Il prossimo obiettivo della strategia, politica e militare, di Israele, passa dall’orizzonte sciita a quello sunnita. Tel Aviv, con dichiarazioni di differenti politici, anche di alto rilievo, ha minacciato esplicitamente la Turchia, definendola il nuovo Iran, ed assoggettandola al Qatar, entrambi accusati di volere estendere la loro influenza dalla Siria fino a tutto il Medio Oriente. La presenza di oltre ventimila militari turchi nel paese siriano rappresenta un ostacolo per l’ulteriore obiettivo espansionistico, che Tel Aviv si sarebbe prefissato, dopo il Libano. L’impossibilità dello scontro militare si sposta, così, su quello diplomatico e non riguarda solo la Turchia ed il Qatar, l’obiettivo più ampio è evitare una coalizione più compatta e coesa di paesi sunniti, tra cui Egitto ed Arabia Saudita, con quest’ultima che sembra sfuggita alla suggestione degli accordi di Abramo, proprio a causa delle operazioni militari spregiudicate di Israele. Gli effetti del ridimensionamento iraniano e dei suoi alleati, ha finito per favorire un risorgimento delle ragioni politiche sunnite, che, sebbene con alcune differenze di vedute, sono accomunate da un interesse strategico e geopolitico della limitazione del ruolo israeliano nella regione a favore di un nuovo protagonismo nel Medio Oriente, con conseguente limitazione della libertà di azione militare che Israele si è arrogato, con la dottrina di occupazione in Libano, dopo la continua carneficina di Gaza. A alleanza sunnita, tra l’altro, si deve anche annoverare il Pakistan, altro attore impegnato ad assumere sempre più rilevanza internazionale; tuttavia la preoccupazione maggiore di Tel Aviv riguarda la Turchia, sia per la capacità del suo esercito, sia per la sua ambizione ad essere la forza trainante della coalizione sunnita, ma, soprattutto per la sua appartenenza all’Alleanza Atlantica, che rende praticamente impossibile un possibile attacco, anche se minacciato, da parte di Israele verso la Turchia. Oltretutto i rapporti da Trump ed Erdogan sono, al momento, ottimi e questo complica di molto le velleità israeliane. Certo un attacco contro Ankara metterebbe alla prova la solidità dell’Alleanza Atlantica, già compromessa dal presidente americano, tuttavia andare allo scontro frontale con l’Europa dovrebbe essere un buon dissuasivo anche per gli atteggiamenti sprezzanti di Tel Aviv. Resta comunque, una opzione da non sottovalutare e da considerare attentamente da parte di uno stato, che è diventato praticamente protagonista, in negativo, di politiche autoreferenziali nel campo del diritto internazionale e dell’uso indiscriminato delle armi. Con la possibile creazione di questa alleanza sunnita la questione palestinese tornerebbe praticamente come il problema di primo piano, dato il favore, almeno dichiarato, dei paesi sunniti ad una risoluzione a favore di uno stato palestinese. Da considerare anche le ingenti capacità economiche dei paesi produttori di petrolio, che potrebbero destinare alla ricostruzione di Gaza ed alla liberazione dalle colonie della Cisgiordania, per accrescere il loro prestigio in tutti i paesi sunniti e più in generale nell’opinione pubblica mondiale, che ha isolato Israele, purtroppo soltanto moralmente. Non è da tralasciare anche l’influsso che deriverebbe da questo protagonismo internazionale della Turchia nell’ambito interno dove Erdogan incontra crescenti difficoltà, che ha sempre cercato di risolvere più con la politica internazionale anziché con l’azione interna, basata su repressione e contrasto al dissenso. Aldilà delle implicazioni interne, che saranno comunque un dato da monitorare e da tenere in costante monitoraggio, occorrerà verificare gli sviluppi della politica interna israeliana, per vedere l’indirizzo che potrà prendere, anche e soprattutto nel caso di sconfitta dell’attuale governo. Le minacce del vice presidente americano, nei confronti di Tel Aviv, hanno costituito una novità da parte del governo di Washington, che per ora non ha sortito gli effetti voluti, ma hanno costituito un precedente rilevante, che, in caso di sviluppi ed unito alla nascita del blocco sunnita, sono per Israele un pericoloso segnale di pericolo: come reagirà staremo a vedere.
Blog di discussione su problemi di relazioni e politica internazionale; un osservatorio per capire la direzione del mondo. Blog for discussion on problems of relations and international politics; an observatory to understand the direction of the world.
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giovedì 2 luglio 2026
Sunni danger to Israel
The next objective of Israel's political and military strategy shifts from the Shiite to the Sunni horizon. Tel Aviv, through statements by various politicians, including high-profile ones, has explicitly threatened Turkey, calling it the new Iran and subjugating it to Qatar, both accused of seeking to extend their influence from Syria to the entire Middle East. The presence of over twenty thousand Turkish troops in Syria represents an obstacle to the further expansionist objective that Tel Aviv has set itself, after Lebanon. The impossibility of military conflict thus shifts to a diplomatic one, and concerns not only Turkey and Qatar; the broader objective is to prevent a more compact and cohesive coalition of Sunni countries, including Egypt and Saudi Arabia, the latter of which appears to have escaped the temptation of the Abraham Accords, precisely because of Israel's unscrupulous military operations. The effects of the downsizing of Iran and its allies have ultimately fostered a resurgence of Sunni political views. Although there are some differences of opinion, they share a strategic and geopolitical interest in limiting Israel's role in the region in favor of a new prominence in the Middle East. This has resulted in a consequent restriction of the military freedom Israel has arrogated to itself with its occupation doctrine in Lebanon, following the ongoing carnage in Gaza. Among the Sunni allies, among others, is Pakistan, another player striving to assume ever greater international prominence. However, Tel Aviv's greatest concern is Turkey, both for the capacity of its military and its ambition to be the driving force of the Sunni coalition, but above all, for its membership in the Atlantic Alliance, which makes a possible attack, even a threatened one, by Israel against Turkey virtually impossible. Furthermore, relations between Trump and Erdogan are currently excellent, greatly complicating Israel's ambitions. Certainly, an attack on Ankara would test the strength of the Atlantic Alliance, already compromised by the American president. However, engaging in a head-on confrontation with Europe should also be a good deterrent against Tel Aviv's contemptuous attitudes. It remains, however, an option not to be underestimated and to be carefully considered by a state that has practically become the protagonist, in a negative way, of self-referential policies in the field of international law and the indiscriminate use of weapons. With the possible creation of this Sunni alliance, the Palestinian question would practically return to the forefront, given the Sunni countries' at least declared support for a resolution favoring a Palestinian state. Also to be considered are the significant economic resources of oil-producing countries, which they could allocate to the reconstruction of Gaza and the liberation of the West Bank settlements, thus enhancing their prestige among all Sunni countries and, more generally, among world public opinion, which has isolated Israel, unfortunately only morally. Nor should we overlook the influence that Turkey's international prominence would have on the domestic scene, where Erdogan is facing growing difficulties, which he has always sought to resolve through international politics rather than domestic action, based on repression and the suppression of dissent. Beyond the domestic implications, which will in any case be monitored and closely monitored, it will be necessary to monitor developments in Israeli domestic politics to determine the direction it could take, especially if the current government were defeated. The US vice president's threats against Tel Aviv were a first for the Washington government, which so far has not had the desired effect, but they have set a significant precedent. If further developments occur, combined with the emergence of the Sunni bloc, they are a dangerous warning for Israel: how it will react remains to be seen.
