Benjamin Netanyahu, per le imminenti elezioni israeliane, ha espresso il suo programma di governo con lo slogan “Destra o Palestina”, con tutto quello che ne consegue, sia in prospettiva interna, che internazionale. Ridurre tutto a questa alternativa fa comprendere come l’orizzonte della politica di Israele, almeno dal punto di vista del governo e del suo capo, si sia fortemente ristretto e ripiegato sulla continuazione dei conflitti, sostenuti dagli USA, per appropriarsi della striscia di Gaza e della Cisgiordania: una sorta di missione messianica per avverare le ambizioni della destra estrema sionista, che nasconde anche la sopravvivenza politica di Netanyahu e che potrebbe metterlo al riparo delle inchieste interne, per non parlare di quelle internazionali. Il giorno martedì 27 novembre, saranno oltre 7,2 milioni gli elettori impegnati a determinare i nuovi assetti politici, con una legge elettorale, che ha un solo collegio elettorale, dove le previsioni dicono che sono almeno undici i partiti che potranno essere in grado di conquistare almeno un seggio al parlamento. Le previsioni parlano di tre possibili blocchi partitici, che dovrebbero essere i partiti di estrema destra ed ultraortodossi, più la formazione del premier, sostanzialmente la coalizione di governo uscente, l’opposizione dei sionisti moderati ed i partiti arabi. Ad avere il diritto di voto sono sei milioni di persone di origine ebraica e 1,2 milioni di arabi israeliani, che sono i palestinesi che restarono entro i confini originari di Israele nel 1948 ed i loro attuali discendenti: il rapporto è di un arabo per sei ebrei. La corte Suprema ha ribaltato l’intenzione della Commissione elettorale centrale di impedire la partecipazione a due liste arabe, tuttavia questa a dimostrazione di diritto si contrappone l’esercizio del diritto di voto in oltre 200 insediamenti, illegali per il diritto internazionale, in Cisgiordania; in questi insediamenti il voto sarà a favore dei partiti di estrema destra sionista e religiosa, formazioni politiche, che hanno al centro del loro programma, coerente a quanto espresso dal premier, di annettere la Cisgiordania. Chi è sotto il mandato dell’Autorità palestinese, quasi tre milioni di persone, non hanno alcun diritto di voto, al contrario dei soldati israeliani che presidiano la Striscia di Gaza. Gli israeliani residenti all’estero, circa 630.000 persone, non potranno votare nei loro paesi di residenza, una misura che ha suscitato polemiche, perché questi cittadini sono generalmente considerati progressisti. Fare previsioni non è facile, ma la situazione che si profila è sostanzialmente di stallo, senza che nessun blocco partitico riesca a raggiungere i 61 seggi necessari per potere governare. In questo scenario le soluzioni possibili sono tre: un governo di unità nazionale, con le carica di premier a rotazione, per consentire una governabilità incerta del paese. Un coinvolgimento maggiore dei piccoli partiti o delle forze deluse dalle coalizioni in cui si trovavano, per raggiungere un difficile equilibrio di governo, ma comunque possibile; la terza possibilità è una evenienza non nuova nella storia del paese, che è la ripetizione delle elezioni per trovare una sempre difficile governabilità in un paese così frammentato e tenuto insieme solo dalla volontà di esistere.
Blog di discussione su problemi di relazioni e politica internazionale; un osservatorio per capire la direzione del mondo. Blog for discussion on problems of relations and international politics; an observatory to understand the direction of the world.
Politica Internazionale
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venerdì 23 ottobre 2026
Israel heads toward upcoming elections
For the upcoming Israeli elections, Benjamin Netanyahu has framed his governing platform with the slogan “Right-wing or Palestine”—a choice that carries significant implications, both domestically and internationally. Reducing the political landscape to this single alternative reveals how narrow the horizon of Israeli policy has become—at least from the perspective of the government and its leader—shifting entirely toward the perpetuation of conflicts (backed by the U.S.) aimed at seizing the Gaza Strip and the West Bank. This functions as a kind of messianic mission to fulfill the ambitions of the extreme Zionist right, while simultaneously serving to ensure Netanyahu’s own political survival and potentially shielding him from domestic—and even international—legal investigations. On Tuesday, November 27, more than 7.2 million voters will head to the polls to determine the new political order. Under an electoral system that functions as a single, nationwide constituency, projections suggest that at least eleven parties could secure seats in parliament. Forecasts point to three potential political blocs: the far-right and ultra-Orthodox parties—along with the Prime Minister’s own faction, which essentially constitutes the outgoing governing coalition—the opposition of moderate Zionists, and the Arab parties. The electorate consists of six million people of Jewish origin and 1.2 million Arab Israelis—descendants of the Palestinians who remained within Israel’s original 1948 borders—resulting in a ratio of one Arab for every six Jews. The Supreme Court overturned the Central Elections Committee’s attempt to bar two Arab lists from participating; yet, this legal ruling stands in stark contrast to the exercise of voting rights in over 200 West Bank settlements—settlements considered illegal under international law. In these locations, votes will largely go to far-right Zionist and religious parties—political factions whose platforms, much like the Prime Minister’s own stated position, call for the annexation of the West Bank. Meanwhile, the nearly three million people living under the Palestinian Authority have no right to vote—unlike the Israeli soldiers stationed in the Gaza Strip. Furthermore, the approximately 630,000 Israelis living abroad will not be able to cast their ballots from their countries of residence—a controversial measure, given that these citizens are generally perceived as holding progressive views. Predicting the outcome is difficult, but the current situation points toward a stalemate, with no political bloc likely to secure the 61 seats required to govern. In this scenario, three possibilities emerge: a national unity government with a rotating premiership, which would offer a precarious path toward governance; a broader coalition involving smaller parties—or political factions disillusioned with their previous alliances—to achieve a difficult, yet potentially viable, governing balance; or, a third possibility—not unprecedented in the nation’s history—which is to hold fresh elections in an attempt to resolve the persistent challenge of governing a country so deeply fragmented, held together solely by the collective will to exist.
Israel se enfrenta a próximas elecciones.
