, nella direzione di soddisfare i grandi capitali e le istituzioni bancarie e della finanza, il giorno 14 novembre andrà, per la prima volta in scena, uno sciopero generale contemporaneamente in tre paesi. Saranno infatti Grecia, Spagna e Portogallo, guarda caso le tre nazioni i cui popoli sono stati maggiormente colpiti dalle misure dei rispettivi governi, a manifestare contro il ricorso esagerato a politiche di austerità, che hanno compromesso il funzionamento dello stato sociale, peggiorando sensibilmente la qualità della vita dei ceti meno ricchi e più poveri e portato l'economia ad uno stato di sofferenza per la contrazione dei consumi. Protagonista di questa manifestazione è la Confederazione europea dei sindacati, organizzazione che riunisce 85 sindacati di 36 paesi, che inaugura con questa giornata di sciopero una strategia a più ampio raggio per ottenere una maggiore visibilità per cercare di contrastare le politiche recessive dei governi europei. Già in altre occasioni si erano ospitate delegazioni di paesi stranieri durante gli scioperi dichiarati in altre nazioni, fenomeno che ha posto l'accento sul bisogno di una strategia sindacale capace di riunire i sentimenti che sempre più accomunano i popoli europei, ma mai si era riuscito a proclamare una giornata di protesta lo stesso giorno in tre nazioni differenti. Il tema dello smantellamento del modello sociale europeo in favore dello spostamento di potere verso chi detiene la gran parte del capitale, per permettere alle aziende, con la scusa della crisi, l'attenuazione dei diritti dei lavoratori, è ormai un argomento che tocca la sensibilità di platee sempre più vaste. Il ricorso agli scioperi è ormai sempre più frequente ed in alcuni paesi la tensione sociale sta toccando picchi di difficile gestione, sia da parte delle forze politiche, che da quelle sindacali. I dati circa la disoccupazione in Europa dicono che più di 18 milioni di persone sono senza lavoro, di cui almeno un quarto nelle fasce giovanili e questo aumenta il fenomeno del precariato, spesso praticato con diritti sempre meno garantiti. I governi hanno scelto la strada di salvare le banche, addebitando il conto ai salariati ed ai pensionati, che oltre vedere ridotto il proprio potere d'acquisto hanno dovuto subire anche il taglio delle prestazioni sociali, misura che si aggrava ad ogni manovra finanziaria. Nella UE quello che viene individuato come vincente è il modello tedesco, tanto decantato per la sua capacità di esportare. Tuttavia le esportazioni della Germania sono dirette per il 60% della sua produzione all'interno del mercato dell'Unione Europea, quindi se la compressione della capacità di spesa delle altre nazioni europee andrà avanti, ad entrare in crisi sarà anche Berlino, che con i suoi prodotti non ha mai sfondato oltre i confini del vecchio continente. Questo dato deve fare riflettere i governanti europei, che si sono sottomessi alle misure volute essenzialmente dalla Germania, per la sua necessità di fare cassa subito. La locomotiva tedesca, infatti, appare forte con deboli ed il suo bisogno dell'euro è essenziale, una Germania con la propria valuta vedrebbe subito abbassarsi il proprio livello di esportazioni entrando in recessione. Se Berlino ha delle ragioni per pretendere bilanci rigorosi, ha ancora di più l'interesse ad ostacolare le imprese europee sue concorrenti, strangolandole dal lato finanziario, creando così la disoccupazione che attanaglia la maggior parte delle nazioni europee. Questo meccanismo sta diventando ben chiaro alle popolazioni europee dove l'avversione per la nazione tedesca si sta incrementando notevolemente, meno chiaro è come i governi accettino i diktat di Berlino praticamente senza obiettare alcunchè. Ma come vi è necessità di una unione politica paritaria per la sopravvivenza dell'Unione Europea, vi è altrettanta necessità di una unione sindacale, che sappia unire le diverse componenti nazionali e sappia creare una linea di difesa comune del lavoro e dello stato sociale con strategie in grado di rappresentare in modo globale le esigenze, sempre più frustrate, dei popoli europei. Questo passo dello sciopero comune in tre paesi è quindi un punto di partenza per dare una risposta alla continua violazione dei diritti e contro politiche economiche che offendono i ceti meno abbienti, ancora più importante perchè contiene in se il seme dell'unità dei lavoratori europei.
