Blog di discussione su problemi di relazioni e politica internazionale; un osservatorio per capire la direzione del mondo. Blog for discussion on problems of relations and international politics; an observatory to understand the direction of the world.
Politica Internazionale
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martedì 17 maggio 2011
Birmania: cancellata la pena di morte
Il governo della Birmania commuta la pena di morte in ergastolo e riduce di un anno tutte le altre condanne. Le misure dovrebbero servire per dare una impronta più moderna e democratica al paese asiatico. Non è dello stsso avviso l'organizzazione umanitaria Uuman Rights Watch, che considera gravemente insufficiente il provvedimento e continua a chiedere la libertà per gli oltre 2000 prigionieri politici. In realtà la misura dovrebbe proprio dimostrare che il paese si sarebbe avviato sulla via della democrazia e dovrebbe essere la dimostrazione tangibile di quanto richiesto anche dall'ONU. Tuttavia il provvedimento non riguarda quelli che sono l'argomento principale del contendere: i prigionieri politici. Del resto il governo, eletto con modalità discutibili e senza l'ammissione alla competizione del maggior partito di opposizione, nonostante siano state celebrate le elezioni dopo oltre venti anni, risulta essere composto da ex militari. Questi fattore ha da subito alimentato i dubbi sulla veridicità della trasformazione democratica del paese.
Netanyahu potrebbe cedere per la pace
Pressato dalle proteste palestinesi e dall'evoluzione della situazione internazionale, Benjamin Netanyahu afferma che è disposto alla cessione di una parte dello stato israeliano purchè venga raggiunta la pace. E' ancora presto per dire se si è arrivati ad un punto di svolta nel processo della costruzione di uno stato palestinese, unica possibilità per pacificare la regione, o se si tratta dell'ennesima mossa tattica per guadagnare tempo. L'attuale stato della politica internazionale, con lo sviluppo delle primavere arabe, può essere il motivo che consenta l'accelerazione del processo di pace israelo-palestinese, l'assetto della regione che può scaturire dalle rivolte in corso potrebbe fungere da acceleratore della costruzione dello stato palestinese, consentendo a Tel Aviv di chiudere in modi e tempi ragionevoli la partita, in modo da concentrarsi su altri fronti che mettono in pericolo la sicurezza dello stato. Inoltre, dal punto di vista mediatico consentirebbe ad Israele di guadagnare posizioni nel radimento dell'opinone pubblica ed infine toglierebbe l'alibi fondamentale agli arabi più integralisti per le loro ataviche posizioni anti israeliane. Il corso della storia sembrerebbe, quindi più potente di tante guerre e trattative non andate a buon fine. La condizione essenziale perchè questo processo si porti a termine dovrà essere il reciproco riconoscimento dei due stati sovrani. Netanyahu pone anche come condizione la logica fine del conflitto armato e, più complicato da ottenere, la smilitarizzazione della Palestina. Come difficile sarà ottenere l'indivisibilità di Gerusalemme a totale vantaggio di Tel Aviv, contraccambiato, nelle intenzioni del premier israeliano, dallo smantellamento dei coloni nella Cisgiordania. Queste sono le offerte che provengono da Israele, sono certamente una base di partenza, che non consentono, però una soluzione immediata. Resta da vedere quanta è l'urgenza per Israele di arrivare ad una definizione della partita, sopratutto con gli USA che spingono per la definizione del problema. Lo scenario internazionale che è davanti a Tel Aviv non gioca a suo favore ed il mondo intero spinge per la creazione dello stato di Palestina.
lunedì 16 maggio 2011
Israele reprime le manifestazioni dei palestinesi di Siria e Libano
Gli scontri ai confini di Israele, sulle frontiere di Libano e Siria, segnalano i sentimenti contrastanti che si vivono a Tel Aviv. La reazione, spropositata dell'esercito israeliano, che ha sparato sulla folla armata di pietre denuncia uno stato di timore, che alberga sempre di più nei cuori degli israeliani. Il reale timore è di vedere grandi masse di palestinesi esasperati muoversi dai loro paesi di esilio e dirigersi verso la propria patria espropriata. A livello mediatico Israele rischia di trasformarsi in carnefice, se non mantiene i nervi saldi. Paradossalmente essere sotto minaccia dell'atomica iraniana o dei razzi di Hamas, consente a Tel Aviv di recitare il ruolo della vittima perseguitata, viceversa sparare su persone disarmate non può che fare diminuire la simpatia per la causa sionista. Non si capisce se la mossa di muovere quasi simultaneamente dalle frontiere dei paesi dove sono esiliati sia stata casuale o organizzata; il risultato è stato che Israele è caduto nella trappola soffocando le dimostrazioni nel sangue. Tel Aviv accusa la Siria di avere orchestrato le proteste in modo da distogliere da essa stessa l'attenzione internazionale, ciò può essere verosimile, il regime di Assad non è nuovo ad usare strategie del genere per distogliere i riflettori, sotto la cui luce sta compiendo la sua feroce repressione. In ogni caso la reazione israeliana è stata un boomerang, sopratutto se si pensa alla pressione che Abu Mazen sta mettendo per portare in sede ONU il problema palestinese. Tel Aviv, già irritata per gli accordi tra ANP ed Hamas si vede ora pressare anche dai palestinesi di Siria e Libano, ma non si dimostra ancora convinta della necessità di avviare in modo formale le trattative per la creazione dello stato palestinese, unica soluzione per la pace nell'area.
domenica 15 maggio 2011
Pakistan ed USA: relazioni in crisi?