Para las próximas elecciones israelíes, Benjamin Netanyahu ha expresado su plataforma de gobierno con el lema "Derecha o Palestina", con todo lo que esto implica, tanto a nivel nacional como internacional. Reducirlo todo a esta disyuntiva ilustra cómo los horizontes políticos de Israel, al menos desde la perspectiva del gobierno y su líder, se han estrechado significativamente y se han inclinado hacia la continuación de los conflictos respaldados por Estados Unidos para tomar el control de la Franja de Gaza y Cisjordania: una especie de misión mesiánica para cumplir las ambiciones de la extrema derecha sionista, que además oculta la supervivencia política de Netanyahu y podría protegerlo de investigaciones internas, por no hablar de las internacionales. El martes 27 de noviembre, más de 7,2 millones de votantes acudirán a las urnas para determinar la nueva estructura política, con una ley electoral que contempla una circunscripción única, donde las previsiones sugieren que al menos once partidos podrían obtener al menos un escaño en el parlamento. Las predicciones apuntan a tres posibles bloques de partidos, que se espera que sean los partidos de extrema derecha y ultraortodoxos, más la coalición del primer ministro —esencialmente la coalición gobernante saliente, la oposición sionista moderada y los partidos árabes—. Seis millones de personas de origen judío y 1,2 millones de árabes israelíes, palestinos que permanecieron dentro de las fronteras originales de Israel en 1948 y sus descendientes actuales, tienen derecho a voto: la proporción es de un árabe por cada seis judíos. El Tribunal Supremo anuló la intención de la Comisión Electoral Central de impedir la participación de dos listas árabes. Sin embargo, esta demostración de elegibilidad se ve contrarrestada por el ejercicio del derecho al voto en más de 200 asentamientos en Cisjordania, ilegales según el derecho internacional. En estos asentamientos, la votación favorecerá a los partidos sionistas y religiosos de extrema derecha, formaciones políticas cuya agenda central, en consonancia con las declaraciones del primer ministro, es la anexión de Cisjordania. Quienes se encuentran bajo el mandato de la Autoridad Palestina, casi tres millones de personas, no tienen derecho a voto, a diferencia de los soldados israelíes que custodian la Franja de Gaza. Los israelíes que viven en el extranjero, aproximadamente 630.000, no podrán votar en sus países de residencia, una medida que ha generado controversia, ya que estos ciudadanos suelen ser considerados progresistas. Es difícil hacer predicciones, pero la situación actual es esencialmente un punto muerto, sin que ningún bloque político logre alcanzar los 61 escaños necesarios para gobernar. En este escenario, se plantean tres posibles soluciones: un gobierno de unidad nacional, con rotación de primeros ministros, para permitir una gobernabilidad incierta del país; una mayor participación de partidos pequeños o fuerzas desilusionadas con las coaliciones en las que participaban, para lograr un equilibrio de gobierno difícil, pero aún posible; y la tercera posibilidad, una situación no inédita en la historia del país, es la repetición de elecciones para abordar la siempre compleja gobernabilidad de un país tan fragmentado y unido únicamente por la voluntad de existir.
Israel vor den bevorstehenden Wahlen
Für die bevorstehenden israelischen Wahlen hat Benjamin Netanjahu sein Regierungsprogramm unter das Motto „Rechts oder Palästina“ gestellt – mit allen Konsequenzen, die sich daraus sowohl innen- als auch außenpolitisch ergeben. Die Reduzierung der gesamten politischen Debatte auf diese Alternative verdeutlicht, wie stark sich der politische Horizont Israels – zumindest aus der Sicht der Regierung und ihres Chefs – verengt hat. Er konzentriert sich nun ganz auf die Fortsetzung der Konflikte – unterstützt durch die USA –, um sich den Gazastreifen und das Westjordanland anzueignen. Dies gleicht einer Art messianischer Mission zur Verwirklichung der Ambitionen der rechtsextremen zionistischen Rechten; zugleich dient es Netanjahus politischem Überleben und könnte ihn vor internen – ganz zu schweigen von internationalen – Ermittlungen schützen. Am Dienstag, dem 27. November, sind mehr als 7,2 Millionen Wähler dazu aufgerufen, die neue politische Landschaft zu bestimmen. Das Wahlsystem sieht einen einzigen landesweiten Wahlkreis vor, und Prognosen zufolge könnten mindestens elf Parteien den Einzug ins Parlament schaffen. Die Vorhersagen deuten auf drei mögliche politische Blöcke hin: zum einen die rechtsextremen und ultraorthodoxen Parteien zusammen mit der Partei des Premierministers – im Grunde die bisherige Regierungskoalition –, zum anderen die Opposition aus gemäßigten Zionisten sowie die arabischen Parteien. Wahlberechtigt sind sechs Millionen Menschen jüdischer Herkunft und 1,2 Millionen arabische Israelis – jene Palästinenser, die 1948 innerhalb der ursprünglichen Grenzen Israels verblieben sind, sowie deren Nachkommen. Das Verhältnis liegt somit bei einem Araber auf sechs Juden. Der Oberste Gerichtshof hat das Vorhaben der Zentralen Wahlkommission, die Teilnahme zweier arabischer Listen zu unterbinden, aufgehoben. Dem steht jedoch die Ausübung des Wahlrechts in über 200 Siedlungen im Westjordanland gegenüber – Siedlungen, die nach internationalem Recht illegal sind. In diesen Ortschaften wird die Stimme vor allem an rechtsextreme zionistische und religiöse Parteien gehen; politische Gruppierungen, in deren Programm – ganz im Einklang mit den Äußerungen des Premierministers – die Annexion des Westjordanlandes im Mittelpunkt steht. Die Menschen, die unter der Verwaltung der Palästinensischen Autonomiebehörde leben – fast drei Millionen an der Zahl –, besitzen hingegen kein Wahlrecht; im Gegensatz dazu dürfen israelische Soldaten, die im Gazastreifen stationiert sind, wählen. Israelis, die im Ausland leben – etwa 630.000 Personen –, können ihre Stimme nicht in ihren jeweiligen Wohnsitzländern abgeben; eine Maßnahme, die für Kontroversen sorgte, da diese Bürger gemeinhin als progressiv gelten. Prognosen sind schwierig, doch die absehbare Lage deutet auf eine politische Pattsituation hin: Kein Parteienblock dürfte die für eine Regierungsbildung erforderliche Schwelle von 61 Sitzen erreichen. In diesem Szenario bieten sich drei Möglichkeiten: eine Regierung der nationalen Einheit mit einem rotierenden Amt des Premierministers, um das Land trotz schwieriger Voraussetzungen regierbar zu halten; eine stärkere Einbindung kleinerer Parteien oder politischer Kräfte, die von ihren bisherigen Koalitionen enttäuscht sind, um ein – wenn auch fragiles – Regierungsgleichgewicht zu finden; und schließlich eine dritte Option, die in der Geschichte des Landes bereits vorgekommen ist: die Wiederholung der Wahlen, um in einem derart zersplitterten Land, das allein durch den Willen zur Existenz zusammengehalten wird, doch noch eine Regierungsfähigkeit zu ermöglichen.