Israele sempre meno tollerante con gli arabi
La notizia che mette in risalto i risultati di un sondaggio in Israele, dove la popolazione ebraica si è espressa in maggioranza a favore della concessione di maggiori diritti ai cittadini di etnia ebrea rispetto ai cittadini israeliani di origine araba, che rappresentano il 20% della popolazione del paese, pone inquietanti interrogativi sulla tendenza del comune sentire dalla maggioranza della nazione e sulle possibili conseguenze sul tessuto sociale e della impronta politica futura del paese, alla vigilia delle elezioni. Anche perchè, tra le pieghe del sondaggio, è emersa anche l'opinione favorevole ad una annessione della Cisgiordania; se questa è una ipotesi remota, tale approvazione esprime però, in maniera chiara, l'appoggio alla politica del governo sulla espansione dei territori, provando che non vi è alcuna volontà di raggiungere un accordo con la controparte palestinese. La polarizzazione, sempre più spinta, della popolazione israeliana, con l'assenza di integrazione con la parte araba, rappresenta una società che tende sempre più ad isolarsi dal contesto mondiale fino a rinchiudersi in se stessa. Questa forma di auto isolamento, una quasi autosufficienza sociale, pone per il paese delle difficoltà pratiche ad un confronto sereno, sia sul piano internazionale in generale, sia su quello particolare della risoluzione del problema con i palestinesi; anzi per quest'ultimo caso, il risultato del sondaggio, rappresenta un chiaro rifiuto ad una soluzione condivisa, ma soltanto ad una risoluzione favorevole alla matrice ebraica del paese, che va, però, contro ogni buon senso. Se il 59% del sondaggio è a favore di privilegiare gli ebrei sugli arabi relativamente al lavoro nell'amministrazione dello stato, il 42%, è favorevole ad una sorta di apartheid, che separi materialmente le due etnie sia nelle scuole che nelle civili abitazioni ed esiste addirittura un 74% favorevole alla costruzione di strade separate, mentreil 69% sarebbe favorevole alla negazione dell'esercizio del diritto di voto alla minoranza araba, questi dati significano che il lavoro della maggioranza politica di destra ha trovato una coltura favorevole per potere imprimere in modo deciso le proprie idee. In effetti l'operato del governo in carica ha promosso una politica di forte discriminazione della minoranza araba tramite provvedimenti come quello che nega la cittadinanza israeliana al coniuge nato nei territori palestinesi o quello che favorisce l'acquisto di terreno per gli ebrei rispetto agli arabi. Sebbene a questo atteggiamento non corrisponda la totalità della popolazione ebrea, vi è stata indubbiamente una crescita dell'avversione ai concittadini arabi, che riflette la paura della società israeliana, una società che vede nemici ovunque e si sente accerchiata anche per le simpatie verso i palestinesi della maggior parte della opinione pubblica mondiale. In un contesto del genere è facile così pronosticare la vittoria, ancora più marcata, del governo in carica alle prossime elezioni. Un risultato elettorale che si quantifichi in una dote di voti consistente, permetterà, come è nelle intenzioni di Netanyahu, una ulteriore accelerata verso uno stato che tenderà ad una emarginazione ancora maggiore della minoranza araba, non cogliendo, invece, le opportunità e le potenzialità che una maggiore integrazione poteva fornire come contributo alla pacificazione dei due popoli ed alla risoluzione del problema annoso della mancanza di una patria per il popolo palestinese. Ma questa soluzione di buon senso, che toglierebbe, tra l'altro, uno degli alibi fondamentali per l'esistenza dell'estremismo islamico, non pare essere nei programmi di chi gestisce il potere a Tel Aviv, che, al contrario, pare perseguire l'intento di aumentare il più possibile la quota di territorio da annettersi e negare con scuse sempre nuove la possibilità della creazione di uno stato palestinese. In quest'ottica i risultati del sondaggio trovano la giusta collocazione, come espressione di un popolo che vuole concedere poco o niente ai suoi più prossimi vicini, con tutte le conseguenze del caso.
