Politica Internazionale

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lunedì 5 novembre 2012

Un intervento militare in Mali è questione di tempo

Il timore della comunità internazionale, per un avanzamento dell'estremismo islamico nel nord del Mali, spingono la diplomazia ad accelerare la strategia di pressione sul gruppo tuareg Ansar Dine affinchè rompa la sua alleanza con Al Qaeda. La situazione nella parte settentrionale del Mali è caratterizzata da gruppi armati che applicano in modo integrale la Sharia e quello che viene temuto è un'espansione dell'influenza di questi gruppi nei paesi confinanti: Algeria e Burkina Faso. Proprio nei giorni scorsi in Burkina faso ci sarebbe stato un vertice con i leader di Ansar Dine, con il chiaro scopo di allontanarli, tramite la rottura con le organizzazioni jihadiste, AQIM (Al Qaeda nel Maghreb islamico) ed il Movimento per l'unità e la jihad in Africa occidentale, dall'influenza di Al Qaeda e raffreddare, così la tensione della regione. Inoltre colloqui si sarebbero svolti anche ad Algeri, con i rappresentanti di Ansar Dine, che avrebbero sottolineato la loro indipendenza dalle volontà dei movimenti legati ad Al Qaeda. Se queste premesse possono fare sperare in un isolamento di Al Qaeda, dalla contesa, eliminando una potenziale alleanza pericolosa, non scongiurano la possibilità di un intervento militare, a lungo studiato e preparato dai paesi dell'Africa occidentale con il sostegno logistico di USA e Francia, finalizzato a restaurare l'autorità della capitale del Mali, Bamako, sul proprio territorio e sopratutto infliggere un colpo definitivo all'estremismo islamico presente nel paese attraverso le formazioni legate ad Al Qaeda. Per l'occidente questo fronte sta diventando importante, perchè eliminare la presenza qaedista da questi territori, che non sono facilmente controllabili, significa eliminare basi logistiche e di addestramento per i terroristi islamici e, sopratutto, impedire uno sviluppo dell'influenza, anche politica e non solo militare, di Al Qaeda, che potrebbe, in un futuro prossimo, diventare punto di riferimento di un progetto più ampio della diffusione dell'estremismo islamico. Per Al Qaeda al contrario, dopo le ripetute sconfitte ricevute, l'affermazione, sotto forma di sovranità, in un territorio fisico determinato può significare un punto da cui ripartire per la propria riorganizzazione. Ma la strategia dei sostenitori dell'azione militare non può basarsi su interventi isolati, ma deve essere costruita attraverso la creazione di una rete di alleati locali ben radicati sul territorio, in modo da garantire che gli effetti dell'intervento siano durevoli nel tempo, ripristinando le condizioni di sicurezza che impediscano la rinascita di Al Qaeda nella regione. In quest'ottica è così da inquadrare la trattativa con il movimento Ansar Dine ed il suo leader Iyad ag Ghaly. Tuttavia un attore fondamentale nel teatro in cui si svolge la questione, l'Algeria, non è mai stato favorevole ad un intervento militare immediato, ciò riduce i margini di manovra dei piani occidentali, giacchè senza Algeri, od anche senza il suo appoggio più convinto, la riuscita di una azione bellica sarebbe fortemente compromessa, perchè verrebbe a mancare l'esperienza dell'esercito algerino e la conoscenza della sua diplomazia, che ha gestito in precedenza i complicati rapporti con il Gruppo Islamico Armato, formazione da cui è derivata Al Qaeda nel Maghreb. Algeri, infatti, propende, in una prima fase, per un maggiore coinvolgimento dei Tuareg più nell'azione politica che in quella militare, in maniera di isolare i gruppi terroristici, da colpire in una seconda fase. Risulta chiaro che l'elemento fondamentale è però il tempo, gli occidentali stimano che la situazione richieda una risoluzione più rapida, perchè temono che il contagio dell'estremismo si propaghi ad una velocità superiore a quella necessaria per risolvere la questione con gli intendimenti algerini. Su di questa divergenza si giocherà il futuro, immediato e no, della zona del Mali ora sottomessa alla sharia.