Israël en vue des prochaines élections
En vue des prochaines élections israéliennes, Benjamin Netanyahu a résumé son programme gouvernemental par le slogan « La droite ou la Palestine », avec toutes les implications que cela comporte, tant sur le plan intérieur qu'international. Réduire l'enjeu à cette seule alternative montre à quel point l'horizon politique d'Israël — du moins du point de vue du gouvernement et de son chef — s'est considérablement rétréci, se repliant sur la poursuite des conflits (soutenus par les États-Unis) visant à s'approprier la bande de Gaza et la Cisjordanie. Il s'agit d'une sorte de mission messianique destinée à concrétiser les ambitions de l'extrême droite sioniste ; une stratégie qui sert également à assurer la survie politique de Netanyahu, potentiellement en le protégeant des enquêtes internes, sans parler des procédures internationales. Le mardi 27 novembre, plus de 7,2 millions d'électeurs seront appelés aux urnes pour définir la nouvelle configuration politique. Le système électoral, qui ne comporte qu'une circonscription unique, devrait permettre à au moins onze partis d'obtenir un siège au Parlement. Les projections font état de trois blocs politiques potentiels : d'une part, les partis d'extrême droite et ultra-orthodoxes, alliés à la formation du Premier ministre — soit, pour l'essentiel, la coalition gouvernementale sortante ; d'autre part, l'opposition composée de sionistes modérés ; et enfin, les partis arabes. Le corps électoral se compose de six millions de personnes d'origine juive et de 1,2 million d'Arabes israéliens — ces derniers étant les Palestiniens restés à l'intérieur des frontières initiales d'Israël en 1948, ainsi que leurs descendants actuels. Le ratio est donc d'un Arabe pour six Juifs. La Cour suprême a annulé la décision de la Commission électorale centrale qui visait à empêcher la participation de deux listes arabes ; toutefois, sur le plan juridique, cela contraste avec l'exercice du droit de vote dans plus de 200 colonies de Cisjordanie — illégales au regard du droit international. Dans ces colonies, les suffrages iront aux partis d'extrême droite sioniste et religieuse, des formations politiques dont le programme — en phase avec les déclarations du Premier ministre — prévoit l'annexion de la Cisjordanie. À l'inverse, les quelque trois millions de personnes vivant sous l'administration de l'Autorité palestinienne ne disposent d'aucun droit de vote, contrairement aux soldats israéliens stationnés dans la bande de Gaza. Les Israéliens résidant à l'étranger, soit environ 630 000 personnes, ne pourront pas voter depuis leur pays de résidence ; une mesure qui a suscité la controverse, ces citoyens étant généralement perçus comme progressistes. Il est difficile de faire des pronostics, mais la situation qui se dessine s'apparente à une impasse : aucun bloc politique ne semble en mesure d'atteindre les 61 sièges nécessaires pour gouverner. Dans ce contexte, trois scénarios sont envisageables : un gouvernement d'union nationale, avec une alternance au poste de Premier ministre, pour tenter d'assurer une gouvernabilité incertaine ; une implication accrue des petits partis — ou de forces politiques déçues par leurs anciennes coalitions — afin de parvenir à un équilibre gouvernemental complexe, mais réalisable ; enfin, une troisième possibilité, déjà observée par le passé : la tenue de nouvelles élections, dans l'espoir de résoudre les difficultés de gouvernance inhérentes à un pays aussi fragmenté, dont la cohésion ne repose que sur la volonté d'exister.
Israel enfrenta eleições iminentes.
Para as próximas eleições israelenses, Benjamin Netanyahu expressou sua plataforma de governo com o slogan "Direita ou Palestina", com tudo o que isso implica, tanto interna quanto internacionalmente. Reduzir tudo a essa alternativa ilustra como os horizontes políticos de Israel, pelo menos da perspectiva do governo e de seu líder, se estreitaram significativamente e se voltaram para a continuação de conflitos apoiados pelos EUA para tomar o controle da Faixa de Gaza e da Cisjordânia: uma espécie de missão messiânica para realizar as ambições da extrema direita sionista, que também mascara a sobrevivência política de Netanyahu e pode protegê-lo de investigações internas, para não mencionar as internacionais. Na terça-feira, 27 de novembro, mais de 7,2 milhões de eleitores votarão para determinar a nova estrutura política, com uma lei eleitoral de circunscrição única, onde as previsões sugerem que pelo menos onze partidos podem conquistar pelo menos uma cadeira no parlamento. As previsões sugerem três possíveis blocos partidários, que se espera serem os partidos de extrema-direita e ultraortodoxos, além da coligação do primeiro-ministro — essencialmente a coligação governamental anterior, a oposição sionista moderada e os partidos árabes. Seis milhões de pessoas de origem judaica e 1,2 milhão de árabes israelenses, palestinos que permaneceram dentro das fronteiras originais de Israel em 1948 e seus descendentes atuais, têm direito a voto: a proporção é de um árabe para cada seis judeus. O Supremo Tribunal Federal anulou a intenção da Comissão Eleitoral Central de impedir a participação de duas listas árabes. No entanto, essa demonstração de elegibilidade é contrabalançada pelo exercício do direito de voto em mais de 200 assentamentos na Cisjordânia, ilegais segundo o direito internacional. Nesses assentamentos, a votação favorecerá partidos sionistas e religiosos de extrema-direita, formações políticas cuja agenda central, em consonância com as declarações do primeiro-ministro, é a anexação da Cisjordânia. Aqueles que vivem sob o mandato da Autoridade Palestina, quase três milhões de pessoas, não têm direito a voto, ao contrário dos soldados israelenses que guardam a Faixa de Gaza. Os israelenses que vivem no exterior, aproximadamente 630 mil, não poderão votar em seus países de residência, uma medida que gerou controvérsia, pois esses cidadãos são geralmente considerados progressistas. Fazer previsões é difícil, mas a situação que se desenha é essencialmente um impasse, sem que nenhum bloco partidário consiga alcançar as 61 cadeiras necessárias para governar. Nesse cenário, três soluções são possíveis: um governo de unidade nacional, com alternância no cargo de primeiro-ministro, para permitir a governabilidade incerta do país; maior participação de pequenos partidos ou forças desiludidas com as coalizões das quais faziam parte, para alcançar um equilíbrio governamental difícil, mas ainda possível; e a terceira possibilidade, uma situação não inédita na história do país, é a repetição das eleições para lidar com a governança sempre desafiadora de um país tão fragmentado e unido apenas pela vontade de existir.
В Израиле предстоят выборы.