Il parlamento pakistano ha approvato all’unanimità una dura condanna all’intervento americano in occasione della morte di Osama Bin Laden. L’intervento, avvenuto in suolo straniero di una forza armata di altro paese è una chiara violazione del diritto internazionale. Ma all’inizio sia USA che Pakistan avevano affermato che l’azione era stata concordata, sebbene queste affermazioni non fossero state date in un comunicato congiunto. Già questa modalità aveva alimentato sospetti circa la veridicità dell’affermazione; in seguito si erano rincorse versioni differenti, che non lasciavano dubbi sulla mancata verità di una operazione congiunta. Il Pakistan è apparso,per la verità, subito disorientato dall’azione dei Navy Seals, ed ha tentato di rintuzzare la rabbia crescente nel paese, per la violazione di cui era stato oggetto, con dichiarazioni approssimative e di circostanza, perfino affermando che i reali protagonisti dell’intervento non erano miltari americani ma i servizi segreti nazionali. Sicuramente nel paese di Islamabad la confusione è aumentata per le mancate immagini e prove del successo operativo delle forze speciali della marina USA. Tuttavia la confusione è potuta durare solo fino a quando la stessa Al Qaeda ha ammesso la morte del proprio capo. Da quel momento per il Pakistan si è aperta la via, anche legittima, della contestazione alla modalità dell’operazione. Oltre le contestazioni, sono stati gli attentati ai soldati pakistani a decretare la necessità di una presa di posizione ferma, almeno sul piano legale e politico del parlamento pakistano. La condanna agli americani, a quel punto, è stato un atto dovuto, certamente calcolato fin dall’inizio dall’amministrazione Obama. Ma il punto attuale della situazione impone almeno due riflessioni. La prima è di ordine strategico, innazitutto è ormai appurato che Obama godeva di protezioni all’interno dell’apparato burocratico militare pakistano e la prova di ciò è, appunto, che Islamabad è stata tenuta all’oscuro dell’operazione, fatto ormai acclarato. Da ciò discende, siccome purtroppo la guerra afghana continua, la domanda, peraltro più volte posta, se Islamabad è ancora un alleato affidabile. Le pulsioni interne del paese pakistano contano molta parte dell’opinione pubblica contraria all’alleanza con gli USA, questo è un dato da tenere sempre a mente; come, però si deve sempre considerare anche la costante necessità dell’appoggio logistico, di cui le forze NATO necessitano entro il territorio pakistano. Fatto di cui Islamabad è consapevole ed infatti è la prima minaccia contenuta nella disposizione parlamentare approvata a maggioranza. La seconda considerazione è di ordine politico, questo è il punto più basso, nonostante i precedenti, delle relazione USA-Pakistan. In realtà non conviene a nessuno dei due soggetti rompere le relazioni, ma il Pakistan era obbligato a dare un segnale forte, sia in campo internazionale, per rivendicare la propria sovraità sul suo territorio, sia in campo interno per provare almeno a calmare gli ambienti più ostili al patto con Washington, che hanno visto nella prova di forza americana una sorta di subalternità del Pakistan agli Stati Uniti. Per la verità Islamabad ha ancora un problema più grave, che è il terrorismo di matrice islamica, che ha da subito iniziato a colpire le istituzioni del paese con attentati kamikaze. In quest’ottica la dura presa di posizione contro Washigton è da leggere anche come azione di raffreddamento sul fronte interno. Resta una domanda, valeva la pena per il colpo mediatico mettere in gioco un rapporto, seppure molto conflittuale, con l’unico pase chiave da cui condurre la lotta ai talebani?