venerdì 2 novembre 2012

Londra sempre più lontana dalla UE: per Bruxelles è tempo di prendere una decisione

La crisi in cui si trova il governo britannico del conservatore Cameron, relativa al voto contrario del parlamento di Londra sul bilancio dell'Unione Europea, potrebbe portare la sesta economia mondiale fuori da Bruxelles. Attualmente l'effetto immediato generato dal voto contrario è di avere acuito l'isolamento in cui il Regno Unito sta patendo dentro la UE, una condizione di emarginazione voluta dagli stessi britannici poco disposti a cedere quote di sovranità, in nome dell'unificazione finanziaria e politica del vecchio continente. E' una posizione, di fatto, voluta dal premier in carica, Cameron, che con il suo atteggiamento chiaramente euroscettico, ha tenuto una condotta tale da prendere i vantaggi dell'appartenenza all'Unione, rifiutandone le scelte scomode che hanno cominciato ad essere sempre più frequenti per combattere la crisi. Infatti se questo comportamento era ancora sostenibile dagli altri membri e dal complesso dell'Unione Europea in assenza delle problematiche legate al sopraggiungere della crisi, con il peggioramento dell'economia mondiale ed in particolare dell'area dell'euro, la condotta britannica, troppo staccata dalle politiche comuni sempre più pressanti, non pare essere più sostenibile da Bruxelles. Del resto anche il comportamento dello stesso Cameron ha più volte evidenziato la ricerca di spazi liberi per attrarre capitali a discapito degli alleati, riempiendo gli spazi che si erano venuti a creare in maniera scorretta, che hanno sottoscritto regole e politiche economiche più severe. L'eccessiva protezione della finanza londinese, teatro di grandi speculazioni che hanno contribuito alla crisi della moneta unica europea, il rifiuto dell'applicazione, conseguente, della Tobin tax e l'isolazionismo monetario hanno decretato per il Regno Unito la patente di inaffidabilità alla causa europea, già prima di questa ultima votazione negativa. Tuttavia sembra di essere vicini ad un punto di non ritorno, lo stesso premier, appare preoccupato per le conseguenze del rifiuto del bilancio europeo e negli stessi euroscettici, la prospettiva di essere fatti uscire dall'Unione Europea, è vista con timore. I motivi espressi per giustificare l'ennesimo rifiuto all'Europa, paiono scuse di facciata, che non possono fornire adeguate spiegazioni ad una eventuale richiesta da parte di Bruxelles. Affermare che la ragione principale del voto contrario è la difesa del contribuente britannico sembra, oltre che una banale scusa, una visione troppo a corto raggio della situazione e sopratutto della sua evoluzione, tanto che, insieme a chi è realmente convinto di questa motivazione, vi è anche chi stato preso in contropiede da un risultato denso di troppe incognite. Se per Londra il bilancio europeo è fonte di spese esagerate, ed inoltre ciò rappresenta soltanto l'ultima politica economica europea con cui si è in pressochè totale disaccordo, deve essere coerente con la sua idea, prendere atto che la maggioranza degli stati membri della UE ha deciso in una direzione opposta ed uscire dall'Unione Europea. Bruxelles non ha ancora espresso una posizione ufficiale, ma Londra risulta ancora più lontana con il verificarsi di questo episodio, che però non desta sorpresa e si colloca in un solco già abbondantemente segnato proprio dal Regno Unito. Piuttosto sarebbe da prendere in considerazione la possibilità di una esclusione dalla UE del paese britannico su impulso del Parlamento Europeo, quale atto politico fondante di una unione basata sulla piena condivisione ed accettazione di regole comuni capaci di fornire quella unità politica ormai irrinunciabile. Per lo scetticismo di Londra, nella casa comune europea, non deve esserci posto, la velocità della crisi impone scelte, che possono sembrare dolorose, ma che appaiono necessarie e funzionali per il raggiungimento dell'obiettivo dell'unificazione. Una tale scelta avrebbe implicazioni negative da ambo i lati, potrebbe cadere la libera circolazione di persone e merci ed i flussi di denaro che sono andati anche verso l'isola a nord della Francia cesserebbero di prendere quella direzione. Probabilmente Londra non ha valutato bene, specialmente sul lungo periodo, gli effetti di una esclusione dalla UE, anche se il timore che si respira negli ambienti politici ed economici londinesi pare prendere sempre più coscienza di un evoluzione portatrice più di aspetti negativi. Con la rottura vicina, però il governo lascia aperto uno spiraglio per cercare di convincere il partito di maggioranza, lo stesso del governo, a cambiare atteggiamento: ma sarebbe il momento giusto per Bruxelles per fare un atto clamoroso, capace di presentare la UE come protagonista al mondo intero e decidere l'esclusione del Regno Unito, provvedimento che servirebbe come monito ad altri campioni dello scetticismo europeo.