В преддверии предстоящих выборов в Израиле Биньямин Нетаньяху представил свою правительственную программу под лозунгом «Право или Палестина», со всеми вытекающими отсюда последствиями как внутри страны, так и на международной арене. Сведение всего к этой альтернативе показывает, насколько значительно сузились политические горизонты Израиля, по крайней мере, с точки зрения правительства и его лидера, и как они сместились в сторону продолжения поддерживаемых США конфликтов с целью захвата контроля над сектором Газа и Западным берегом: своего рода мессианская миссия по осуществлению амбиций сионистских крайне правых, которая также скрывает политическое выживание Нетаньяху и может защитить его от внутренних расследований, не говоря уже о международных. Во вторник, 27 ноября, более 7,2 миллиона избирателей будут голосовать за определение новой политической структуры, используя избирательный закон с единым избирательным округом, где, по прогнозам, по меньшей мере одиннадцать партий могут получить хотя бы одно место в парламенте. Прогнозы указывают на три возможных партийных блока, которые, как ожидается, будут состоять из крайне правых и ультраортодоксальных партий, а также коалиции премьер-министра — по сути, уходящей правящей коалиции, умеренной сионистской оппозиции и арабских партий. Шесть миллионов человек еврейского происхождения и 1,2 миллиона израильских арабов, палестинцев, оставшихся в пределах первоначальных границ Израиля в 1948 году, и их нынешних потомков, имеют право голоса: соотношение составляет один араб на каждые шесть евреев. Верховный суд отменил решение Центральной избирательной комиссии о запрете участия двух арабских списков. Однако этому подтверждению права голоса противоречит фактическому осуществлению права голоса в более чем 200 поселениях на Западном берегу, что является незаконным согласно международному праву. В этих поселениях голосование будет благоприятствовать крайне правым сионистским и религиозным партиям, политическим формированиям, чья главная цель, в соответствии с заявлениями премьер-министра, заключается в аннексии Западного берега. Почти три миллиона человек, находящихся под мандатом Палестинской автономии, не имеют права голоса, в отличие от израильских солдат, охраняющих сектор Газа. Около 630 000 израильтян, проживающих за границей, не смогут голосовать в странах своего проживания, что вызвало споры, поскольку эти граждане, как правило, считаются прогрессивными. Делать прогнозы сложно, но сложившаяся ситуация по сути представляет собой тупик: ни один партийный блок не может набрать 61 место, необходимое для формирования правительства. В этом сценарии возможны три решения: правительство национального единства с ротацией премьер-министров, что позволит обеспечить неопределенность в управлении страной; более активное участие небольших партий или сил, разочарованных коалициями, в которых они состояли, для достижения сложного, но все же возможного баланса в правительстве; и третья возможность, не беспрецедентная в истории страны, – повторение выборов для решения постоянно возникающих проблем управления страной, настолько раздробленной и удерживаемой вместе лишь волей к существованию.
以色列即將舉行大選。
在即將到來的以色列大選中,本雅明·內塔尼亞胡以「右翼或巴勒斯坦」為口號闡述了他的執政綱領,以及由此在國內和國際上所蘊含的一切。將一切簡化為這一二元選擇,表明以色列的政治視野,至少從政府及其領導人的角度來看,已經顯著收窄,並轉向繼續在美國支持的衝突中奪取加沙地帶和西岸的控制權:這彷彿是一種彌賽亞式的使命,旨在實現猶太復國主義極右翼的野心,同時也掩蓋了內塔尼亞胡的政治前途,並可能使他免受內部野心。 11月27日星期二,超過720萬選民將投票決定新的政治格局。這次選舉採單一選區制,據預測,至少有11個政黨可能贏得議會席次。預測顯示可能出現三大政黨聯盟,分別是極右翼政黨、極端正統派政黨、總理聯盟(實質上包括即將卸任的執政聯盟)、溫和的猶太復國主義反對派以及阿拉伯政黨。 600萬猶太裔以色列人和120萬以色列阿拉伯人(1948年留在以色列原邊界內的巴勒斯坦人及其後裔)擁有投票權,阿拉伯人與猶太人的比例為1:6。最高法院推翻了中央選舉委員會禁止兩個阿拉伯選民名單參選的決定。然而,西岸200多個定居點的居民行使投票權,這與上述投票權的合法性相悖,而這些定居點的居民行使投票權違反了國際法。在這些定居點,投票結果將有利於極右派猶太復國主義政黨和宗教政黨,這些政治團體的核心議程與總理的言論一致,即吞併西岸。巴勒斯坦權力機構管轄下的近三百萬人沒有投票權,這與駐守加薩走廊的以色列士兵不同。居住在海外的以色列公民約有63萬人,他們也無法在居住國投票,這項措施引發了爭議,因為這些公民通常被認為是進步人士。預測未來走向十分困難,但目前的情況基本上是僵局,沒有任何政黨聯盟能夠獲得執政所需的61個席次。在這種情況下,有三種可能的解決方案:一是組建一個輪流擔任總理的民族團結政府,以應對國家治理的不確定性;二是讓對原執政聯盟感到失望的小黨派或力量更多地參與進來,以達成一個艱難但並非不可能的政府平衡;三是第三種可能性,這種情況在以色列歷史上不加司的挑戰,即非生存,即重新選舉,以解決這個情況。