martedì 23 ottobre 2012
Le sfide del nuovo esecutivo cinese
L'esecutivo che uscirà dal congresso del Partito Comunista Cinese non riserverà sorprese: da marzo, come previsto la carica di segretario del partito e di Presidente del paese sarà ricoperta dall'attuale vice presidente Xi Jinping. Ben diverse, invece, saranno le problematiche che il nuovo esecutivo sarà chiamato a risolvere, in special modo sul lungo periodo. Se la diseguaglianza sociale, il pesante tasso di corruzione, la richiesta pressante di riforme politiche e le crescenti proteste tra la popolazione, rappresentano già sfide complicate, la possibilità della fine del modello cinese di sviluppo, incentrato sulle esportazioni e gli investimenti statali, rappresenterà il nodo cruciale dell'azione di governo per Pechino. Si tratta in realtà di argomenti legati l'un l'altro a filo doppio, tuttavia senza una strategia globale azzeccata che investa tutti i settori, principalmente quello economico e sociale, il rischio di implosione del paese è molto concreto. Tralasciando gli ovvii effetti e ricadute sul computo dell'economia globale del pianeta, per la Cina diventa fondamentale risolvere alcune questioni cruciali che stanno al proprio interno e che le soluzioni intraprese possono indirizzare il paese verso il fallimento, una sopravvivenza sotto gli attuali standard o un successo contraddistinto, però, da nuove condizioni interne. Resta difficile infatti, preconizzare un mantenimento degli attuali standard di crescita senza il supporto della soluzione delle contraddizioni del paese, fino ad ora mascherate da una crescita molto elevata. Il punto nodale della questione è proprio questo, la crisi mondiale ha compresso i valori a doppia cifra di crescita economica della Cina, necessari per mantenere ed incrementare lo sviluppo di un tessuto sociale enorme per quantità, a questa diminuzione Pechino si è opposto con interventi sempre più massicci dello stato, che è il vero motore economico, tuttavia, tali interventi sono diventati eccessivi ed hanno acuito gli effetti negativi di tali politiche. La diffusione sempre maggiore della corruzione, attraverso una organizzazione vetusta del partito, che nelle periferie dello stato ha ancora connotati feudali, ha generato la dispersione delle risorse, creando forti tensioni sociali a causa della grande disparità, sia tra centro e periferia, sia tra le stesse classi sociali di medesime zone. Tali fenomeni hanno mostrato tutti i limiti delle politiche sociali del partito, incentrate sulla negazione dei diritti sindacali e sul lavoro, favoriti per permettere una industrializzazione sempre più spinta; ma se tale politica dal punto di vista economico, non certo da quello sociale e legale, poteva essere giustificata nella prima fase di insediamento delle industrie e forse anche nel periodo immediatamente successivo, ora mostra tutta la sua anti economicità. La presa d'atto della necessità di migliori condizioni lavorative è sempre più spesso alla base delle tante proteste che attraversano la nazione. Sarà questo il primo problema da risolvere per potere risolvere gli altri: elaborare una politica che tuteli i diritti del lavoro che possa conciliarsi con l'assolutismo politico al quale il Partito Comunista Cinese non vuole rinunciare. Una delle strade per mantenere un tasso di sviluppo alto è sviluppare il mercato interno in maniera massiccia, si tratta di una mercato con ancora potenzialità enormi, ma che non decolla per la scarsa redistribuzione del reddito, ancora troppo concentrato in pochi settori di popolazione e zone geografiche particolari. Risulta paradossale come un paese che si dice comunista, soffra di problemi analoghi se non identici a quelli delle economie più capitaliste del pianeta. Secondo i sostenitori delle riforme i tassi di crescita previsti entro la fine del decennio saranno intorno al 5%, tale valore non può assicurare il miglioramento degli standard di vita che la gran parte della popolazione richiede a gran voce. L'unica strada per alzare il tasso di crescita è una riforma politica radicale che comprenda l'eliminazione dei privilegi delle aziende di stato, preveda di limitare i poteri dello stato nell'economia e sappia contenere l'influenza dei gruppi monopolistici attenuandone i privilegi fino alla loro completa eliminazione per consentire di aprire mercati concorrenziali in questi settori. Si tratta di esigenze ormai ben note, che richiedono, però, riforme radicali ed anche epocali in una organizzazione statale che da sempre ha usato la prudenza, entro la propria ottica, come termine di riferimento, ma senza le quali la transizione cinese non potrà compiersi.