mercoledì 31 ottobre 2012

Il Sudan accusa Israele di avere bombardato una sua fabbrica di armi

Un nuovo scenario, parallelo a quello principale, si apre nella contesa tra Iran ed Israele. Il bombardamento di una fabbrica di armi nello stato del Sudan, che Khartoum attribuisce all'aviazione militare dello stato israeliano, ha determinato la presenza di due navi da guerra iraniane nella città di Port Sudan, località del Mar Rosso, in segno di sostegno ed amicizia, come dichiarato da fonti del governo sudanese, al paese africano. La fabbrica di armi sarebbe stata colpita perchè costruiva armamenti per Teheran, circostanza peraltro smentita dal governo di Omar al Bashir; la stessa fonte uffciale ha, però, collegato questa ipotesi nel motivo che ha causato l'azione militare, nella quale hanno perso la vita due persone. Se Israele ufficialmente tace, forse per non incorrere nella censura internazionale per avere condotto una azione bellica su territorio straniero senza le necessarie procedure di dichiarazione di guerra previste dal diritto internazionale, l'Iran non perso l'occasione per intensificare la sua presenza in una regione che sembra sempre più attirare gli interessi della repubblica islamica. L'Iran ha, infatti, aperto quattro nuove missioni diplomatiche in Africa: in Somalia, a Gibuti, nel Sud Sudan e nel Camerun, con il chiaro scopo di rompere l'isolamento delle sanzioni occidentali ed affermarsi come paese protagonista nella regione attraverso consistenti aiuti alle popolazioni in difficoltà; notevole, in questo senso, è stato lo sforzo economico di Teheran che ha donato 43 milioni di dollari per combattere la carestia nel Corno d'Africa. Ma il sostegno non è disinteressato, un rapporto dell'ONU, già risalente a cinque anni fa, accusava Teheran di sostenere finanziariamente e militarmente le Corti Islamiche somale, da cui è nata Al Shabab, organizzazione estremista islamica, di matrice scita, colpevole di avere frenato gli aiuti delle organizzazioni umanitarie per la carestia alimentare che ha colpito la regione e protagonista di azioni anche entro i confini del Kenya. I due paesi, Iran ed Israele, insomma continuano a praticare una guerra non dichiarata che si sta allargando a regioni già martoriate, nel silenzio più assoluto delle Nazioni Unite. Se il bombardamento in Sudan fosse stato realmente effettuato da Israele, saremmo di fronte ad una azione che si può definire soltanto come terrorismo di stato, essendo un attacco praticato da forze regolari ad un paese straniero al di fuori della prassi del diritto internazionale ed andrebbe a costituire un segnale di pericolo allarmante per la pace mondiale, del resto anche l'azione iraniana non pare esente da colpe, per la politica spregiudicata portata avanti fino ad ora, entrambi i paesi meritano una censura, almeno a livello formale: che l'ONU salvi almeno la faccia.

martedì 30 ottobre 2012

La Clinton nei Balcani, con l'incognita serba.