Peligro sunita para Israel
El siguiente objetivo de la estrategia política y militar de Israel se desplaza del ámbito chií al suní. Tel Aviv, mediante declaraciones de diversos políticos, incluso de alto perfil, ha amenazado explícitamente a Turquía, calificándola de nuevo Irán y subyugándola a Qatar, ambos acusados de intentar extender su influencia desde Siria a todo Oriente Medio. La presencia de más de veinte mil soldados turcos en Siria representa un obstáculo para el objetivo expansionista que Tel Aviv se ha propuesto, tras la intervención en Líbano. La imposibilidad de un conflicto militar se transforma así en una cuestión diplomática, que no solo afecta a Turquía y Qatar; el objetivo más amplio es impedir la formación de una coalición más compacta y cohesionada de países suníes, como Egipto y Arabia Saudí, esta última aparentemente ajena a la tentación de los Acuerdos de Abraham, precisamente debido a las operaciones militares inescrupulosas de Israel. Los efectos del debilitamiento de Irán y sus aliados han propiciado, en última instancia, un resurgimiento de las posturas políticas suníes. Aunque existen algunas diferencias de opinión, comparten un interés estratégico y geopolítico en limitar el papel de Israel en la región, favoreciendo así una mayor prominencia en Oriente Medio. Esto ha conllevado una restricción de la libertad militar que Israel se ha arrogado con su doctrina de ocupación en Líbano, tras la continua matanza en Gaza. Entre los aliados suníes se encuentra Pakistán, otro actor que aspira a una mayor influencia internacional. Sin embargo, la mayor preocupación de Tel Aviv es Turquía, tanto por la capacidad de su ejército como por su ambición de ser la fuerza motriz de la coalición suní, pero sobre todo por su pertenencia a la Alianza Atlántica, lo que hace prácticamente imposible un posible ataque, incluso una amenaza, de Israel contra Turquía. Además, las relaciones entre Trump y Erdogan son actualmente excelentes, lo que complica enormemente las ambiciones de Israel. Sin duda, un ataque contra Ankara pondría a prueba la fortaleza de la Alianza Atlántica, ya debilitada por el presidente estadounidense. Sin embargo, un enfrentamiento directo con Europa también debería ser un buen elemento disuasorio contra las actitudes desdeñosas de Tel Aviv. Sigue siendo, no obstante, una opción que no debe subestimarse y que debe ser cuidadosamente considerada por un Estado que prácticamente se ha convertido en protagonista, de forma negativa, de políticas autorreferenciales en el ámbito del derecho internacional y del uso indiscriminado de armas. Con la posible creación de esta alianza suní, la cuestión palestina volvería prácticamente a ocupar un lugar central, dado el apoyo, al menos declarado, de los países suníes a una resolución que favorezca un Estado palestino. También deben tenerse en cuenta los importantes recursos económicos de los países productores de petróleo, que podrían destinar a la reconstrucción de Gaza y a la liberación de los asentamientos de Cisjordania, reforzando así su prestigio entre todos los países suníes y, en general, ante la opinión pública mundial, que ha aislado a Israel, lamentablemente solo moralmente. Tampoco debemos pasar por alto la influencia que la prominencia internacional de Turquía tendría en el ámbito interno, donde Erdogan enfrenta crecientes dificultades que siempre ha intentado resolver mediante la política internacional en lugar de acciones internas basadas en la represión y la supresión de la disidencia. Más allá de las implicaciones internas, que en cualquier caso serán monitoreadas de cerca, será necesario seguir de cerca la evolución de la política interna israelí para determinar el rumbo que podría tomar, especialmente si el gobierno actual fuera derrotado. Las amenazas del vicepresidente estadounidense contra Tel Aviv fueron una novedad para el gobierno de Washington, que hasta ahora no ha tenido el efecto deseado, pero han sentado un precedente significativo. Si se producen nuevos acontecimientos, junto con el surgimiento del bloque suní, representan una peligrosa advertencia para Israel: su reacción está por verse.
Sunnitische Gefahr für Israel
Das nächste Ziel der israelischen politischen und militärischen Strategie verlagert sich vom schiitischen zum sunnitischen Spektrum. Tel Aviv hat durch Äußerungen verschiedener Politiker, darunter auch hochrangiger Persönlichkeiten, die Türkei explizit bedroht, sie als das neue Iran bezeichnet und Katar unterworfen. Beiden wird vorgeworfen, ihren Einfluss von Syrien auf den gesamten Nahen Osten ausdehnen zu wollen. Die Präsenz von über 20.000 türkischen Soldaten in Syrien stellt ein Hindernis für das weitere expansionistische Ziel dar, das sich Tel Aviv nach dem Libanon gesetzt hat. Die Unmöglichkeit eines militärischen Konflikts verlagert sich somit auf einen diplomatischen Weg und betrifft nicht nur die Türkei und Katar; das übergeordnete Ziel ist die Verhinderung einer engeren und geschlosseneren Koalition sunnitischer Länder, darunter Ägypten und Saudi-Arabien. Letzteres scheint der Versuchung der Abraham-Abkommen gerade wegen Israels skrupelloser Militäroperationen entgangen zu sein. Die Schwächung des Iran und seiner Verbündeten hat letztlich zu einem Wiederaufleben sunnitischer politischer Ansichten geführt. Obwohl es Meinungsverschiedenheiten gibt, teilen sie ein strategisches und geopolitisches Interesse daran, Israels Rolle in der Region zugunsten einer neuen Vormachtstellung im Nahen Osten einzuschränken. Dies hat zu einer konsequenten Einschränkung der militärischen Handlungsfreiheit geführt, die sich Israel mit seiner Besatzungsdoktrin im Libanon nach dem anhaltenden Blutbad im Gazastreifen anmaßte. Zu den sunnitischen Verbündeten gehört unter anderem Pakistan, ein weiterer Akteur, der nach immer größerem internationalen Einfluss strebt. Tel Avivs größte Sorge gilt jedoch der Türkei, sowohl aufgrund ihrer militärischen Kapazitäten und ihres Bestrebens, die treibende Kraft der sunnitischen Koalition zu sein, vor allem aber aufgrund ihrer Mitgliedschaft in der Atlantischen Allianz. Diese macht einen möglichen, selbst angedrohten, Angriff Israels auf die Türkei praktisch unmöglich. Zudem sind die Beziehungen zwischen Trump und Erdoğan derzeit ausgezeichnet, was Israels Ambitionen erheblich erschwert. Ein Angriff auf Ankara würde die Stärke der Atlantischen Allianz, die durch den amerikanischen Präsidenten bereits geschwächt ist, zweifellos auf die Probe stellen. Eine direkte Konfrontation mit Europa sollte jedoch auch ein wirksames Mittel sein, um Tel Avivs verächtliche Haltung einzudämmen. Diese Option darf nicht unterschätzt und muss von einem Staat, der sich im Bereich des Völkerrechts und des willkürlichen Waffeneinsatzes faktisch zum Protagonisten selbstbezogener Politik entwickelt hat, sorgfältig geprüft werden. Mit der möglichen Bildung dieses sunnitischen Bündnisses würde die Palästinafrage wieder in den Vordergrund rücken, da die sunnitischen Länder zumindest ihre Unterstützung für eine Resolution zugunsten eines palästinensischen Staates erklärt haben. Hinzu kommen die beträchtlichen wirtschaftlichen Ressourcen der Ölförderländer, die sie für den Wiederaufbau des Gazastreifens und die Befreiung der Siedlungen im Westjordanland einsetzen könnten. Dies würde ihr Ansehen unter allen sunnitischen Ländern und, allgemeiner, in der Weltöffentlichkeit stärken, die Israel leider nur moralisch isoliert hat. Auch den Einfluss der internationalen Bedeutung der Türkei auf die innenpolitische Lage sollten wir nicht außer Acht lassen. Erdoğan sieht sich zunehmenden Schwierigkeiten gegenüber, die er stets durch internationale Politik statt durch innenpolitische Maßnahmen, basierend auf Repression und Unterdrückung abweichender Meinungen, zu lösen suchte. Neben den innenpolitischen Auswirkungen, die ohnehin genau beobachtet werden, ist es notwendig, die Entwicklungen in der israelischen Innenpolitik zu verfolgen, um deren mögliche Richtung zu bestimmen, insbesondere im Falle einer Niederlage der aktuellen Regierung. Die Drohungen des US-Vizepräsidenten gegen Tel Aviv waren ein Novum für die Regierung in Washington und blieben bisher wirkungslos, stellten aber einen wichtigen Präzedenzfall dar. Sollten sich weitere Entwicklungen ergeben, insbesondere im Zusammenhang mit dem Aufstieg des sunnitischen Blocks, stellen diese eine gefährliche Warnung für Israel dar: Wie es reagieren wird, bleibt abzuwarten.
Le danger sunnite pour Israël
Le prochain objectif de la stratégie politique et militaire d'Israël se déplace de l'horizon chiite vers l'horizon sunnite. Tel-Aviv, par le biais de déclarations de divers hommes politiques, y compris des personnalités de premier plan, a explicitement menacé la Turquie, la qualifiant de nouvel Iran et la soumettant au Qatar, tous deux accusés de chercher à étendre leur influence de la Syrie à l'ensemble du Moyen-Orient. La présence de plus de vingt mille soldats turcs en Syrie constitue un obstacle à la poursuite de l'objectif expansionniste que Tel-Aviv s'est fixé après le Liban. L'impossibilité d'un conflit militaire se transforme ainsi en une impasse diplomatique, et ne concerne pas seulement la Turquie et le Qatar ; l'objectif plus large est d'empêcher la formation d'une coalition plus compacte et cohérente de pays sunnites, notamment l'Égypte et l'Arabie saoudite, cette dernière semblant avoir échappé à la tentation des accords d'Abraham précisément en raison des opérations militaires israéliennes sans scrupules. Les effets de l'affaiblissement de l'Iran et de ses alliés ont finalement favorisé une résurgence des idées politiques sunnites. Malgré certaines divergences d'opinions, ils partagent un intérêt stratégique et géopolitique à limiter le rôle d'Israël dans la région au profit d'une nouvelle influence au Moyen-Orient. Ceci a entraîné une restriction de la liberté militaire qu'Israël s'est octroyée avec sa doctrine d'occupation au Liban, suite au carnage en cours à Gaza. Parmi les alliés sunnites figure notamment le Pakistan, un autre acteur qui aspire à une influence internationale toujours plus grande. Cependant, la principale préoccupation de Tel-Aviv est la Turquie, tant pour la capacité de son armée que pour son ambition d'être le moteur de la coalition sunnite, mais surtout pour son appartenance à l'Alliance atlantique, qui rend pratiquement impossible une attaque, même potentielle, d'Israël contre la Turquie. De plus, les relations entre Trump et Erdogan sont actuellement excellentes, ce qui complique considérablement les ambitions d'Israël. Certes, une attaque contre Ankara mettrait à l'épreuve la solidité de l'Alliance atlantique, déjà fragilisée par le président américain. Cependant, une confrontation directe avec l'Europe devrait également dissuader Tel-Aviv de toute attitude méprisante. Il n'en demeure pas moins que cette option ne doit pas être sous-estimée et mérite un examen attentif de la part d'un État qui est devenu, de facto, le protagoniste, au détriment de la justice, de politiques autoréférentielles en matière de droit international et d'usage indiscriminé des armes. La création éventuelle de cette alliance sunnite ramènerait la question palestinienne au premier plan, compte tenu du soutien, au moins déclaré, des pays sunnites à une résolution favorable à un État palestinien. Il convient également de prendre en compte les importantes ressources économiques des pays producteurs de pétrole, qu'ils pourraient consacrer à la reconstruction de Gaza et à la libération des colonies de Cisjordanie, renforçant ainsi leur prestige auprès de l'ensemble des pays sunnites et, plus généralement, auprès de l'opinion publique internationale, qui a isolé Israël, malheureusement uniquement sur le plan moral. Il ne faut pas non plus négliger l'influence que le rayonnement international de la Turquie exercerait sur la scène intérieure, où Erdogan est confronté à des difficultés croissantes, qu'il a toujours cherché à résoudre par la voie de la politique internationale plutôt que par des mesures répressives et étouffant toute dissidence. Au-delà des implications intérieures, qui seront de toute façon suivies de près, il sera nécessaire de surveiller l'évolution de la politique intérieure israélienne afin d'en déterminer l'orientation possible, notamment en cas de défaite du gouvernement actuel. Les menaces du vice-président américain contre Tel-Aviv constituent une première pour le gouvernement de Washington et, jusqu'à présent, n'ont pas produit l'effet escompté. Elles ont néanmoins créé un précédent significatif. Si de nouveaux développements surviennent, conjugués à l'émergence du bloc sunnite, ils représentent un avertissement inquiétant pour Israël : sa réaction reste à déterminer.