lunedì 22 ottobre 2012
E se vince Romney? Il possibile cambiamento delle relazioni internazionali con gli USA
Secondo gli ultimi sondaggi sulle elezioni presidenziali USA, i due candidati sarebbero sostanzialmente alla pari, con un valore per entrambi di circa il 47% di gradimento. Se Obama pare favorito tra i grandi elettori, Romney dovrebbe, invece, godere, di un maggiore consenso popolare, questo fattore segnala che il comune sentire dell'elettorato americano si sta spostando verso quei valori fondanti dell'ideologia repubblicana, che mettono al centro, oltre al liberismo nel campo economico, la volontà di affermare la supremazia americana nel mondo. Questa incertezza profonda, che ha ribaltato l'andamento delle previsioni, rappresenta un problema per il mondo intero. La percezione nel resto del pianeta, infatti, è ancora per una vittoria di Obama, che resta favorito come lo era effettivamente qualche mese fa. Su questo dato si è fermata, sia la popolazione mondiale, che praticamente la totalità dei governi. Questo vuole dire che il mondo non è preparato ad una vittoria di Romney e che tutti i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti sono ancora impostati con Obama presidente. La politica estera di Obama, pur mantenendo alcuni tratti distintivi della politica estera di Washington, ha subito un cambiamento considerevole nell'impostazione dei rapporti tra gli stati, tramite una azione contraddistinta da una azione maggiormente improntata al dialogo e spesso di secondo piano, sopratutto in quelle crisi regionali che riguardavano paesi dove la bandiera a stelle e strisce non era del tutto ben accettata. Questo non ha voluto dire smarcarsi da un impegno sul campo anche considerevole ed oneroso (si pensi alla Libia), ma lasciando la prima fila ad alleati sicuri, gli Stati Uniti di Obama hanno evitato di alimentare polemiche che potessero avere ripercussioni dirette sull'operato di Washington. Si è trattato, insomma, di un approccio totalmente nuovo, dove la maggiore propensione al dialogo, come nel caso iraniano, anche aspro, ha preso il posto dell'interventismo che ha caratterizzato le presidenze repubblicane precedenti. L'uso di strumenti alternativi all'opzione militare, come la pressione delle sanzioni, ma anche un maggiore uso delle missioni diplomatiche, hanno creato una inversione di tendenza nella politica estera americana, che si è materializzata anche su questioni meno strettamente geopolitiche, ma di uguale importanza come la materia economica, dove con la Cina, non si è mai arrivati a manovre protezionistiche in grado di complicare il movimento delle merci, sebbene inquadrate in una dialettica forte sopratutto riguardo al reale valore della moneta cinese. Anche con la Russia, antico nemico di stagioni passate, pur un interlocutore non certo democratico, il rapporto, anche se spesso contrastato non è mai trasceso fino a sfiorare crisi internazionali. La politica estera e diplomatica dell'amministrazione che sta per scadere e potrebbe non essere rinnovata, lascia un sistema di relazioni incanalate su binari ben determinati, con le strutture statali atte ad interloquire con il sistema centrale di Washington, che sono impostate su di una base di fondo che prevede un confronto delimitato da confini certi e sicuri. Ma se vincesse Romney questa costruzione diplomatica faticosamente elaborata da quattro anni di governo Obama, sarebbe completamente stravolta. Anche se il candidato repubblicano ha superato, perchè abilmente guidato, le gaffes iniziali e si dimostra maggiormente, ma non ancora sufficientemente, preparato in politica estera, i suoi intendimenti sono chiari. Le dichiarazioni, che