イスラエルは間もなく選挙を迎える
来るイスラエル総選挙に向けて、ベンヤミン・ネタニヤフ首相は「右派かパレスチナか」というスローガンで政権綱領を表明した。このスローガンは、国内外を問わず、あらゆる意味合いを含んでいる。すべてをこの二者択一に絞り込むことは、少なくとも政府とその指導者の視点から見ると、イスラエルの政治的展望が著しく狭まり、ガザ地区とヨルダン川西岸の支配権を奪取するための米国支援の紛争継続へとシフトしていることを示している。これは、シオニスト極右の野望を実現するための一種の救世主的な使命であり、ネタニヤフ首相の政治的生き残りを隠蔽し、国際的な調査はもちろんのこと、国内の調査からも彼を守る可能性がある。11月27日火曜日、720万人以上の有権者が、単一選挙区制の選挙法に基づき、新たな政治構造を決定するために投票を行う。予測では、少なくとも11の政党が議席を1つ以上獲得する可能性があるとされている。予測では、極右政党と超正統派政党、首相の連立政権(実質的には退任する与党連合)、穏健シオニスト野党、アラブ政党の3つの政党ブロックが考えられる。ユダヤ系600万人とイスラエル系アラブ人120万人(1948年のイスラエル建国当初の国境内に留まったパレスチナ人とその子孫)が投票資格を有し、その比率はユダヤ人6人に対してアラブ人1人である。最高裁判所は、中央選挙管理委員会が2つのアラブ系政党の参加を禁止しようとした意図を覆した。しかし、この投票資格の証明は、国際法上違法であるヨルダン川西岸の200以上の入植地での投票権の行使によって相殺される。これらの入植地では、極右シオニスト政党と宗教政党が投票で優位に立つだろう。これらの政党の中心的な政策課題は、首相の発言と一致して、ヨルダン川西岸の併合である。パレスチナ自治政府の委任統治下にある約300万人は、ガザ地区を警備するイスラエル兵とは異なり、投票権を持たない。海外に住むイスラエル人約63万人は、居住国で投票することができない。これらの市民は一般的に進歩的であると見なされているため、この措置は物議を醸している。予測は難しいが、現状は基本的に膠着状態であり、どの政党ブロックも政権に必要な61議席を獲得できない。このシナリオでは、3つの解決策が考えられる。1つ目は、不確実な統治を可能にするために首相を交代制とする国民統一政府。2つ目は、困難ではあるが実現可能な政権均衡を達成するために、連立政権に幻滅した小政党や勢力の関与を増やすこと。3つ目は、この国の歴史上前例のない状況ではないが、分裂し、存続の意志によってのみかろうじてまとまっている国の、常に困難な統治に対処するために選挙をやり直すことである。
إسرائيل تواجه الانتخابات المقبلة
في الانتخابات الإسرائيلية المقبلة، عبّر بنيامين نتنياهو عن برنامجه الحكومي بشعار "اليمين أو فلسطين"، بكل ما يحمله هذا الشعار من دلالات، محلياً ودولياً. ويُظهر اختزال كل شيء إلى هذا الخيار كيف ضاقت آفاق إسرائيل السياسية بشكل ملحوظ، على الأقل من وجهة نظر الحكومة وقائدها، واتجهت نحو استمرار الصراعات المدعومة من الولايات المتحدة للسيطرة على قطاع غزة والضفة الغربية: مهمة أشبه بمهمة خلاصية لتحقيق طموحات اليمين الصهيوني المتطرف، وهو ما يُخفي أيضاً مستقبل نتنياهو السياسي، وقد يحميه من التحقيقات الداخلية، فضلاً عن التحقيقات الدولية. يوم الثلاثاء 27 نوفمبر/تشرين الثاني، سيُدلي أكثر من 7.2 مليون ناخب بأصواتهم لتحديد الهيكل السياسي الجديد، وفقاً لقانون انتخابي يعتمد على دائرة انتخابية واحدة، وتشير التوقعات إلى أن أحد عشر حزباً على الأقل قد يفوز بمقعد واحد على الأقل في البرلمان. تشير التوقعات إلى ثلاثة تكتلات حزبية محتملة، يُتوقع أن تضم أحزاب اليمين المتطرف والأحزاب الحريدية، بالإضافة إلى ائتلاف رئيس الوزراء - الذي يتألف أساسًا من الائتلاف الحاكم المنتهية ولايته، والمعارضة الصهيونية المعتدلة، والأحزاب العربية. يحق لستة ملايين شخص من أصل يهودي، و1.2 مليون عربي إسرائيلي، وهم الفلسطينيون الذين بقوا داخل حدود إسرائيل الأصلية عام 1948 وأحفادهم الحاليون، التصويت: بنسبة عربي واحد لكل ستة يهود. وقد نقضت المحكمة العليا قرار المفوضية المركزية للانتخابات بمنع قائمتين عربيتين من المشاركة. إلا أن هذا الحق في التصويت يقابله ممارسة حق التصويت في أكثر من 200 مستوطنة في الضفة الغربية، وهو أمر غير قانوني بموجب القانون الدولي. في هذه المستوطنات، ستصبّ الأصوات في صالح أحزاب اليمين المتطرف الصهيونية والدينية، وهي تشكيلات سياسية يتمثل هدفها الرئيسي، بما يتوافق مع تصريحات رئيس الوزراء، في ضم الضفة الغربية. أما سكان المناطق الخاضعة لانتداب السلطة الفلسطينية، والبالغ عددهم نحو ثلاثة ملايين نسمة، فلا يحق لهم التصويت، على عكس الجنود الإسرائيليين الذين يحرسون قطاع غزة. لن يتمكن الإسرائيليون المقيمون في الخارج، والبالغ عددهم حوالي 630 ألفًا، من التصويت في بلدان إقامتهم، وهو إجراء أثار جدلًا واسعًا نظرًا لاعتبار هؤلاء المواطنين عمومًا من التقدميين. يصعب التنبؤ بالمستقبل، لكن الوضع الراهن يُشير إلى حالة من الجمود، حيث لا يستطيع أي تحالف حزبي الحصول على المقاعد الـ 61 اللازمة لتشكيل الحكومة. في هذا السياق، تبرز ثلاثة حلول محتملة: تشكيل حكومة وحدة وطنية، مع تناوب رئاسة الوزراء، بما يسمح باستمرار الحكم في ظل ظروف غير مستقرة؛ أو زيادة مشاركة الأحزاب أو القوى الصغيرة التي خاب أملها في الائتلافات التي كانت جزءًا منها، لتحقيق توازن حكومي صعب، ولكنه ممكن؛ أما الاحتمال الثالث، وهو ليس بجديد على تاريخ البلاد، فهو إعادة الانتخابات لمعالجة التحديات المستمرة في إدارة بلد مُجزأ، لا يجمعه سوى إرادة البقاء.