Perigo sunita para Israel
O próximo objectivo da estratégia política e militar de Israel passa do horizonte xiita para o sunita. Telavive, através de declarações de vários políticos, incluindo figuras de alto nível, ameaçou explicitamente a Turquia, chamando-lhe o novo Irão e subjugando-a ao Qatar, ambos acusados de procurarem estender a sua influência da Síria a todo o Médio Oriente. A presença de mais de vinte mil soldados turcos na Síria representa um obstáculo ao objectivo expansionista que Telavive estabeleceu para si, depois do Líbano. A impossibilidade de um conflito militar transforma-se, portanto, numa questão diplomática, e diz respeito não só à Turquia e ao Qatar; o objectivo mais vasto é impedir uma coligação mais compacta e coesa de países sunitas, incluindo o Egipto e a Arábia Saudita, esta última que parece ter escapado à tentação dos Acordos de Abraão, precisamente por causa das operações militares sem escrúpulos de Israel. Os efeitos da redução do poder do Irão e dos seus aliados acabaram por fomentar um ressurgimento das visões políticas sunitas. Embora existam algumas divergências de opinião, ambos partilham um interesse estratégico e geopolítico em limitar o papel de Israel na região, em prol de uma nova proeminência no Médio Oriente. Daqui resultou uma consequente restrição da liberdade militar que Israel arrogou para si com a sua doutrina de ocupação no Líbano, após a carnificina em curso em Gaza. Entre os aliados sunitas, destaca-se o Paquistão, outro ator que procura assumir uma proeminência internacional cada vez maior. Contudo, a maior preocupação de Telavive é a Turquia, tanto pela capacidade das suas forças armadas como pela sua ambição de ser a força motriz da coligação sunita, mas sobretudo pela sua participação na Aliança Atlântica, o que torna um possível ataque, mesmo que apenas ameaçado, de Israel contra a Turquia praticamente impossível. Além disso, as relações entre Trump e Erdogan são excelentes neste momento, o que complica bastante as ambições de Israel. Certamente, um ataque a Ancara testaria a força da Aliança Atlântica, já comprometida pelo presidente americano. No entanto, um confronto directo com a Europa deveria também servir como um bom factor dissuasor contra as atitudes desdenhosas de Telavive. No entanto, esta opção não deve ser subestimada e necessita de ser cuidadosamente ponderada por um Estado que praticamente se tornou protagonista, de forma negativa, de políticas auto-referenciais no domínio do direito internacional e do uso indiscriminado de armas. Com a possível criação desta aliança sunita, a questão palestiniana regressaria praticamente ao centro do debate público, dado o apoio, pelo menos declarado, dos países sunitas a uma resolução favorável a um Estado palestiniano. Devem ainda ser considerados os significativos recursos económicos dos países produtores de petróleo, que poderiam ser alocados à reconstrução de Gaza e à libertação dos colonatos da Cisjordânia, aumentando assim o seu prestígio junto de todos os países sunitas e, de um modo mais geral, perante a opinião pública mundial, que isolou Israel, infelizmente apenas moralmente. Também não devemos ignorar a influência que a proeminência internacional da Turquia teria no panorama interno, onde Erdogan enfrenta crescentes dificuldades, que sempre procurou resolver através da política internacional, em vez de ações internas, baseadas na repressão e na supressão da dissidência. Para além das implicações internas, que em todo o caso serão monitorizadas de perto, será necessário acompanhar os desenvolvimentos na política interna israelita para determinar o rumo que poderá tomar, especialmente se o actual governo for derrotado. As ameaças do vice-presidente dos EUA contra Telavive foram inéditas para o governo de Washington e, até ao momento, não surtiram o efeito desejado, mas estabeleceram um precedente significativo. Se ocorrerem novos desenvolvimentos, aliados à ascensão do bloco sunita, representam um aviso perigoso para Israel: resta saber como reagirá.
Суннитская опасность для Израиля
Следующая цель политической и военной стратегии Израиля смещается с шиитского горизонта на суннитский. Тель-Авив, посредством заявлений различных политиков, в том числе высокопоставленных, открыто угрожал Турции, называя её новым Ираном и подчиняя Катару, обе страны обвиняются в стремлении распространить своё влияние из Сирии на весь Ближний Восток. Присутствие более двадцати тысяч турецких военнослужащих в Сирии представляет собой препятствие для дальнейших экспансионистских целей, которые Тель-Авив поставил перед собой после Ливана. Таким образом, невозможность военного конфликта смещается в сторону дипломатического, и это касается не только Турции и Катара; более широкая цель состоит в предотвращении более компактной и сплоченной коалиции суннитских стран, включая Египет и Саудовскую Аравию, последняя из которых, похоже, избежала искушения Авраамских соглашений именно из-за беспринципных военных операций Израиля. Последствия сокращения влияния Ирана и его союзников в конечном итоге способствовали возрождению суннитских политических взглядов. Несмотря на некоторые разногласия, их объединяет стратегический и геополитический интерес в ограничении роли Израиля в регионе в пользу усиления его позиций на Ближнем Востоке. Это привело к последующему ограничению военной свободы, которую Израиль присвоил себе своей оккупационной доктриной в Ливане после продолжающейся резни в Газе. Среди союзников-суннитов, помимо прочих, находится Пакистан, еще один игрок, стремящийся к еще большему международному влиянию. Однако наибольшую озабоченность Тель-Авива вызывает Турция, как из-за возможностей ее вооруженных сил и амбиций стать движущей силой суннитской коалиции, но прежде всего, из-за ее членства в Атлантическом альянсе, что делает возможное нападение, даже угрожаемое, со стороны Израиля на Турцию практически невозможным. Кроме того, отношения между Трампом и Эрдоганом в настоящее время превосходны, что значительно осложняет амбиции Израиля. Безусловно, нападение на Анкару стало бы проверкой прочности Атлантического альянса, уже скомпрометированного американским президентом. Однако прямое противостояние с Европой также должно стать хорошим сдерживающим фактором против презрительного отношения Тель-Авива. Тем не менее, это остается вариантом, который не следует недооценивать и который необходимо тщательно рассмотреть государству, которое фактически стало, в негативном смысле, главным действующим лицом самореферентной политики в области международного права и неизбирательного применения оружия. С возможным созданием этого суннитского альянса палестинский вопрос практически вернется на передний план, учитывая, по крайней мере, заявленную поддержку суннитскими странами резолюции в пользу палестинского государства. Также следует учитывать значительные экономические ресурсы нефтедобывающих стран, которые они могли бы направить на восстановление Газы и освобождение поселений на Западном берегу, тем самым повысив свой престиж среди всех суннитских стран и, в более общем смысле, среди мирового общественного мнения, которое, к сожалению, изолировало Израиль, к сожалению, только морально. Не следует также упускать из виду влияние международного влияния Турции на внутреннюю ситуацию в Израиле, где Эрдоган сталкивается с растущими трудностями, которые он всегда стремился решать посредством международной политики, а не внутренних мер, основанных на репрессиях и подавлении инакомыслия. Помимо внутренних последствий, которые в любом случае будут тщательно отслеживаться, необходимо будет следить за развитием событий во внутренней политике Израиля, чтобы определить, в каком направлении она может развиваться, особенно в случае поражения нынешнего правительства. Угрозы вице-президента США в адрес Тель-Авива стали первым подобным случаем для правительства Вашингтона, который пока не возымел желаемого эффекта, но они создали важный прецедент. Если произойдут дальнейшие события, в сочетании с появлением суннитского блока, это станет опасным предупреждением для Израиля: как он отреагирует, покажет время.