La visita diplomatica di Hillary Clinton, che si sta svolgendo nei paesi dell'ex Jugoslavia, sta affrontando alcune questioni interne che hanno una ripercussione sui rapporti internazionali, in special modo sulle questioni inerenti all'ingresso in organizzazioni internazionali come la UE e la NATO. La dissoluzione jugoslava ha dato corso ad una guerra sanguinosa nel cuore dell'Europa, che ha lasciato pesanti strascichi, tuttora il conflitto etnico risulta essere un ostacolo sia allo sviluppo, che alle relazioni tra i vari popoli della regione, che spesso ricorrono ancora alla violenza per regolare i conflitti. L'interesse della NATO e della UE, seppure per ragioni ed angolature differenti, è che la regione balcanica trovi un assetto stabile ed un equilibrio tale che ne consenta il pieno ingresso nelle loro organizzazioni. Tuttavia la reciproca diffidenza ed i sempre vivi sentimenti nazionalisti non sono un buon viatico per favorire i processi di integrazione, che a parole, gli governi dei paesi della ex Jugoslavia richiedono. I maggiori problemi risiedono in Bosnia, a Belgrado e nel Kossovo. La questione bosniaca continua ad essere segnata da conflitti serrati tra le comunità serbe, croate e musulmane; gli accordi di Dayton, seguiti alla guerra che ha martoriato il paese dal 1992 al 1995, prevedevano un assetto composto da un'entità serba ed una croata musulmana, che, mediante un complicato meccanismo fatto di regole tese a garantire entrambe le comunità, dovevano poi condividere un governo centrale. Ma la parte serba rifiuta ripetutamente questa soluzione ed ha minacciato più volte la proclamazione dell'indipendenza. Questo stato di agitazione permanente è contrario alle intenzioni della diplomazia internazionale che non vuole deragliare dagli accordi di Dayton, faticosamente raggiunti, che rappresentano un punto fermo oltre il quale, si teme, una recrudescenza degli eventi violenti e destabilizzanti. L'unica condizione che può richiamare all'ordine i leader bosniaci, sopratutto quelli serbi, è che proprio il mancato rispetto degli accordi di Dayton impedirebbe l'ingresso nella NATO e nella UE, occasioni viste dai bosniaci per risollevare un'economia stagnante. Nella questione del Kosovo, a Belgrado verrà richiesto, nella visita di giovedì prossimo dei diplomatici USA, di riprendere i contatti con Pristina; la Serbia rifiuta di riconoscere l'indipendenza proclamata in maniera unilaterale dal paese kosovaro a maggioranza albanese, e la vittoria elettorale dello scorso maggio dei nazionalisti serbi ha aggravato le reciproche posizioni. Ufficialmente l'atteggiamento del governo di Belgrado è quella di trovare un'intesa basata su concessioni reciproche da concordare tra Serbia e Kosovo. Ma ciò contrasta con i sentimenti di una opinione pubblica sempre più condizionata da un nazionalismo esasperato ed appare, quindi, meno reale ma strumentale per convincere la UE e la NATO ad accoglierle entro i loro aderenti. Nonostante tutti i tentativi fatti la Serbia appare ancora inaffidabile per l'ingresso in organizzazioni sovranazionali che richiedono standard elevati ai loro associati, l'estremismo nazionalista, spesso accompagnato da razzismo risulta ancora troppo diffuso per concedere la libera circolazione dei cittadini serbi in Europa e così i sentimenti di anti americanismo, dovuti alla posizione della NATO durante le guerre seguite al crollo della Jugoslavia, ostacolano ancora il processo di inclusione nell'Alleanza Atlantica. Senz'altro più agevole sarà il proseguimento del tour diplomatico della Clinton in Croazia ed Albania, paese in cui si chiuderà la trasferta del Segretario di stato americano.