mercoledì 7 ottobre 2026
L'immobilità dell'Unione Europea di fronte alle azioni israeliane
C’è una scadenza importante in Israele, oltre alle elezioni il governo di Tel Aviv dovrebbe assegnare gli appalti per la costruzione dell’insediamento, denominato E1, nella porzione di territorio della Cisgiordania centrale, con il chiaro scopo di interrompere la continuità territorialità palestinese ed affossando definitivamente la possibilità dei due stati. L’insediamento E1 è chiaramente illegale nei confronti del diritto internazionale e prevede la costruzione di 3.400 abitazioni, costruite su terreni appartenenti a villaggi beduini. Risulta evidente l’intenzione dello stato ebraico di rendere impraticabile l’unico mezzo in grado di risolvere definitivamente il conflitto israelo-palestinese; se si pensa alla tattica attendista che Netanyahu ha sempre adoperato negli anni addietro, quando un accordo sembrava possibile, ora l’interpretazione del comportamento del primo ministro assume tutto un altro aspetto e d un altro progetto: quello che si sta concretizzando. Malgrado la condanna, avvenuta in maniera singola e non coordinata, di diversi stati, tra i quali Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada e altri Paesi, quello che è mancata è stata una azione coordinata di livello superiore, cioè, per i paesi europei, condotta dall’Unione Europea. Bruxelles avrebbe tra i suoi obblighi istituzionali, in conseguenza dei trattati firmati dai suoi membri, il dovere di azione contro le violazioni del diritto internazionale. Nonostante ripetuti appelli firmati da alte personalità dell’Unione, l’azione resta bloccata e la responsabilità maggiore ricade principalmente su due stati: Germania ed Italia, che con il loro ostracismo impediscono una azione comune, che, di fatto, incrina i valori europei, di cui, tra l’altro, i due paesi sono fondatori. Per Berlino continua l’ipocrita scelta di non schierarsi contro Israele per la responsabilità della Shoa, che consente a Tel Aviv a portare avanti il progetto del genocidio dei palestinesi, per l’Italia si tratta, invece di una scelta di comodo, per non avversare Trump, il più grande sostenitore dello stato ebraico e delle sue nefandezze. Nel mentre la violenza israeliana non si arresta: la situazione di Gaza è particolarmente grave ed il numero dei palestinesi uccisi, dopo il cessate il fuoco dell’undici ottobre 2025, ammonta a 1.400 persone; prova concreta che Israele non si è mai fermato nelle violenze, peraltro il numero totale delle vittime di Gaza è di 74.000 persone trucidate, spesso con metodi vietati dalle convenzioni internazionali, aggravate dalle restrizioni imposte da Tel Aviv, che riguardano il blocco dei rifornimenti alimentari, del materiale medico e perfino di servizi per l’acqua potabile, situazione che ha generato emergenze igienico-sanitarie, che appaiono ulteriori strumenti di eliminazione di massa. In Cisgiordania non va meglio, negli ultimi tre anni le azioni violente dei coloni, spesso sostenute dall’esercito regolare israeliano, hanno provocato 1.200 morti, con azioni ed incursioni sempre più violente nelle proprietà palestinesi. Israele supporta queste azioni in spregio al pronunciamento della Corte di Giustizia internazionale. Malgrado queste prove evidenti l’Unione Europea ha perso, finora, l’occasione per sanzionare Israele in maniera adeguata e, nello specifico, di impedire le azioni dei coloni e la costruzione dell’insediamento E1 ad esempio con il divieto di commercio con gli insediamenti illegali e la sanzione degli istituti finanziari e fornitori di servizi necessari alla costruzione degli insediamenti. Il prossimo 12 ottobre ci sarà la riunione dei 27 ministri degli esteri dell’Unione, quella dovrà essere l’occasione per ridare dignità all’Unione Europea e tentare di essere la protagonista sul piano internazionale che dovrebbe essere, è il momento di dimostrare qualcosa per tutelare la popolazione civile, non solo di Gaza e della Cisgiordania, ma il punto di partenza per rispettare i dettati istituzionali che devono essere propri di Bruxelles.
The European Union's inaction in the face of Israeli actions
An important deadline is approaching in Israel: alongside the elections, the Tel Aviv government is expected to award contracts for the construction of the "E1" settlement in the central West Bank. The clear aim is to sever Palestinian territorial contiguity and definitively derail the two-state solution. The E1 settlement is clearly illegal under international law and entails the construction of 3,400 housing units on land belonging to Bedouin villages. The Jewish state’s intention to render unfeasible the only means of definitively resolving the Israeli-Palestinian conflict is evident; when one considers the stalling tactics Netanyahu employed in years past—when an agreement seemed possible—his behavior now takes on a different complexion, revealing a distinct agenda: the one currently taking shape. Despite condemnations issued individually and uncoordinatedly by various nations—including Italy, France, Germany, the United Kingdom, and Canada—what has been lacking is high-level coordinated action, specifically action led by the European Union on behalf of its member states. Under the treaties signed by its members, Brussels has an institutional obligation to act against violations of international law. Despite repeated appeals from senior EU figures, action remains stalled; the primary responsibility lies with two states—Germany and Italy—whose obstructionism prevents joint action, thereby undermining the very European values that these two countries helped found. Berlin persists in the hypocritical decision not to take a stand against Israel—driven by the legacy of the Shoah—thereby enabling Tel Aviv to pursue its project of Palestinian genocide; for Italy, conversely, it is a matter of expediency, avoiding opposition to Trump, the Jewish state’s staunchest supporter and enabler of its atrocities. Meanwhile, Israeli violence continues unabated: the situation in Gaza is dire, with the death toll among Palestinians reaching 1,400 since the ceasefire of October 11, 2025—concrete proof that Israel never ceased its violence. Furthermore, the total number of victims in Gaza stands at 74,000 people slaughtered—often using methods banned by international conventions—a toll compounded by restrictions imposed by Tel Aviv, including blockades on food, medical supplies, and even drinking water services; these conditions have created sanitary crises that appear to serve as additional instruments of mass extermination. The situation in the West Bank is no better; over the past three years, violent acts by settlers—often backed by the regular Israeli army—have resulted in 1,200 deaths, involving increasingly violent raids on Palestinian properties. Israel supports these actions in defiance of the International Court of Justice’s ruling. Despite this clear evidence, the European Union has so far missed the opportunity to adequately sanction Israel—specifically by curbing settler violence and halting the construction of the E1 settlement—through measures such as banning trade with illegal settlements and sanctioning the financial institutions and service providers that facilitate their construction. The meeting of the European Union’s 27 foreign ministers on October 12th must serve as an opportunity to restore dignity to the EU and to attempt to play the leading role on the international stage that befits it; it is time to take concrete action to protect the civilian population—not only in Gaza and the West Bank—and to demonstrate a commitment to the institutional principles that should define Brussels.
La inmovilidad de la Unión Europea ante las acciones israelíes.