遜尼派對以色列構成威脅
以色列政治和軍事戰略的下一個目標從什葉派轉向遜尼派。特拉維夫透過包括一些知名人士在內的多位政治人物發表的聲明,明確威脅土耳其,稱其為“新伊朗”,並試圖將其置於卡達的控制之下。土耳其和卡達都被指責試圖將其影響力從敘利亞擴展到整個中東地區。土耳其在敘利亞駐紮的兩萬多名士兵,對特拉維夫繼黎巴嫩之後設定的進一步擴張目標構成了阻礙。因此,軍事衝突的可能性被轉移到外交層面,而這不僅關乎土耳其和卡達;更廣泛的目標是阻止遜尼派國家(包括埃及和沙烏地阿拉伯)形成更緊密和團結的聯盟。沙烏地阿拉伯似乎正是由於以色列肆無忌憚的軍事行動得以擺脫《亞伯拉罕協議》的誘惑。伊朗及其盟友實力的削弱最終促成了遜尼派政治觀點的復興。儘管存在一些意見分歧,但他們都擁有一個共同的戰略和地緣政治利益,即限制以色列在該地區的作用,以期在中東地區獲得新的主導地位。這導致了以色列在黎巴嫩推行佔領政策後所享有的軍事自由受到相應限制,尤其是在加薩走廊持續發生屠殺之後。遜尼派盟友中還包括巴基斯坦,巴基斯坦也是另一個試圖提升國際影響力的參與者。然而,特拉維夫最擔憂的是土耳其,這不僅關乎土耳其的軍事實力及其成為遜尼派聯盟主導力量的野心,更重要的是,土耳其是大西洋聯盟的成員,這使得以色列對土耳其發動任何可能的攻擊,即使只是威脅,都幾乎不可能。此外,川普和艾爾段目前關係良好,這極大地阻礙了以色列的野心。可以肯定的是,對安卡拉的攻擊將考驗大西洋聯盟的實力,而該聯盟已經因美國總統的言論而受到損害。然而,與歐洲正面對抗也應能有效遏止特拉維夫的蔑視態度。對於一個實際上已成為國際法領域自我標榜政策和濫用武器的負面始作俑者的國家而言,這仍然是一個不容低估且需認真考慮的選項。如果遜尼派聯盟得以建立,鑑於遜尼派國家至少公開支持一項有利於巴勒斯坦建國的決議,巴勒斯坦問題實際上將重返公眾視野。此外,還應考慮產油國雄厚的經濟實力,它們可以將這些資源用於加薩重建和西岸定居點的解放,從而提升自身在所有遜尼派國家乃至更廣泛的國際輿論中的聲望——而國際輿論目前孤立以色列,遺憾的是,這種孤立僅限於道義層面。我們也不應忽視土耳其國際地位提升對其國內局勢的影響。艾爾段在國內正面臨日益嚴峻的困境,他一貫試圖透過國際政治而非國內行動來解決這些問題,而國內行動往往基於鎮壓和壓制異己。除了國內局勢的影響(無論如何,這些影響都將受到密切關注)之外,還有必要關注以色列國內政治的發展,以判斷其可能的走向,尤其是在現任政府下台的情況下。美國副總統對特拉維夫的威脅是華盛頓政府的首次嘗試,迄今尚未達到預期效果,但卻開創了一個重要的先例。如果事態進一步發展,再加上遜尼派陣營的崛起,這對以色列來說是一個危險的警告:以色列將如何應對,還有待觀察。
スンニ派はイスラエルにとって危険だ
イスラエルの政治・軍事戦略の次の目標は、シーア派からスンニ派へと移りつつある。テルアビブは、著名な政治家を含む様々な政治家の発言を通して、トルコを「新たなイラン」と呼び、カタールを従属させると公然と脅迫してきた。両国は、シリアから中東全域へと影響力を拡大しようとしていると非難されている。シリアに2万人を超えるトルコ軍が駐留していることは、レバノンに続くテルアビブのさらなる拡張主義的目標にとって障害となっている。こうして軍事衝突の可能性は外交問題へと移行し、トルコとカタールだけでなく、より広範な目標は、エジプトやサウジアラビアを含むスンニ派諸国のより緊密で結束の強い連合の形成を阻止することにある。サウジアラビアは、イスラエルの容赦ない軍事作戦のおかげで、アブラハム合意の誘惑を免れたように見える。イランとその同盟国の勢力縮小は、最終的にスンニ派の政治的見解の復活を促した。意見の相違はあるものの、彼らは中東におけるイスラエルの役割を制限し、新たな影響力を獲得するという戦略的・地政学的な利益を共有している。その結果、ガザでの惨劇が続く中、イスラエルがレバノン占領政策によって自らに与えてきた軍事的自由は、必然的に制限されることになった。スンニ派同盟国の中には、国際社会における影響力拡大を目指すパキスタンも含まれる。しかし、テルアビブにとって最大の懸念はトルコである。トルコの軍事力とスンニ派連合の原動力となる野心、そして何よりもトルコが北大西洋条約機構(NATO)に加盟していることが、イスラエルによるトルコへの攻撃(たとえ脅迫であっても)を事実上不可能にしているからだ。さらに、トランプ大統領とエルドアン大統領の関係は現在良好であり、イスラエルの野望を大きく複雑化させている。確かに、アンカラへの攻撃は、すでにアメリカ大統領によって弱体化しているNATOの強さを試すことになるだろう。しかし、ヨーロッパとの正面衝突は、テルアビブの軽蔑的な態度に対する有効な抑止力となるはずだ。とはいえ、国際法の分野における自己中心的政策や無差別兵器使用の主役を事実上担ってきた国家にとって、この選択肢は決して軽視すべきではなく、慎重に検討されるべきである。スンニ派同盟が結成されれば、パレスチナ問題は事実上再び最重要課題となるだろう。スンニ派諸国は少なくともパレスチナ国家を支持する決議案への支持を表明しているからだ。また、産油国の莫大な経済資源も考慮に入れるべきである。これらの資源をガザ地区の復興やヨルダン川西岸入植地の解放に充てることで、スンニ派諸国全体、ひいては世界世論における自国の威信を高めることができる。世界世論は残念ながら道義的にのみイスラエルを孤立させているのだから。トルコの国際的な影響力が国内情勢に及ぼす影響も見過ごしてはならない。エルドアン大統領は国内でますます困難に直面しており、これまで抑圧や反対意見の弾圧といった国内的な手段ではなく、国際政治を通じて解決しようとしてきた。いずれにせよ注視されるであろう国内への影響に加え、イスラエルの国内政治の動向を注視し、特に現政権が敗北した場合にどのような方向に向かうかを判断する必要がある。米国副大統領によるテルアビブへの脅迫はワシントン政府にとって初めてのことであり、今のところ期待された効果は得られていないものの、重要な前例となった。今後、スンニ派勢力の台頭と相まって、さらなる展開があれば、イスラエルにとって危険な警告となるだろう。イスラエルがどのように反応するかは、今後の展開を見守る必要がある。
خطر السنة على إسرائيل
يتحول الهدف التالي للاستراتيجية السياسية والعسكرية الإسرائيلية من الأفق الشيعي إلى الأفق السني. فقد هددت تل أبيب، عبر تصريحات من سياسيين مختلفين، بمن فيهم شخصيات بارزة، تركيا صراحةً، واصفةً إياها بإيران الجديدة، ومؤكدةً إخضاعها لقطر، وكلاهما متهم بالسعي إلى بسط نفوذهما من سوريا إلى الشرق الأوسط بأكمله. ويمثل وجود أكثر من عشرين ألف جندي تركي في سوريا عقبةً أمام هدف التوسع الذي وضعته تل أبيب لنفسها، بعد لبنان. وهكذا، يتحول استحالة الصراع العسكري إلى صراع دبلوماسي، ولا يقتصر على تركيا وقطر فحسب؛ فالهدف الأوسع هو منع تشكيل تحالف أكثر تماسكًا وتماسكًا من الدول السنية، بما فيها مصر والسعودية، التي يبدو أنها نجت من إغراء اتفاقيات أبراهام، تحديدًا بسبب العمليات العسكرية الإسرائيلية غير الأخلاقية. وقد أدت آثار تقليص حجم إيران وحلفائها في نهاية المطاف إلى عودة ظهور الآراء السياسية السنية. على الرغم من وجود بعض الاختلافات في الرأي، إلا أنهم يشتركون في مصلحة استراتيجية وجيوسياسية تتمثل في الحد من دور إسرائيل في المنطقة لصالح تعزيز مكانتها في الشرق الأوسط. وقد أدى ذلك إلى تقييد لاحق للحرية العسكرية التي نصبتها إسرائيل لنفسها بموجب عقيدة احتلالها في لبنان، في أعقاب المجازر المستمرة في غزة. ومن بين الحلفاء السنة، باكستان، وهي لاعب آخر يسعى إلى تعزيز مكانته الدولية. ومع ذلك، فإن أكبر مخاوف تل أبيب هي تركيا، سواءً لقدراتها العسكرية أو طموحها في أن تكون القوة الدافعة للتحالف السني، ولكن قبل كل شيء، لعضويتها في حلف شمال الأطلسي، مما يجعل أي هجوم إسرائيلي محتمل، أو حتى مجرد التهديد به، ضد تركيا شبه مستحيل. علاوة على ذلك، فإن العلاقات بين ترامب وأردوغان ممتازة حاليًا، مما يعقد طموحات إسرائيل بشكل كبير. من المؤكد أن أي هجوم على أنقرة سيختبر قوة حلف شمال الأطلسي، الذي أضعفه الرئيس الأمريكي بالفعل. ومع ذلك، فإن الدخول في مواجهة مباشرة مع أوروبا يجب أن يكون رادعًا جيدًا لمواقف تل أبيب الاستعلائية. مع ذلك، يبقى هذا خيارًا لا يُستهان به، ويجب على الدولة التي أصبحت عمليًا، وبشكل سلبي، فاعلةً في سياساتٍ ذاتية المرجعية في مجال القانون الدولي والاستخدام العشوائي للأسلحة، أن تدرسه بعناية. ومع إمكانية تشكيل هذا التحالف السني، ستعود القضية الفلسطينية إلى الواجهة، نظرًا لدعم الدول السنية المعلن على الأقل لقرارٍ يُؤيد قيام دولة فلسطينية. كما يجب مراعاة الموارد الاقتصادية الكبيرة للدول المنتجة للنفط، والتي يُمكنها تخصيصها لإعادة إعمار غزة وتحرير مستوطنات الضفة الغربية، ما يُعزز مكانتها بين جميع الدول السنية، وبشكلٍ أعم، بين الرأي العام العالمي الذي عزل إسرائيل، للأسف، معنويًا فقط. ولا ينبغي لنا أيضًا إغفال تأثير المكانة الدولية البارزة لتركيا على الساحة الداخلية، حيث يواجه أردوغان صعوباتٍ متزايدة، سعى دائمًا إلى حلها عبر السياسة الدولية بدلًا من العمل الداخلي القائم على القمع وقمع المعارضة. بغض النظر عن التداعيات الداخلية، التي ستخضع للمراقبة الدقيقة على أي حال، سيكون من الضروري رصد التطورات في السياسة الداخلية الإسرائيلية لتحديد مسارها المحتمل، لا سيما في حال سقوط الحكومة الحالية. كانت تهديدات نائب الرئيس الأمريكي لتل أبيب سابقةً من نوعها لحكومة واشنطن، والتي لم تُحقق حتى الآن الأثر المرجو، لكنها أرست سابقةً هامة. وإذا ما طرأت تطورات أخرى، بالتزامن مع بروز الكتلة السنية، فإنها تُشكل تحذيراً خطيراً لإسرائيل: ويبقى أن نرى كيف سيكون رد فعلها.