lunedì 29 ottobre 2012

Il modello cinese in crisi, tra fuga di capitali e delocalizzazioni

Tra i problemi che attanagliano l'economia cinese vi è quello della fuga di capitali, che sta innescando ulteriori problematiche per Pechino. Soltanto nel corso dello scorso anno ben 472.000 miliardi di dollari, somma che corrisponde all'otto virgola tre per cento del PIL cinese, ha lasciato in maniera illegale il paese. Anche per i numeri enormi della Cina, si tratta di cifre capaci di creare danni al sistema economico e di aggravare la già precaria stabilità sociale, andando ad acuire l'enorme differenza tra poveri e ricchi. Il fenomeno non è comunque nuovo, ma l'incremento registrato fin dal 2000 sta assumendo proporzioni capaci di incidere sulla politica dello stato. Questi flussi finanziari illeciti vengono deviati su conti presenti in paradisi fiscali, ma una parte considerevole viene fatta rientrare in patria sotto forma di investimento straniero, godendo così delle agevolazioni fiscali e degli aiuti di stato previsti per i finanziatori esteri. Questa prassi assomma così un doppio reato che si traduce in una doppia perdita per lo stato cinese. Si capisce chiaramente come tale sistema alimenti il malaffare, la corruzione e crei gravi scompensi sociali, che contribuiscono ad alimentare il clima difficile presente sia nei conglomerati urbani, che nelle periferie del paese. Inoltre la concentrazione di tale ricchezza in una parte piccola della società, crea uno squilibrio di potere pericoloso per lo stesso apparato. Non è un caso che le lotte intestine in seno al comitato centrale si sono svolte proprio tra membri del partito comunista cinese, che più potevano disporre di ingenti patrimoni, la cui provenienza non è mai stata del tutto chiara. Malgrado il controllo ferreo del partito, applicato, per la verità, in maniera molto rigida agli strati più bassi della popolazione, il problema della corruzione è stato implicitamente riconosciuto anche da fonti ufficiali, che hanno avvertito da tempo l'influenza negativa di forme eccessive di arricchimento, capaci di regalare quote consistente di potere, specialmente nelle zone più remote dello stato. Dietro ai numerosi casi di scioperi e rivolte provocate dal malgoverno degli apparati locali, vi è sempre una volontà di maggiore arricchimento del potente di turno, che reinveste capitali di provenienza sovente poco chiara, in imprese che vanno a ledere la dignità dei popoli locali spesso vittime di espropri di forzati, sia di terra che di tradizioni. Ma ciò è conseguenza della politica cinese intrapresa negli ultimi anni che ha creato un'etica comunista del lavoro, capace di valorizzarsi con l'arricchimento personale, inteso come misura del successo dell'impresa. Una tale visione sociale, nata e cresciuta in un contesto di assenza di regole e diritti ha finito per favorire quelle forme di accumulo di capitale capaci di sfuggire al controllo dello stato, che hanno contribuito, allo stesso tempo, sia alla fortuna, che alla deviazione del sistema. Il fatto è collegato alla crisi del lavoro cinese, che si sta concretizzando drammaticamente in una fuga dei maggiori marchi in altre nazioni dove le condizioni della vita dei lavoratori ed il minor costo del lavoro, che comprende anche i costi sostenuti dalle imprese per fare fronte alla corruzione, hanno un impatto, anche emotivo, di maggior favore per i consumatori. Del resto il fenomeno riguarda anche marchi cinesi ormai affermati, che iniziano a praticare la delocalizzazione al pari dei produttori occidentali. In questo modo interi distretti industriali si stanno svuotando, creando disoccupazione e tensioni sociali sempre più pesanti. Tutti questi fattori contribuiscono a fornire l'idea che il modello cinese, stia entrando in crisi perchè avvitato su se stesso e non in grado di aggiornare la sua struttura apparentemente granitica, ma in realtà sorpassata dai tempi e sopratutto dai fatti.