devono comunque essere adeguatamente soppesate, vanno nella direzione opposta da quanto fatto fin qui da Obama. La volontà più volte ribadita di bombardare l'Iran e di assecondare la politica espansionistica americana, le provocazioni più volte dirette contro la Russia e l'atteggiamento minaccioso contro l'economia cinese, rivelano che la stagione del dialogo avrebbe la sua fine con l'elezione di Romney, il quale, anche se limitato dai diplomatici professionisti, che non gradiscono senz'altro questo tipo di approccio, pare indirizzare la sua politica estera verso una ripresa del protagonismo assoluto degli USA. Il ragionamento si basa sulla volontà di affermare la potenza, anche militare, americana, ma non tiene conto che negli ultimi quattro anni il mondo è profondamente cambiato ed Obama, che è meno progressista di quello che vuole fare credere, si è soltanto adattato al nuovo scenario. Se Romney non comprende, come pare, questo cambiamento si dovrà assistere ad una serie continua di tensioni diplomatiche, che potranno mettere a dura prova le relazioni degli Stati Uniti, indirizzando sforzi verso obiettivi anacronistici e di difficile realizzazione. Tuttavia, ciò che preoccupa è se le cancellerie mondiali saranno attrezzate a sufficienza per ammortizzare questa nuova possibile tendenza. L'impreparazione potrebbe generare reazioni di conseguente difficile gestione, che potrebbero andare a paralizzare diverse relazioni bilaterali con gli USA, creando ricadute sopratutto nell'economia e nella finanza che potrebbero ripercuotersi sul bilancio generale di un mondo sempre più globalizzato, dove gli effeti di un atto compiuto ad una latitudine si propagano alle altre con una velocità imbarazzante. Mancano soltanto poco più di due settimane alle elezioni ed è augurabile che tutti, ma proprio tutti gli stati, elaborino strategie alternative al rapporto con gli USA.
giovedì 18 ottobre 2012
Per una lotta alla fame senza gli OGM
Il problema della fame nel mondo sta andando di pari passo con lo sforzo dei produttori di OGM di determinare il successo dei loro prodotti e della loro tecnologia. Sul dibattito della diffusione degli OGM vi sono tendenze contrarie e favorevoli, che da un lato sono fortemente negative a tale scelta per l'impatto sull'ecosistema, mentre dall'altro lato gli assertori di tali tecniche crecano di promuoverle in nome di una maggiore sicurezza e diffusione dei prodotti agricoli, che verrebbero più facilmente coltivati. Il gran numero di persone ancora alle prese con problemi di nutrizione offre a chi è favorevole agli OGM un appiglio non di poco conto, sopratutto se messo in relazione con la scarsità delle risorse alimentari. Tuttavia non è questa l'ottica corretta da cui guardare il problema, perchè un'analisi globale indica che più che la quantità di cibo disponile, il vero ostacolo per una maggiore nutrizione è l'accesso alle risorse alimentari. Certamente se ci si vuole limitare a prendere in esame i singoli territori dove il problema della fame è più pressante, si ha anche a che fare con gli scarsi quantitativi di produzione, legati, peraltro, ad una serie di fattori che si possono slegare dal mancato impiego degli OGM e che vanno dalle condizioni climatiche, alle scarse conoscenze tecniche, fino all'arretratezza dei mezzi di produzione. Su questi aspetti l'impegno dei governi dei paesi in questione deve essere stimolato attraverso aiuti internazionali, che possano permettere di raggiungere l'autosufficienza alimentare; ma ciò è possibile senza impiegare gli OGM, che, se in un primo momento potrebbero facilitare la produzione in quantitativi maggiori, successivamente porterebbero squilibri