mercoledì 18 febbraio 2026
Il partito democratico si presenta come unico valido interlocutore americano per l'Europa
Che alla attività di Trump l’opposizione dei democratici pare essere silente è una opinione condivisa, non si sa se il partito è in piena crisi al suo interno, per avere provocato una sconfitta che ha generato conseguenze mondiali, per una pessima gestione della campagna elettorale o se il silenzio sia una strategia consapevole per fare emergere tutta l’incapacità e la grettezza dell’inquilino della casa Bianca e dei suoi ministri. Il silenzio dei democratici si è però arrestato in campo internazionale, nella sede della scorsa Conferenza della sicurezza di Monaco, con la chiara intenzione di rassicurare i leader europei. Una rassicurazione soltanto potenziale perché riferita ad una auspicabile, ma non certa, vittoria alle prossime elezioni presidenziali americane. L’intento principale sembra essere stato quello di denunciare il tradimento del Presidente americano verso i suoi alleati europei, si tratta di un chiaro intento di accreditare il partito democratico come l’unico serio interlocutore degli Stati Uniti verso i governi occidentali. In particolare il governatore della California, Newsom, si è presentato come leader dell’opposizione e come possibile candidato democratico alle prossime presidenziali del 2028, secondo la sua idea Trump è temporaneo ed andrà via tra tre anni. Con la legislazione vigente sarà così in ogni modo, sempre che Trump non riesca a cambiare le regole attuali, tuttavia, con una conferma repubblicana, ad insediarsi sarebbe l’attuale vice presidente, Vance, che potrebbe rivelarsi ancora peggio, se possibile, dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Ora, anche con una vittoria democratica, l’Europa non deve crearsi un alibi per non percorrere la strada dell’autonomia: occorre ricordare che, sebbene con altre modalità, a partire da Obama ed anche con Biden, gli USA hanno spostato la propria attenzione principale sull’Oceano Pacifico, individuando la Cina come principale antagonista commerciale e geopolitico; con Trump sono cambiate le modalità dei rapporti con l’Europa, improntate ad una arroganza mai vista prima, ma gli obiettivi geostrategici sono identici a quelli dei democratici. L’Unione Europea deve in ogni maniera cautelarsi, non fidandosi più dell’alleato americano, soprattutto in materia di difesa, ed uno dei meriti di Trump è stato proprio quello di accelerare questo processo e della presa d’atto che i valori del “Make America Great Again” non collimano con gli ideali fondativi dell’Unione Europea. Ma il rapporto con l’Europa, condannato anche per la vicenda della Groenlandia e per i dazi, non è l’unico punto messo in risalto dai democratici: l’abbandono della lotta circa l’emergenza climatica, con il favorire il consumo delle energie provenienti da petrolio, gas e carbone, stanno portando gli USA indietro di due secoli, questo comportamento risulta particolarmente inviso all’Europa, sempre più sensibile al problema dell’inquinamento. Anche l’aumentata diseguaglianza economica sta portando il paese americano ad un autoritarismo dilagante, che non rassicura i partner europei. Presentare questi argomenti verso i paesi dell’Unione rappresenta un punto importante per riaccreditare i democratici presso i governi occidentali; non che sia troppo faticoso: gli effetti della politica di Trump hanno portato una grande instabilità nelle relazioni internazionali, che dovrà essere recuperata in caso di vittoria nelle presidenziali, una contro tendenza che si potrebbe verificare nelle elezioni di metà mandato, mettendo in crisi le sicurezze di Trump. In ogni caso la necessità dei democratici di presentarsi come interlocutori affidabili serve anche per rassicurare i mercati e porre basi profondamente differenti fin d’ora con gli alleati Europei: una occasione da sfruttare anche per tutti i membri dell’Unione.
The Democratic Party presents itself as the only valid American interlocutor for Europe
It's a widely held opinion that the Democratic opposition to Trump's actions appears to be silent. It's unclear whether the party is in a full-blown internal crisis, having provoked a defeat that had global repercussions, due to poor campaign management, or whether the silence is a deliberate strategy to expose the incompetence and pettiness of the White House president and his ministers. The Democrats' silence, however, has been halted internationally, at the recent Munich Security Conference, with the clear intention of reassuring European leaders. This reassurance is only potential, as it refers to a desirable, but not certain, victory in the upcoming US presidential elections. The primary intent appears to have been to denounce the American president's betrayal of his European allies, a clear attempt to establish the Democratic Party as the United States' only serious interlocutor with Western governments. In particular, California Governor Newsom has presented himself as the leader of the opposition and a possible Democratic candidate in the 2028 presidential elections. According to him, Trump is temporary and will leave in three years. Under current legislation, this will be the case, assuming Trump fails to change the current rules. However, with a Republican confirmation, the current Vice President, Vance, would take office, and he could prove even worse, if possible, than the current White House incumbent. Now, even with a Democratic victory, Europe must not create an excuse for not pursuing autonomy. It is important to remember that, albeit in different ways, starting with Obama and also with Biden, the US has shifted its primary focus to the Pacific Ocean, identifying China as its main commercial and geopolitical rival. With Trump, the nature of relations with Europe has changed, marked by unprecedented arrogance, but the geostrategic objectives are identical to those of the Democrats. The European Union must take precautions at all costs, no longer trusting its American ally, especially when it comes to defense. One of Trump's achievements has been precisely to accelerate this process and recognize that the "Make America Great Again" values do not align with the founding ideals of the European Union. But the relationship with Europe, also condemned for the Greenland affair and tariffs, is not the only point highlighted by the Democrats: abandoning the fight against the climate emergency, favoring the consumption of energy from oil, gas, and coal, is taking the US back two centuries. This behavior is particularly unpopular in Europe, which is increasingly sensitive to the problem of pollution. Rising economic inequality is also leading the United States to rampant authoritarianism, which does not reassure its European partners. Presenting these arguments to EU countries is an important step towards reinforcing the Democrats' standing with Western governments. Not that it's too difficult: the effects of Trump's policies have brought great instability to international relations, which will need to be remedied if he wins the presidential election. This counter-trend could occur in the midterm elections, undermining Trump's confidence. In any case, the Democrats' need to present themselves as reliable interlocutors also serves to reassure markets and establish a fundamentally different foundation with their European allies, starting now: an opportunity that all EU members should also seize.