sabato 14 maggio 2011
La violazione dell'Artico
La penuria di materie prime sara' la causa della violazione dell'Artico, l'enorme giacimento ancora intonso dai guasti umani. Otto paesi a Mosca, tra cui USA e Russia, hanno firmato un accordo propedeutico allo sfruttamento del tesoro che somma il 25% delle riserve mondiali di gas, petrolio e minerali. Complice di questo accordo anche il riscaldamento che provoca lo scioglimento dei ghiacci. Non serve ed anzi insospettisce, l'ecologismo di cui si e' vestita la Clinton, che ha auspicato uno sviluppo economico che preservi l'ecosistema. L'asserzione e' un ossimoro, infatti non si vede come si possa conciliare l'ecosistema inviolato con lo sviluppo economico. La scelta di violare l'artico è ancora più grave se si pensa alla recente sciagura atomica giapponese ed al disastro BP avvenuto nel golfo del Messico. Questi gravi fatti, giunti a molti altri di gravità non così eccessiva, non hanno ancora insegnato nulla ai governanti del mondo. Intaccare l'ecosistema artico significa mettere in pericolo il già traballante stato dell'ecologia mondiale. Anzichè firmare un accordo per preservare in maniera integrale le zone artiche, se ne firma uno che le comprometterà in maniera definitiva. La cecità della strada intrapresa non tarderà a manifestare i suoi effetti nefasti appena si deciderà di operare intaccando l'ecosistema artico. Tutto questo ancora una volta nel silenzio delle organizzazioni sovranazionali. Infine, dal punto di vista inernazionale, questo, che è stato definito il primo accordo panartico, rappresenta la volontà delle nazioni firmatarie di non preservare la regione, ma di depredarla delle sue imprtanti ricchezze.
giovedì 12 maggio 2011
La redistribuzione malattia dell'occidente
L'OCSE squarcia il velo sul vero problema sociale ed economico che attanaglia il mondo: la variazione della redistribuzione del reddito a scapito delle classi meno ricche. Le ripetute crisi economiche che hanno colpito a tutti i livelli gli stati mondiali hanno fatto come prima vittima il ceto medio, arretrato sempre piu' nella scala sociale, redistribuendo il reddito perduto verso le fasce piu' ricche, protagoniste di ulteriore arricchimento. Quello a cui stiamo assistendo consiste in una retromarcia della storia, i meccanismi che garantivano una crescita sociale attraverso una crescita economica si sono clamorosamente inceppati. L'OCSE punta il dito verso le nazioni piu' ricche dell'occidente, preda di un meccanismo perverso che ha, di fatto rallentato gli strumenti del welfare, che permettono di accrescere indirettamente il reddito, anche nei paesi scandinavi, tradizionalmente generosi su questi temi. Con le recessioni economiche gli stati hanno puntato a tagliare su questo versante per recuperare fondi di bilancio, non curandosi di andare ad intaccare la coesione sociale. Questo ha eroso anche il risparmio delle famiglie, innescando un circolo chiaramente non virtuoso, che ha finito per pesare sugli investimenti. Il fatto particolare e' che tutti i governi esaminati hanno preferito tagliare sugli strumenti del welfare in modo indiscriminato, senza elaborare politiche finanziarie alternative. Viene da pensare che l'azione dei governi presi in esame sia stata condizionata da una urgenza non meditata, siano state, cioe', intraprese le politiche piu' facili da pensare e da attuare, in una gara a chi faceva di meno. Anche questo rappresenta un segno dei tempi grami comuni a molte nazioni.
mercoledì 11 maggio 2011
Obama punta alla riforma dell'immigrazione
La campagna elettorale di Obama è già cominciata. Dopo il gran colpo, con conseguente effetto mediatico, della morte di Bin Laden, il presidente USA, affronta ora, da una posizione di forza, la riforma migratoria. Era un obiettivo dichiarato nella campagna elettorale. Ora forte del successo dovuto all'operazione di Abbottabad, Obama sfida un congresso non favorevole. La ragione è anche di ordine elettorale: 2 ispanici su 3 hanno votato il presidente USA in carica. La dichiarazione nel puro stile di Obama è che gli USA sono una nazione di immigrati e su questo si fonda il programma della riforma annunciata. Due i punti cardine: l'aumento della sicurezza della frontiera USA e un progetto di largo respiro che possa permettere l'ottenimento della cittadinanza con la doppia valenza di migliorare la sicurezza e fare avanzare l'economia nazionale. Tuttavia le possibilità che la riforma possa passare in un congresso a maggioranza repubblicana sono minime, ma la dichiarazione d'intenti costituisce un atto fondativo delle intenzioni di Obama. La consapevolezza della necessità degli immigrati come incremento della forza lavoro potrà però scontrarsi con le idee dell'america profonda, che, fenomeno ben conosciuto in Europa, non può vedere di buon occhio l'immissione nel mercato del lavoro di concorrenza a buon mercato. Sul territorio statunitense sono già presenti ben undici milioni di immigrati irregolari, la gran parte dei quali latinoamericani, che la riforma di Obama punta regolarizzare. Quello che può scatenarsi quindi, è un confronto epocale negli USA attuali, che potrebbero sconfessare, in caso di mancata riuscita della riforma, la loro stessa essenza profonda di nazione costruita su razze diverse, il cosidetto meltin pot, che ne ha determinato la grandezza. Si tratta di una questione che non riguarda i soli USA, ma che potrebbe influenzare, a seconda dell'esito, il mondo intero. Se infatti anche gli Stati Uniti dovessero piegarsi alla logica della chiusura e del ripiegamento su se stessi, per il mondo sarebbe un salto indietro troppo grande e la locomotiva della storia si avvierebbe verso il deragliamento.
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