agli ecosistemi, tali da ripresentare la situazione di partenza. Nella fase di immediata urgenza sarebbe preferibile, invece, spostare le derrate alimentari in modo da favorirne l'accesso; ciò avrebbe ricadute positive, dal punto di vista dell'ambiente anche nelle regioni ricche. Le statistiche dicono, infatti, che la quantità globale di cibo prodotta è già sufficiente ad eliminare il problema della denutrizione. Attualmente vi sono l'equivalente di 4.972 calorie al giorno a testa prodotte nel mondo sotto forma di colture, ma soltanto 2.468 sono utilizzate per l'alimentazione, la parte restante è impiegata per l'allevamento intensivo del bestiame, che tra l'altro produce grossi quantitativi di anidride carbonica, per la produzione di idrocarburi, che dopo alcuni cicli di coltura rendono i terreni praticamente sterili, ed infine vi è lo spreco dei prodotti invenduti e quindi trasformati in rifiuti a causa delle errate politiche di acquisto delle grandi catene alimentari. Queste considerazioni portano direttamente alla necessità di una razionalizzazione dei sistemi di produzione e di distribuzione, che possano favorire nei paesi ricchi, attraverso un consumo più consapevole e possibilmente a chilometri zero, un miglioramento dell'ambiente e nei paesi poveri un indirizzamento della produzione in eccesso a prezzi calmierati, capace di portare alla risoluzione definitiva il problema della denutrizione, in attesa dell'indipendenza alimentare, che deve essere perseguita di pari passo. Ma il problema OGM non è soltanto in relazione alla denutrizione, come i produttori di queste tecnologie vogliono fare credere: la spinta della ricerca del maggior guadagno possibile non ha lasciato immune il settore agricolo, che, a seguito dell'industrializzazione sempre maggiore del settore, sta ricercando in maniera spasmodica rese sempre più alte dalle coltivazioni impiantate. Ma il punto debole è proprio nell'eccessiva industrializzazione del settore, non tanto nella componente meccanica, quanto nell'uso ormai sfrenato della chimica, che ha determinato l'abbandono di quegli usi consuetudinari dei contadini, che però assicuravano la bontà del raccolto. Preferire l'uso dei pesticidi e dei concimi chimici, anzichè optare per l'impiego di fertilizzanti biologici e praticare la successione delle colture, che permettono di mantenere inalterate le proprietà del suolo, si sono rivelate, nel lungo periodo scelte dissennate, dopo che nel breve periodo avevano permesso guadagni più elevati. Queste considerazioni vanno ad innestarsi direttamente sulle politiche di sviluppo delle zone povere, dove l'agricoltura deve essere il primo settore per importanza nel raggiungimento dell'autosufficienza alimentare. Tali tecniche, quelle tradizionali, necessitano di maggiore investimento e sopratutto di una maggiore attesa in termini di tempo in relazione al risultato, perciò è importante sviluppare un accesso al credito che preveda forme agevolate e facilitate, capaci di creare un'autonomia finanziaria che abbia il requisito della solidità per le aziende agricole dei paesi in via di sviluppo. Pur essendo diverse le caratteristiche necessarie a sviluppare una agricoltura senza OGM, i vantaggi per le collettività coinvolte sono senza dubbio maggiori: una maggiore sostenibilità per l'ambiente, nel lungo periodo produzioni agrarie assicurate e prodotti non modificati. Risulta ovvio che questi concetti devono essere condivisi, sia a livello statale che sovrastatale, i soggetti coinvolti sono molteplici, ma i risultati potenzialmente ottenibili sono di gran lunga un obiettivo sempre più essenziale da iscrivere al bilancio socio economico del pianeta.