El Partido Demócrata se presenta como el único interlocutor estadounidense válido para Europa
Es una opinión generalizada que la oposición demócrata a las acciones de Trump parece guardar silencio. No está claro si el partido se encuentra en una profunda crisis interna, tras haber provocado una derrota con repercusiones globales debido a la mala gestión de la campaña, o si el silencio es una estrategia deliberada para exponer la incompetencia y la mezquindad del presidente de la Casa Blanca y sus ministros. Sin embargo, el silencio demócrata ha sido frenado internacionalmente, en la reciente Conferencia de Seguridad de Múnich, con la clara intención de tranquilizar a los líderes europeos. Esta tranquilidad es solo potencial, ya que se refiere a una victoria deseable, pero no segura, en las próximas elecciones presidenciales estadounidenses. La intención principal parece haber sido denunciar la traición del presidente estadounidense a sus aliados europeos, un claro intento de establecer al Partido Demócrata como el único interlocutor serio de Estados Unidos con los gobiernos occidentales. En particular, el gobernador de California, Newsom, se ha presentado como líder de la oposición y posible candidato demócrata a las elecciones presidenciales de 2028. Según él, Trump es temporal y dejará el cargo en tres años. Según la legislación vigente, así será, suponiendo que Trump no cambie las reglas vigentes. Sin embargo, con la confirmación republicana, el actual vicepresidente, Vance, asumiría el cargo, y podría resultar incluso peor, si cabe, que el actual presidente. Ahora bien, incluso con una victoria demócrata, Europa no debe crear una excusa para no buscar la autonomía. Es importante recordar que, aunque de diferentes maneras, empezando por Obama y también por Biden, Estados Unidos ha desplazado su atención principal hacia el océano Pacífico, identificando a China como su principal rival comercial y geopolítico. Con Trump, la naturaleza de las relaciones con Europa ha cambiado, marcada por una arrogancia sin precedentes, pero los objetivos geoestratégicos son idénticos a los de los demócratas. La Unión Europea debe tomar precauciones a toda costa, desconfiando ya de su aliado estadounidense, especialmente en materia de defensa. Uno de los logros de Trump ha sido precisamente acelerar este proceso y reconocer que los valores de «Make America Great Again» no se alinean con los ideales fundacionales de la Unión Europea. Pero la relación con Europa, también criticada por el caso Groenlandia y los aranceles, no es el único punto destacado por los demócratas: abandonar la lucha contra la emergencia climática, favoreciendo el consumo de energía procedente del petróleo, el gas y el carbón, está haciendo retroceder a Estados Unidos dos siglos. Este comportamiento es particularmente impopular en Europa, cada vez más sensible al problema de la contaminación. La creciente desigualdad económica también está llevando a Estados Unidos a un autoritarismo desenfrenado, que no tranquiliza a sus socios europeos. Presentar estos argumentos a los países de la UE es un paso importante para reforzar la posición de los demócratas ante los gobiernos occidentales. No es que sea demasiado difícil: los efectos de las políticas de Trump han generado una gran inestabilidad en las relaciones internacionales, que deberá remediarse si gana las elecciones presidenciales. Esta contratendencia podría ocurrir en las elecciones de mitad de mandato, minando la confianza de Trump. En cualquier caso, la necesidad de los demócratas de presentarse como interlocutores fiables también sirve para tranquilizar a los mercados y establecer una base fundamentalmente diferente con sus aliados europeos, a partir de ahora: una oportunidad que todos los miembros de la UE también deberían aprovechar.
Die Demokratische Partei präsentiert sich als einzig legitimer amerikanischer Gesprächspartner für Europa.
Es herrscht die weitverbreitete Meinung, dass die demokratische Opposition gegen Trumps Vorgehen schweigt. Unklar ist, ob die Partei sich in einer ausgewachsenen internen Krise befindet, nachdem sie aufgrund schlechten Wahlkampfmanagements eine Niederlage mit globalen Auswirkungen provoziert hat, oder ob das Schweigen eine bewusste Strategie ist, um die Inkompetenz und Kleinkariertheit des Präsidenten und seiner Minister offenzulegen. Auf der jüngsten Münchner Sicherheitskonferenz wurde das Schweigen der Demokraten jedoch international gebrochen, offenbar mit der Absicht, die europäischen Staats- und Regierungschefs zu beruhigen. Diese Beruhigung ist allerdings nur potenziell, da sie sich auf einen wünschenswerten, aber nicht sicheren Sieg bei den bevorstehenden US-Präsidentschaftswahlen bezieht. Hauptziel scheint die Anprangerung des Verrats des amerikanischen Präsidenten an seinen europäischen Verbündeten gewesen zu sein – ein klarer Versuch, die Demokratische Partei als einzigen ernstzunehmenden Gesprächspartner der USA gegenüber westlichen Regierungen zu etablieren. Insbesondere der kalifornische Gouverneur Newsom hat sich als Oppositionsführer und möglicher demokratischer Präsidentschaftskandidat für die Wahlen 2028 inszeniert. Laut ihm ist Trump nur vorübergehend im Amt und wird in drei Jahren abtreten. Nach geltendem Recht wird dies der Fall sein, vorausgesetzt, Trump ändert die bestehenden Regeln nicht. Sollte jedoch ein Republikaner Trump bestätigen, würde der amtierende Vizepräsident Vance das Amt übernehmen und sich, wenn möglich, als noch schlimmer erweisen als der jetzige Präsident. Selbst bei einem Sieg der Demokraten darf Europa nun keine Ausrede finden, seine Autonomie nicht weiter zu verfolgen. Es ist wichtig, sich daran zu erinnern, dass die USA, angefangen mit Obama und auch mit Biden, ihren Fokus – wenn auch auf unterschiedliche Weise – auf den Pazifik verlagert und China als ihren wichtigsten wirtschaftlichen und geopolitischen Rivalen identifiziert haben. Unter Trump hat sich das Verhältnis zu Europa verändert, geprägt von beispielloser Arroganz, doch die geostrategischen Ziele sind identisch mit denen der Demokraten. Die Europäische Union muss unbedingt Vorsichtsmaßnahmen treffen und darf ihrem amerikanischen Verbündeten nicht länger vertrauen, insbesondere in Verteidigungsfragen. Eine von Trumps Errungenschaften war es, diesen Prozess zu beschleunigen und zu erkennen, dass die Werte von „Make America Great Again“ nicht mit den Gründungsprinzipien der Europäischen Union übereinstimmen. Doch die Beziehungen zu Europa, die ebenfalls wegen der Grönland-Affäre und der Zölle in der Kritik stehen, sind nicht der einzige Punkt, den die Demokraten hervorheben: Die Aufgabe des Kampfes gegen die Klimakrise und die Bevorzugung des Verbrauchs von Energie aus Öl, Gas und Kohle werfen die USA um zwei Jahrhunderte zurück. Dieses Verhalten ist besonders in Europa unpopulär, wo das Problem der Umweltverschmutzung immer stärker ins Bewusstsein rückt. Die wachsende wirtschaftliche Ungleichheit treibt die USA zudem in einen grassierenden Autoritarismus, was die europäischen Partner nicht gerade beruhigt. Diese Argumente den EU-Staaten zu präsentieren, ist ein wichtiger Schritt, um die Position der Demokraten bei den westlichen Regierungen zu stärken. Nicht, dass dies allzu schwierig wäre: Die Auswirkungen von Trumps Politik haben die internationalen Beziehungen stark destabilisiert, was behoben werden muss, sollte er die Präsidentschaftswahlen gewinnen. Dieser Gegentrend könnte sich bereits bei den Zwischenwahlen bemerkbar machen und Trumps Selbstvertrauen untergraben. In jedem Fall dient das Bedürfnis der Demokraten, sich als verlässliche Gesprächspartner zu präsentieren, auch dazu, die Märkte zu beruhigen und eine grundlegend andere Basis mit ihren europäischen Verbündeten zu schaffen, und zwar ab sofort: eine Chance, die alle EU-Mitglieder ebenfalls nutzen sollten.
Le Parti démocrate se présente comme le seul interlocuteur américain légitime pour l'Europe.
L'opposition démocrate aux agissements de Trump semble garder le silence. On ignore si le parti traverse une crise interne majeure, suite à une défaite aux répercussions internationales due à une mauvaise gestion de campagne, ou si ce silence est une stratégie délibérée pour exposer l'incompétence et la mesquinerie du président et de ses ministres. Ce silence a toutefois été rompu sur la scène internationale, lors de la récente Conférence de Munich sur la sécurité, avec l'intention manifeste de rassurer les dirigeants européens. Ces assurances restent toutefois hypothétiques, car elles reposent sur une victoire souhaitable, mais non acquise, lors des prochaines élections présidentielles américaines. L'objectif principal semble avoir été de dénoncer la trahison du président américain envers ses alliés européens, une tentative claire d'imposer le Parti démocrate comme le seul interlocuteur sérieux des États-Unis auprès des gouvernements occidentaux. Le gouverneur de Californie, Gavin Newsom, s'est notamment présenté comme le chef de l'opposition et un candidat potentiel à l'élection présidentielle de 2028. Selon lui, Trump n'est qu'un homme de passage et quittera ses fonctions dans trois ans. Selon la législation actuelle, ce sera le cas si Trump ne modifie pas les règles en vigueur. Cependant, avec une confirmation républicaine, le vice-président actuel, Vance, entrerait en fonction et pourrait se révéler encore pire, si cela est possible, que l'actuel occupant de la Maison Blanche. Or, même en cas de victoire démocrate, l'Europe ne doit pas se trouver de prétexte pour renoncer à son autonomie. Il est important de rappeler que, bien que de différentes manières, sous Obama comme sous Biden, les États-Unis ont recentré leurs efforts sur l'océan Pacifique, identifiant la Chine comme leur principal rival commercial et géopolitique. Avec Trump, la nature des relations avec l'Europe a changé, marquée par une arrogance sans précédent, mais les objectifs géostratégiques sont identiques à ceux des démocrates. L'Union européenne doit prendre des précautions à tout prix, ne faisant plus confiance à son allié américain, surtout en matière de défense. L'un des « succès » de Trump a précisément été d'accélérer ce processus et de reconnaître que les valeurs du slogan « Make America Great Again » ne correspondent pas aux idéaux fondateurs de l'Union européenne. Mais la relation avec l'Europe, déjà mise à mal par l'affaire du Groenland et les droits de douane, n'est pas le seul point soulevé par les Démocrates : abandonner la lutte contre l'urgence climatique et privilégier la consommation d'énergie issue du pétrole, du gaz et du charbon fait reculer les États-Unis de deux siècles. Ce comportement est particulièrement impopulaire en Europe, de plus en plus sensible au problème de la pollution. La montée des inégalités économiques pousse également les États-Unis vers un autoritarisme galopant, ce qui ne rassure guère leurs partenaires européens. Présenter ces arguments aux pays de l'UE est une étape importante pour renforcer la position des Démocrates auprès des gouvernements occidentaux. Ce qui n'est pas insurmontable : les effets des politiques de Trump ont engendré une grande instabilité dans les relations internationales, qu'il faudra corriger s'il remporte l'élection présidentielle. Cette tendance inverse pourrait se manifester lors des élections de mi-mandat, minant la confiance de Trump. Quoi qu'il en soit, la nécessité pour les Démocrates de se présenter comme des interlocuteurs fiables sert également à rassurer les marchés et à établir dès maintenant des bases fondamentalement différentes avec leurs alliés européens : une opportunité que tous les États membres de l'UE devraient saisir.