En Israel se acerca una fecha límite crucial: además de las elecciones, se espera que el gobierno de Tel Aviv adjudique los contratos para la construcción del asentamiento E1 en la Cisjordania central, con el claro objetivo de interrumpir la continuidad territorial palestina y sepultar definitivamente la posibilidad de una solución de dos Estados. El asentamiento E1 es claramente ilegal según el derecho internacional y prevé la construcción de 3.400 viviendas en tierras pertenecientes a aldeas beduinas. La intención del Estado judío de socavar el único medio para resolver definitivamente el conflicto israelí-palestino es evidente. Considerando la táctica de esperar y ver que Netanyahu ha empleado sistemáticamente en años anteriores, cuando un acuerdo parecía posible, la interpretación del comportamiento del primer ministro ahora adquiere una dimensión y un plan completamente diferentes: el que ahora se está materializando. A pesar de la condena individual y descoordinada de varios Estados, entre ellos Italia, Francia, Alemania, el Reino Unido, Canadá y otros, lo que ha faltado es una acción coordinada al más alto nivel, es decir, por parte de los países europeos, liderada por la Unión Europea. Bruselas tiene, entre sus obligaciones institucionales, el deber de actuar contra las violaciones del derecho internacional, de conformidad con los tratados firmados por sus miembros. A pesar de los reiterados llamamientos firmados por altos cargos de la UE, la acción sigue bloqueada y la mayor responsabilidad recae principalmente en dos Estados: Alemania e Italia. Su ostracismo impide la acción conjunta, lo que, en efecto, socava los valores europeos, de los que ambos países son fundadores. Berlín persiste en su hipócrita decisión de no oponerse a Israel por su responsabilidad en el Holocausto, lo que permite a Tel Aviv llevar a cabo su plan de genocidio contra los palestinos. Para Italia, sin embargo, esta es una decisión conveniente para evitar oponerse a Trump, el mayor defensor del Estado judío y sus atrocidades. Mientras tanto, la violencia israelí continúa sin cesar: la situación en Gaza es particularmente grave y el número de palestinos muertos desde el alto el fuego del 11 de octubre de 2025 asciende a 1400. Esto es prueba fehaciente de que Israel nunca ha cesado su violencia. Además, el número total de víctimas en Gaza asciende a 74.000, masacradas a menudo con métodos prohibidos por las convenciones internacionales, agravados por las restricciones impuestas por Tel Aviv, que incluyen el bloqueo del suministro de alimentos, suministros médicos e incluso agua potable. Esto ha provocado emergencias sanitarias, que parecen ser instrumentos adicionales de exterminio masivo. En Cisjordania, la situación no es mejor. En los últimos tres años, las violentas acciones de los colonos, a menudo apoyadas por el ejército israelí, han causado 1.200 muertes, con ataques y asaltos cada vez más violentos contra propiedades palestinas. Israel apoya estas acciones desafiando el fallo de la Corte Internacional de Justicia. A pesar de esta clara evidencia, la Unión Europea ha perdido hasta ahora la oportunidad de sancionar adecuadamente a Israel, específicamente para impedir las acciones de los colonos y la construcción del asentamiento E1. Esto incluye la prohibición del comercio con asentamientos ilegales y sanciones contra las instituciones financieras y los proveedores de servicios necesarios para la construcción de asentamientos. La reunión de los 27 ministros de Asuntos Exteriores de la UE tendrá lugar el 12 de octubre. Esta debe ser una oportunidad para restaurar la dignidad de la Unión Europea e intentar ser el protagonista internacional que le corresponde. Es hora de demostrar que se protege a la población civil, no solo en Gaza y Cisjordania, sino también como punto de partida para respetar los dictados institucionales que deben ser de Bruselas.
Die Untätigkeit der Europäischen Union angesichts der israelischen Maßnahmen
In Israel steht ein wichtiger Termin an: Neben den Wahlen plant die Regierung in Tel Aviv die Vergabe von Aufträgen für den Bau der Siedlung „E1“ im zentralen Westjordanland. Ziel ist es eindeutig, die territoriale Kontinuität der Palästinensergebiete zu unterbrechen und die Zweistaatenlösung endgültig zu Fall zu bringen. Die Siedlung E1 verstößt eklatant gegen das Völkerrecht; geplant ist der Bau von 3.400 Wohneinheiten auf Land, das Beduinendörfern gehört. Offensichtlich ist die Absicht des jüdischen Staates, jenen Weg zu verbauen, der als einziger eine dauerhafte Lösung des israelisch-palästinensischen Konflikts ermöglichen würde. Betrachtet man die Hinhaltetaktik, die Netanjahu in der Vergangenheit – als eine Einigung noch möglich schien – stets verfolgte, so erscheint sein Verhalten heute in einem völlig neuen Licht und offenbart ein anderes Vorhaben: jenes, das nun Gestalt annimmt. Zwar haben verschiedene Staaten – darunter Italien, Frankreich, Deutschland, das Vereinigte Königreich und Kanada – das Vorhaben verurteilt, doch geschah dies jeweils einzeln und unkoordiniert; es fehlte an einem koordinierten Vorgehen auf höherer Ebene, also – im Falle der europäischen Staaten – durch die Europäische Union. Aufgrund der von ihren Mitgliedern unterzeichneten Verträge gehört es zu den institutionellen Pflichten Brüssels, gegen Verstöße gegen das Völkerrecht einzuschreiten. Trotz wiederholter Appelle hochrangiger EU-Vertreter bleibt ein solches Handeln jedoch aus. Die Hauptverantwortung hierfür tragen vor allem zwei Staaten: Deutschland und Italien. Durch ihre Blockadehaltung verhindern sie ein gemeinsames Vorgehen und untergraben damit faktisch jene europäischen Werte, zu deren Begründern beide Länder zählen. Für Berlin hält die heuchlerische Entscheidung an, sich aufgrund der Verantwortung für die Shoah nicht gegen Israel zu stellen – eine Haltung, die es Tel Aviv ermöglicht, das Projekt des Völkermords an den Palästinensern fortzusetzen. Für Italien hingegen handelt es sich um eine bequeme Entscheidung, um sich nicht gegen Trump zu stellen, den größten Unterstützer des jüdischen Staates und dessen Gräueltaten. Unterdessen reißt die israelische Gewalt nicht ab: Die Lage im Gazastreifen ist äußerst kritisch, und die Zahl der getöteten Palästinenser beläuft sich seit dem Waffenstillstand vom 11. Oktober 2025 auf 1.400 Menschen – ein konkreter Beweis dafür, dass Israel seine Gewaltakte zu keinem Zeitpunkt eingestellt hat. Insgesamt liegt die Zahl der Opfer im Gazastreifen bei 74.000 getöteten Menschen; oft kamen dabei Methoden zum Einsatz, die nach internationalen Konventionen verboten sind. Verschärft wird die Situation durch die von Tel Aviv verhängten Beschränkungen, darunter die Blockade von Lebensmittellieferungen, medizinischem Material und sogar der Trinkwasserversorgung. Diese Lage hat zu hygienischen und gesundheitlichen Notständen geführt, die wie weitere Instrumente der Massenvernichtung erscheinen. Auch im Westjordanland ist die Situation nicht besser: In den letzten drei Jahren haben gewaltsame Übergriffe von Siedlern – oft unterstützt durch die reguläre israelische Armee – 1.200 Todesopfer gefordert, wobei es zu immer gewaltsameren Aktionen und Überfällen auf palästinensisches Eigentum kam. Israel unterstützt diese Aktionen unter Missachtung des Urteils des Internationalen Gerichtshofs. Trotz dieser offensichtlichen Beweise hat die Europäische Union bislang die Gelegenheit verpasst, Israel angemessen zu sanktionieren und insbesondere die Aktionen der Siedler sowie den Bau der Siedlung E1 zu unterbinden – etwa durch ein Handelsverbot mit den illegalen Siedlungen sowie durch Sanktionen gegen Finanzinstitute und Dienstleister, die für den Siedlungsbau unerlässlich sind. Am kommenden 12. Oktober findet das Treffen der 27 Außenminister der Union statt; dies muss die Gelegenheit bieten, der Europäischen Union ihre Würde zurückzugeben und zu versuchen, jene Rolle als internationale Akteurin einzunehmen, die ihr eigentlich zukommt. Es ist an der Zeit, Taten zum Schutz der Zivilbevölkerung folgen zu lassen – nicht nur in Gaza und im Westjordanland –, sondern auch, den institutionellen Vorgaben, die für Brüssel maßgeblich sein müssen, Geltung zu verschaffen.