mercoledì 17 ottobre 2012
Netanyahu vuole legalizzare gli insediamenti in Cisgiordania
Nonostante il parere contrario del ministro della difesa Ehud Barak, Netanyahu, con l'approssimarsi della fine della legislatura, cerca di regolarizzare gli insediamenti dei coloni costruiti in Cisgiordania. La manovra ha un senso politico, il primo ministro uscente e capo del Likud, che ha deciso di anticipare le elezioni, forte di sondaggi favorevoli, non vuole correre alcun rischio e punta con il provvedimento che ha intenzione di approvare, ad avere il pieno appoggio dell'estrema destra nazionalista. Secondo Netanyahu, il provvedimento avrebbe basi legali, grazie alla favorevole relazione redatta da una commissione di giuristi, guidati dall'ex giudice della Corte Suprema Edmond Levy, che respinge l'illegalità delle colonie. La manovra di avvicinamento per portare a termine il contrastato obiettivo, parte dalla necessità di migliorare la vita degli abitanti delle colonie, ma contiene gli strumenti per rendere maggiormente flessibili i requisiti amministrativi e legali, che possano facilitare la costruzione di altri insediamenti grazie ad un iter burocratico più veloce. Il timore di ripercussioni sui già difficili, proprio per questi argomenti, rapporti con la comunità internazionale, hanno determinato le dichiarazioni del Ministro dei Trasporti e leader del Likud, Israel Katz, che ha affermato, che la misura non è una dichiarazione di sovranità su queste porzioni di territorio e neppure una annessione della popolazione palestinese; tuttavia ciò appare in chiaro contrasto con quella che sembra la volontà, sopratutto politica, del provvedimento. Il dato più evidente è però la mancanza di una linea comune anche all'interno dello stesso governo di Tel Aviv: se da una parte il ministro della difesa, per cercare di riavviare il dialogo con i palestinesi, si sbilancia con il capo dell'ANP su di un possibile ritiro dalla Cisgiordania, il provvedimento caldeggiato da Netanyahu va nella direzione opposta. Questi segnali di contrasto erano già emersi in più occasioni relativamente alla necessità di attaccare l'Iran, ma parevano divergenze su ragioni di opportunità più che di merito, in questo caso, invece, le linee di condotta dei rispettivi membri del governo paiono divergere completamente. Se Netanyahu agisce in nome di esigenze contingenti, come le elezioni sempre più prossime, Barak pare avere una visuale più ampia, che tiene conto, cioè, dell'impatto di un tale provvedimento sulle relazioni diplomatiche di Israele, destinate a deteriorarsi ulteriormente ed ha rendere il paese ancora più isolato. Una condizione non proprio ottimale per una nazione che potrebbe scatenare una guerra con conseguenze sicuramente nefaste, ma anche imprevedibili, data la posta in gioco. L'opposizione israeliana si attesta su questa linea e ritiene dannoso per il paese regolarizzare le enclaves illegali. Vi è poi la questione della giustificazione legale adotta su cui si vuole basare il provvedimento e che praticamente invalida gli accordi del 1967. La tesi è che prima di quell'anno l'unica nazione riconosciuta ad avere sovranità su quei territori era Israele, dopo quella data nessuna nazione ha esercitato la sovranità sulla Cisgiordania e quindi la continuità temporale dell'esercizio della sovranità giustifica l'esistenza delle colonie. Questo argomento contorto e privo di sussistenza giuridica rischia di diventare un valido argomento per gli estremisti di entrambe le parti, ed il suo uso indiscriminato ed irragionevole non può essere accolto dalla comunità internazionale. Israele ancora una volta, conta sul silenzio colpevole delle Nazioni Unite, che dovrebbero reagire immediatemente con tutti gli strumenti legali a loro disposizione contro Tel Aviv, per impedire una tale violazione, che può portare a sviluppi molto pericolosi ed anche gli Stati Uniti, principale alleato degli israeliani, dovrebbe adoperarsi per scongiurare l'applicazione di una tale volontà. La reazione dei palestinesi è stata scontata quanto, fino ad ora, composta. L'ANP ha ribadito l'inesistenza di alcun fondamento delle pretese israeliane sui territori della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, definendo ridicolo il provvedimento promosso da Netanyahu.
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