O Partido Democrata se apresenta como o único interlocutor americano válido para a Europa.
É amplamente difundida a opinião de que a oposição democrata às ações de Trump parece estar em silêncio. Não está claro se o partido está em plena crise interna, após ter provocado uma derrota com repercussões globais devido à má gestão da campanha, ou se o silêncio é uma estratégia deliberada para expor a incompetência e a mesquinhez do presidente da Casa Branca e seus ministros. O silêncio dos democratas, contudo, foi interrompido internacionalmente, na recente Conferência de Segurança de Munique, com a clara intenção de tranquilizar os líderes europeus. Essa tranquilização é apenas potencial, pois se refere a uma vitória desejável, mas não certa, nas próximas eleições presidenciais americanas. A intenção principal parece ter sido denunciar a traição do presidente americano aos seus aliados europeus, uma clara tentativa de estabelecer o Partido Democrata como o único interlocutor sério dos Estados Unidos com os governos ocidentais. Em particular, o governador da Califórnia, Gavin Newsom, apresentou-se como o líder da oposição e um possível candidato democrata nas eleições presidenciais de 2028. Segundo ele, Trump é temporário e deixará o cargo em três anos. De acordo com a legislação atual, esse será o caso, supondo que Trump não altere as regras vigentes. No entanto, com a confirmação de um republicano, o atual vice-presidente, Vance, assumiria o cargo e poderia se mostrar ainda pior, se possível, do que o atual ocupante da Casa Branca. Agora, mesmo com uma vitória democrata, a Europa não deve criar uma desculpa para não buscar autonomia. É importante lembrar que, embora de maneiras diferentes, a partir de Obama e também com Biden, os EUA deslocaram seu foco principal para o Oceano Pacífico, identificando a China como seu principal rival comercial e geopolítico. Com Trump, a natureza das relações com a Europa mudou, marcada por uma arrogância sem precedentes, mas os objetivos geoestratégicos são idênticos aos dos democratas. A União Europeia deve tomar precauções a todo custo, não confiando mais em seu aliado americano, especialmente quando se trata de defesa. Uma das conquistas de Trump foi justamente acelerar esse processo e reconhecer que os valores do "Make America Great Again" não se alinham com os ideais fundadores da União Europeia. Mas a relação com a Europa, também condenada pelo caso da Groenlândia e pelas tarifas, não é o único ponto destacado pelos Democratas: abandonar a luta contra a emergência climática, privilegiando o consumo de energia proveniente do petróleo, gás e carvão, está fazendo os EUA retrocederem dois séculos. Esse comportamento é particularmente impopular na Europa, que está cada vez mais sensível ao problema da poluição. A crescente desigualdade econômica também está levando os Estados Unidos a um autoritarismo desenfreado, o que não tranquiliza seus parceiros europeus. Apresentar esses argumentos aos países da UE é um passo importante para reforçar a posição dos Democratas junto aos governos ocidentais. Não que seja muito difícil: os efeitos das políticas de Trump trouxeram grande instabilidade às relações internacionais, que precisará ser remediada caso ele vença a eleição presidencial. Essa contracorrente pode ocorrer nas eleições de meio de mandato, minando a confiança de Trump. De qualquer forma, a necessidade dos Democratas de se apresentarem como interlocutores confiáveis também serve para tranquilizar os mercados e estabelecer uma base fundamentalmente diferente com seus aliados europeus, a partir de agora: uma oportunidade que todos os membros da UE também devem aproveitar.
Демократическая партия позиционирует себя как единственный достойный американский собеседник для Европы.
Широко распространено мнение, что демократическая оппозиция действиям Трампа, похоже, хранит молчание. Неясно, находится ли партия в полномасштабном внутреннем кризисе, спровоцировав поражение с глобальными последствиями из-за плохого управления избирательной кампанией, или же молчание является преднамеренной стратегией, направленной на разоблачение некомпетентности и мелочности президента Белого дома и его министров. Однако молчание демократов было прервано на международном уровне на недавней Мюнхенской конференции по безопасности с явным намерением успокоить европейских лидеров. Это успокоение носит лишь потенциальный характер, поскольку оно относится к желательной, но не гарантированной победе на предстоящих президентских выборах в США. Основная цель, по-видимому, заключалась в том, чтобы осудить предательство американского президента по отношению к своим европейским союзникам, что является явной попыткой утвердить Демократическую партию в качестве единственного серьезного собеседника США с западными правительствами. В частности, губернатор Калифорнии Ньюсом представил себя лидером оппозиции и возможным кандидатом от Демократической партии на президентских выборах 2028 года. По его словам, Трамп — временная фигура, и он уйдет через три года. Согласно действующему законодательству, так и будет, если Трампу не удастся изменить нынешние правила. Однако, в случае утверждения республиканцами, нынешний вице-президент Вэнс займет свой пост, и он может оказаться даже хуже, чем нынешний президент Белого дома. Сейчас, даже при победе демократов, Европа не должна искать оправдания для отказа от автономии. Важно помнить, что, хотя и по-разному, начиная с Обамы и Байдена, США сместили свой основной фокус на Тихий океан, определив Китай как своего главного торгового и геополитического соперника. При Трампе характер отношений с Европой изменился, отмеченный беспрецедентной высокомерием, но геостратегические цели идентичны целям демократов. Европейский союз должен любой ценой принять меры предосторожности, больше не доверяя своему американскому союзнику, особенно в вопросах обороны. Одним из достижений Трампа стало именно ускорение этого процесса и признание того, что ценности «Сделаем Америку снова великой» не соответствуют основополагающим идеалам Европейского союза. Однако отношения с Европой, также подвергавшиеся критике из-за гренландского скандала и тарифов, — не единственный аргумент демократов: отказ от борьбы с климатической катастрофой, предпочтение потребления энергии из нефти, газа и угля отбрасывает США на два столетия назад. Такое поведение особенно непопулярно в Европе, которая все больше обеспокоена проблемой загрязнения окружающей среды. Растущее экономическое неравенство также ведет Соединенные Штаты к безудержному авторитаризму, что не внушает доверия их европейским партнерам. Представление этих аргументов странам ЕС — важный шаг к укреплению позиций демократов среди западных правительств. Впрочем, это не так уж и сложно: последствия политики Трампа привели к значительной нестабильности в международных отношениях, которую необходимо будет исправить, если он победит на президентских выборах. Эта противоположная тенденция может проявиться и на промежуточных выборах, подорвав доверие к Трампу. В любом случае, необходимость для демократов представить себя надежными собеседниками также служит для того, чтобы успокоить рынки и заложить принципиально иную основу для отношений со своими европейскими союзниками, начиная с сегодняшнего дня: это возможность, которой должны воспользоваться все члены ЕС.