venerdì 26 ottobre 2012

Londra potrebbe negare le proprie basi agli USA per l'attacco all'Iran

Con la situazione iraniana che non pare evolversi in un senso positivo e la continua pressione di Israele per un attacco preventivo, gli Stati Uniti, pur cercando di evitare l'escalation militare, si trova a dover programmare la logistica in funzione della possibilità che l'opzione bellica si concretizzi. A questo scopo il Pentagono ha contattato diversi stati per il permesso di sorvolo e l'utilizzo di alcune basi militari, che possano permettere il rifornimento e la manutenzione dei velivoli militari. In particolare sarebbero stati avviati contatti con l'alleato principale degli Stati Uniti, il Regno Unito, per ottenerne la collaborazione, attraverso l'uso delle installazioni situate nel suo territorio. Il Ministero della difesa britannico, consultandosi con il ministero della giustizia avrebbe negato l'accesso e quindi l'utilizzo alle proprie basi militari perchè ciò andrebbe a violare il diritto internazionale. In parole povere il governo britannico o teme, in ragione degli ordinamenti internazionali, una sanzione da parte delle Nazioni Unite oppure teme le ritorsioni iraniane. In tutti i casi la negazione delle basi britanniche alle forze armate USA, costituisce una maniera per esprimere forte disaccordo con la possibilità di un attacco all'Iran. Questo elemento rappresenta una novità assoluta, sia per i rapporti molto stretti tra i due stati, che per quanto riguarda il panorama internazionale occidentale, dove grazie alla compattezza sulle sanzioni contro la Repubblica islamica, non sono mai state messe in conto possibili defezioni. Ma un attacco militare alzerebbe il livello della ritorsione, che comporterebbe una responsabilità di gran lunga maggiore se paragonata a sanzioni economiche, di fronte ad un conflitto, che rischierebbe di allargarsi oltre i confini della regione e potrebbe avere implicazioni di una portata molto vasta per il possibile uso di armamenti nucleari. Il no britannico apre quindi una spaccatura di non poco conto nell'alleanza occidentale per la contrarietà alla scelta di attaccare l'Iran. Sarà facile che all'atteggiamento di Londra si accodino le altre capitali europee, non certo favorevoli ad essere coinvolte in una guerra non certo condivisa. Recenti simulazioni hanno previsto che l'Iran potrebbe arrivare a colpire addirittura l'Italia con i suoi missili. Non pare credibile quindi, che ne l'Unione Europea, ne i singoli stati, vogliano appoggiare Israele e gli USA in una azione militare della quale non possono prevedersi gli sviluppi, neppure con la sola concessione delle basi presenti sui loro territori. Se questa sarà la tendenza che si affermerà, per Israele sarà sempre più difficile contare sull'appoggio dei paesi occidentali, neppure mettendoli di fronte al fatto compiuto. L'impressione è che la questione, per le cancellerie occidentali, se arriverà al punto di rottura, non sarà considerata affare loro. Questa situazione lascia Tel Aviv in un isolamento pressochè totale sull'argomento, che, però, potrebbe significare ancora meno cautela, perchè getterebbe il paese in preda ad un terrore ancora maggiore e ad un senso di accerchiamento capace creare i presupposti per una azione mal ponderata. Anche gli USA vengono messi in difficoltà, oltre che venire a mancare l'appoggio materiale, la negazione delle basi significa anche il venire meno dell'appoggio morale e politico ad una eventuale azione di forza. Ma nell'immediato la sensazione americana deve essere di smarrimento totale di fronte al rifiuto britannico, l'alleato da sempre più fidato. Se questa situazione fa il gioco di Obama, che può mettere sul tavolo, oltre la propria contrarietà, anche quella degli occidentali ad un attacco militare contro l'Iran, per rafforzare ancora di più l'azione delle sanzioni, preoccupa le sfere militari alle prese con una gestione molto difficoltosa di un'azione, che, comunque, non è stata ancora scongiurata; ed inoltre mette nei guai Romney, nell'eventualità di una sua elezione, che deve tenere conto dell'importanza del rifiuto britannico prima di proseguire nella sua intenzione, più volte dichiarata di bombardare l'Iran. Se l'opinone pubblica era concentrata sulla scena contraddistinta dal dualismo Iran- Israele, con gli USA dietro le quinte, la variabile inattesa della decisione britannica, rischia di portare scompiglio nel teatro della contesa: chiamandosi fuori le spalle di Washington, benchè larghe, non sembrano sufficienti per portare il peso di una responsabilità così grande.