民主黨自詡為美國與歐洲對話的唯一合法代表。
人們普遍認為,民主黨對川普的種種行徑保持沉默。目前尚不清楚,民主黨是否正因競選管理不善而遭遇一場影響全球的慘敗,從而陷入一場全面的內部危機;或者,這種沉默是否是一種刻意為之的策略,旨在揭露白宮總統及其部長們的無能和狹隘。然而,在最近的慕尼黑安全會議上,民主黨的沉默在國際上被打破,其明確意圖在於安撫歐洲領導人。這種安撫只是潛在的,因為它指的是即將到來的美國總統大選中有望獲勝,但並非板上釘釘。其主要目的似乎在於譴責美國總統背叛歐洲盟友,這顯然是為了將民主黨塑造成美國與西方政府之間唯一嚴肅的對話夥伴。尤其值得一提的是,加州州長紐森已公開表示自己是反對派的領袖,並可能成為2028年總統大選的民主黨候選人。他認為,川普只是暫時的,三年後就會下台。根據現行法律,如果川普不改變現有規則,情況就會如此。然而,如果共和黨確認任命,現任副總統萬斯將就任,他甚至可能比現任白宮總統更糟。如今,即便民主黨獲勝,歐洲也絕不能以此為藉口放棄追求自主。必須記住,儘管方式不同,但從歐巴馬到拜登,美國已將其主要關注點轉移到太平洋,並將中國視為其主要的商業和地緣政治競爭對手。川普上台後,美歐關係性質發生了變化,呈現出前所未有的傲慢,但其地緣戰略目標與民主黨如出一轍。歐盟必須不惜一切代價採取預防措施,不再信任其美國盟友,尤其是在國防領域。川普的「成就」之一正是加速了這一進程,並承認「讓美國再次偉大」的價值觀與歐盟的建國理念並不相符。但民主黨人強調的重點並非僅僅是與歐洲的關係——格陵蘭島事件和關稅問題也令歐洲深感不滿——而是:放棄應對氣候緊急狀況的努力,轉而青睞石油、天然氣和煤炭能源的消費,這正使美國倒退兩個世紀。這種做法在歐洲尤其不得人心,因為歐洲對污染問題日益敏感。日益加劇的經濟不平等也正將美國引向專制主義的蔓延,這令其歐洲夥伴感到不安。向歐盟國家闡述這些論點,是民主黨鞏固在西方國家政府中地位的重要一步。這並非難事:川普的政策已為國際關係帶來巨大的不穩定,如果他贏得總統大選,就必須採取措施來扭轉局面。這種逆轉趨勢可能會在中期選舉中出現,從而削弱川普的信心。無論如何,民主黨人需要將自己塑造成可靠的對話夥伴,這也有助於安撫市場,並從現在開始與歐洲盟友建立一個根本不同的基礎:這是所有歐盟成員國都應該抓住的機會。
民主党は、ヨーロッパにとって唯一の有効なアメリカの対話相手であると自称している。
トランプ大統領の行動に対する民主党の反対派は沈黙しているように見えるというのが、広く共有されている見解だ。党が深刻な内部危機に陥っているのか、選挙戦運営のまずさから世界的な波紋を呼んだ敗北を招いたのか、それともこの沈黙はホワイトハウスの大統領とその閣僚たちの無能さと卑劣さを暴くための意図的な戦略なのかは不明だ。しかし、民主党の沈黙は、先日のミュンヘン安全保障会議において国際的に終止符が打たれた。その明確な意図は、欧州の指導者たちを安心させたいというものだ。この安心させようとする発言は、来たる米国大統領選挙での望ましい勝利を示唆するものの、確実ではない可能性に過ぎない。主な意図は、米国大統領による欧州同盟国への裏切りを非難することだったようで、民主党を米国にとって西側諸国との唯一の真摯な対話相手として確立しようとする明確な試みである。特に、カリフォルニア州知事ニューサムは、自らを野党のリーダー、そして2028年大統領選挙における民主党候補の有力候補であると位置付けている。彼によると、トランプ氏は暫定的な任期で、3年後に退任する。現行法の下では、トランプ氏が現行の規則を変えない限り、これは事実となる。しかし、共和党が承認すれば現副大統領のヴァンス氏が就任することになるが、ヴァンス氏は現職大統領よりもさらに悪い立場を取る可能性もある。今、民主党が勝利したとしても、欧州は自治権の追求を放棄する言い訳を作ってはならない。オバマ氏、そしてバイデン氏以降、方法は異なるものの、米国は中国を主要な商業的および地政学的ライバルと見なし、その重点を太平洋に移していることを忘れてはならない。トランプ氏の下では、欧州との関係は前例のない傲慢さを特徴とする変化を遂げたが、地政学的戦略上の目的は民主党の目標と全く同じである。欧州連合は、特に防衛に関しては、もはや同盟国である米国を信頼せず、いかなる犠牲を払ってでも予防措置を講じなければならない。トランプ氏の功績の一つは、まさにこのプロセスを加速させ、「アメリカを再び偉大にする」という価値観が欧州連合(EU)の建国理念と相容れないことを認識させたことにある。しかし、グリーンランド問題や関税問題でも非難されている欧州との関係は、民主党が強調する唯一の論点ではない。気候変動への対策を放棄し、石油、ガス、石炭によるエネルギー消費を優先することは、米国を2世紀も前に逆戻りさせている。こうした姿勢は、汚染問題への懸念が高まっている欧州では特に不評だ。経済格差の拡大は、米国を権威主義の蔓延へと導き、欧州のパートナー諸国を安心させることにも繋がっている。こうした主張をEU諸国に提示することは、西側諸国政府における民主党の立場を強化するための重要な一歩となる。しかし、それは決して難しいことではない。トランプ氏の政策の影響は国際関係に大きな不安定さをもたらしており、大統領選挙に勝利すれば、この不安定さを是正する必要がある。この逆潮流は中間選挙で起こり、トランプ大統領の自信を損なう可能性がある。いずれにせよ、民主党が信頼できる対話相手として自らをアピールする必要は、市場を安心させ、欧州同盟国との間に根本的に異なる基盤を築くことにも繋がる。そして今こそ、すべてのEU加盟国が捉えるべき機会である。
يقدم الحزب الديمقراطي نفسه باعتباره المحاور الأمريكي الوحيد الصالح لأوروبا
يسود اعتقاد واسع بأن المعارضة الديمقراطية لتصرفات ترامب تبدو صامتة. ولا يزال من غير الواضح ما إذا كان الحزب يعاني من أزمة داخلية حادة، بعد أن تسبب في هزيمة ذات تداعيات عالمية نتيجة لسوء إدارة الحملة الانتخابية، أم أن هذا الصمت استراتيجية متعمدة لكشف عدم كفاءة رئيس البيت الأبيض ووزرائه وتفاهتهم. إلا أن صمت الديمقراطيين قد توقف دوليًا، في مؤتمر ميونيخ للأمن الأخير، بهدف واضح لطمأنة القادة الأوروبيين. وهذه الطمأنة احتمالية فقط، إذ تشير إلى فوز مرغوب فيه، ولكنه غير مؤكد، في الانتخابات الرئاسية الأمريكية المقبلة. ويبدو أن الهدف الأساسي كان التنديد بخيانة الرئيس الأمريكي لحلفائه الأوروبيين، في محاولة واضحة لترسيخ الحزب الديمقراطي باعتباره الجهة الوحيدة الجادة التي تتفاوض مع الحكومات الغربية. وعلى وجه الخصوص، قدم حاكم كاليفورنيا، نيوسوم، نفسه كزعيم للمعارضة ومرشح ديمقراطي محتمل في انتخابات الرئاسة لعام 2028. ووفقًا له، فإن ترامب مؤقت وسيرحل بعد ثلاث سنوات. بموجب التشريعات الحالية، سيبقى الوضع على ما هو عليه، بافتراض فشل ترامب في تغيير القواعد الحالية. مع ذلك، في حال مصادقة الجمهوريين، سيتولى نائب الرئيس الحالي، فانس، منصبه، وقد يكون أسوأ، إن أمكن، من الرئيس الحالي للبيت الأبيض. الآن، حتى مع فوز الديمقراطيين، لا يجب على أوروبا أن تتخذ ذريعة لعدم السعي نحو الاستقلال. من المهم التذكير بأن الولايات المتحدة، وإن كان ذلك بطرق مختلفة، بدءًا من أوباما ثم بايدن، قد حولت تركيزها الأساسي إلى المحيط الهادئ، مُعتبرةً الصين منافسها التجاري والجيوسياسي الرئيسي. مع ترامب، تغيرت طبيعة العلاقات مع أوروبا، واتسمت بغطرسة غير مسبوقة، لكن الأهداف الجيوسياسية لا تزال مطابقة لأهداف الديمقراطيين. يجب على الاتحاد الأوروبي اتخاذ الاحتياطات اللازمة مهما كلف الأمر، وعدم الثقة بحليفه الأمريكي، خاصةً فيما يتعلق بالدفاع. من إنجازات ترامب تسريع هذه العملية والاعتراف بأن قيم "لنجعل أمريكا عظيمة مجدداً" لا تتوافق مع المُثل التأسيسية للاتحاد الأوروبي. لكن العلاقة مع أوروبا، التي أُدينت أيضاً بسبب قضية غرينلاند والتعريفات الجمركية، ليست النقطة الوحيدة التي يُسلط عليها الديمقراطيون الضوء: فالتخلي عن مكافحة حالة الطوارئ المناخية، وتفضيل استهلاك الطاقة من النفط والغاز والفحم، يُعيد الولايات المتحدة قرنين من الزمان إلى الوراء. هذا السلوك غير شعبي بشكل خاص في أوروبا، التي تزداد حساسية لمشكلة التلوث. كما أن تفاقم عدم المساواة الاقتصادية يدفع الولايات المتحدة نحو الاستبداد المتفشي، الأمر الذي لا يُطمئن شركاءها الأوروبيين. يُعدّ عرض هذه الحجج على دول الاتحاد الأوروبي خطوة مهمة نحو تعزيز مكانة الديمقراطيين لدى الحكومات الغربية. ليس الأمر صعباً للغاية: فقد أدت آثار سياسات ترامب إلى زعزعة استقرار العلاقات الدولية بشكل كبير، وهو ما سيتطلب معالجة في حال فوزه بالانتخابات الرئاسية. قد يحدث هذا التوجه المعاكس في انتخابات التجديد النصفي، مما يُقوّض ثقة ترامب. على أي حال، فإن حاجة الديمقراطيين إلى تقديم أنفسهم كمحاورين موثوق بهم تعمل أيضاً على طمأنة الأسواق وإرساء أساس مختلف جذرياً مع حلفائهم الأوروبيين، بدءاً من الآن: وهي فرصة يجب على جميع أعضاء الاتحاد الأوروبي اغتنامها أيضاً.