Elezioni USA: gli uomini bianchi non votano per Obama

All'avvicinarsi della data delle elezioni presidenziali americane, nelle pieghe dei sondaggi, è uscito un dato che non è stato abbastanza messo i rilievo dagli analisti. Barack Obama non ha il sostegno degli uomini bianchi americani. Se questa situazione era già presente alla vigilia delle passate consultazioni elettorali, ora il fenomeno si è acuito, con Romney in vantaggio, su questa parte della popolazione, di ben 23 punti percentuali. Sul perchè il presidente uscente non riesca a sfondare in questo segmento di elettorato pesano considerazioni e motivazioni differenti. Prime tra tutte sono la mancata identificazione con le idee ed i provvedimenti che stanno alla base di Obama. Gli Stati Uniti non sono New York, nell'America profonda è ancora valida l'idea della supremazia sociale della figura maschile bianca, la retorica del bianco, anglosassone e protestante, in effetti non è mai tramontata, e le leggi in favore delle minoranze, sia etniche che sessuali, non hanno mai fatto breccia in quella che è la classe dominante statunitense: l'uomo bianco, che detiene la maggiore percentuale di ricchezza del paese e si identifica con la legislazione liberista propria del partito repubblicano. Scalfire le convinzioni di questa figura sociale emblematica, che incarna il sogno americano delle origini, non è ancora socialmente possibile. In questo aspetto gli Stati Uniti, si rivelano ultra conservatori ed anche non al passo con i tempi. La politica repubblicana, infatti, dal punto di vista sociale si ostina a presentare una immagine della società ancora fondata su valori familiari tradizionali, che spesso non rispecchiano l'effettiva fotografia della composizione del tessuto sociale americano. Vi è poi una questione razziale difficile da scalfire, l'icona del presidente di colore, che è stata presentata al mondo come una conquista della parità, all'interno della nazione non ha avuto un tale ritorno di immagine ed anzi, per certi versi, anche grazie a notizie false che hanno alimentato campagne denigratorie contro Obama, in vasti settori di razza bianca, l'insediamento di un uomo di colore alla massima carica statunitense, e quindi del mondo, è stato vissuto come una autentica usurpazione. La parte sociale che ha avuto questi sentimenti è stata proprio quella composta dagli uomini bianchi, che però non possono tutti essere di ceto elevato, cioè non basta fare una discriminante del reddito per individuare le ragioni dei contrari ad Obama, occorre, invece, cercare motivi ulteriori, come quello razziale, per spiegare un fenomeno che sembra avere radici che sfiorano la psicopatologia di questa parte di elettorato. La mancata accettazione di un presidente di colore appare una presa di posizione che prescinde, in molti casi, dal suo operato effettivo, è, cioè, una scelta a priori che si fonda sulla convinzione, putroppo ancora presente, della supremazia dei bianchi sui neri e ciò risulta essere ben triste nel 2012 e dimostra come quella che è dichiarata la più grande democrazia del mondo sia, in realtà, ben lontana da raggiungere tale livello. Questo dato dei sondaggi, pone quindi l'accento su di una polarizzazione estrema della società americana che è tutt'altro che amalgamata come si crede all'estero, gli stereotipi dell'America del sud, sono purtroppo non solo luoghi comuni ma tristi realtà, che si ritrovano anche ad altre latitudini del paese. Lo stesso Obama è apparso rassegnato di fronte a questa realtà, concentrando i suoi sforzi in campagna elettorale verso l'elettorato di colore e quello ispanico, dove il vantaggio attribuito, potrà risultare fondamentale per il risultato finale. In ogni caso la riflessione finale non può che vertere sulla reale natura del paese che sempre si è identificato come quello delle opportunità e della realizzazione, dati come questo dimostrano quanto quella immagine da cartolina sia lontana.