L'immobilisme de l'Union européenne face aux actions israéliennes
Une échéance importante approche en Israël : outre les élections, le gouvernement de Tel-Aviv devrait attribuer les marchés pour la construction de la colonie baptisée « E1 », située dans une partie du centre de la Cisjordanie, avec pour objectif manifeste de rompre la continuité territoriale palestinienne et d'anéantir définitivement la perspective d'une solution à deux États. Le projet de colonie E1 est manifestement illégal au regard du droit international et prévoit la construction de 3 400 logements sur des terres appartenant à des villages bédouins. L'intention de l'État hébreu de rendre impraticable la seule voie susceptible de résoudre définitivement le conflit israélo-palestinien apparaît clairement ; si l'on considère la tactique attentiste adoptée par Netanyahu par le passé — à une époque où un accord semblait possible —, son comportement actuel revêt une tout autre signification et révèle un projet bien différent : celui qui est en train de se concrétiser. Malgré les condamnations exprimées de manière isolée et non coordonnée par plusieurs États — dont l'Italie, la France, l'Allemagne, le Royaume-Uni et le Canada —, il a manqué une action coordonnée de plus haut niveau, c'est-à-dire, pour les pays européens, une initiative menée par l'Union européenne. Or, en vertu des traités signés par ses membres, Bruxelles a l'obligation institutionnelle d'agir face aux violations du droit international. Malgré les appels répétés de hautes personnalités de l'Union, l'action reste bloquée ; la responsabilité principale incombe à deux États, l'Allemagne et l'Italie, dont l'obstruction empêche toute initiative commune et, de fait, porte atteinte aux valeurs européennes — des valeurs dont ces deux pays sont pourtant des membres fondateurs. Pour Berlin, perdure le choix hypocrite de ne pas prendre position contre Israël en raison de la responsabilité liée à la Shoah, ce qui permet à Tel-Aviv de poursuivre son projet de génocide des Palestiniens ; pour l’Italie, il s’agit en revanche d’un choix de convenance visant à ne pas contrarier Trump, principal soutien de l’État hébreu et de ses exactions. Pendant ce temps, la violence israélienne ne faiblit pas : la situation à Gaza est particulièrement critique et le nombre de Palestiniens tués depuis le cessez-le-feu du 11 octobre 2025 s’élève à 1 400 personnes. C’est la preuve concrète qu’Israël n’a jamais cessé ses violences ; le bilan total des victimes à Gaza s’établit d’ailleurs à 74 000 personnes massacrées, souvent par des méthodes interdites par les conventions internationales, une situation aggravée par les restrictions imposées par Tel-Aviv — notamment le blocage des approvisionnements alimentaires, du matériel médical et même des services d’eau potable. Ces mesures ont engendré des urgences sanitaires qui apparaissent comme autant d’instruments supplémentaires d’élimination de masse. En Cisjordanie, la situation n’est guère meilleure : au cours des trois dernières années, les violences perpétrées par les colons, souvent soutenus par l’armée régulière israélienne, ont fait 1 200 morts, s’accompagnant d’actions et d’incursions toujours plus violentes contre les propriétés palestiniennes. Israël cautionne ces agissements au mépris de la décision de la Cour internationale de justice. Malgré ces preuves évidentes, l’Union européenne a jusqu’ici manqué l’occasion de sanctionner Israël de manière adéquate et, plus précisément, d’empêcher les actions des colons ainsi que la construction de la colonie E1 — par exemple en interdisant le commerce avec les colonies illégales et en sanctionnant les institutions financières et les prestataires de services participant à leur construction. La réunion des 27 ministres des Affaires étrangères de l’Union se tiendra le 12 octobre prochain ; elle devra être l’occasion de redonner sa dignité à l’Union européenne et de tenter de lui conférer le rôle de premier plan qu’elle devrait jouer sur la scène internationale. C’est le moment de passer aux actes pour protéger les populations civiles — non seulement à Gaza et en Cisjordanie — et de faire preuve de la volonté nécessaire pour respecter les impératifs institutionnels qui doivent être ceux de Bruxelles.
A imobilidade da União Europeia face às ações israelitas.
Há um prazo importante em Israel: além das eleições, o governo de Telavive deverá conceder contratos para a construção do colonato E1, na Cisjordânia central, com o claro objetivo de interromper a continuidade territorial palestiniana e enterrar definitivamente a possibilidade de uma solução de dois Estados. O colonato E1 é claramente ilegal ao abrigo do direito internacional e prevê a construção de 3.400 casas em terrenos pertencentes a aldeias beduínas. A intenção do Estado judaico de minar o único meio de resolver definitivamente o conflito israelo-palestiniano é evidente. Considerando a táctica de esperar para ver que Netanyahu tem empregado consistentemente nos últimos anos, quando um acordo parecia possível, a interpretação do comportamento do Primeiro-Ministro assume agora um aspecto completamente diferente e um plano diferente: aquele que se está a materializar. Apesar da condenação individual e descoordenada de vários Estados, incluindo Itália, França, Alemanha, Reino Unido, Canadá e outros, o que tem faltado é uma ação coordenada ao mais alto nível — ou seja, por parte dos países europeus, liderada pela União Europeia. Bruxelas tem, entre as suas obrigações institucionais, o dever de agir contra as violações do direito internacional, em conformidade com os tratados assinados pelos seus membros. Apesar dos repetidos apelos assinados por figuras de alto nível da UE, a acção continua bloqueada, sendo que a maior responsabilidade recai sobretudo sobre dois Estados: a Alemanha e a Itália. O seu ostracismo impede uma acção conjunta, o que, na prática, mina os valores europeus, de que os dois países são fundadores. Berlim continua a sua escolha hipócrita de não tomar uma posição contra Israel pela sua responsabilidade pelo Holocausto, o que permite a Telavive prosseguir com o seu plano de genocídio contra os palestinianos. Para a Itália, no entanto, esta é uma escolha conveniente, para evitar opor-se a Trump, o maior defensor do Estado judaico e das suas atrocidades. Entretanto, a violência israelita continua a grassar: a situação em Gaza é particularmente grave, e o número de palestinianos mortos desde o cessar-fogo de 11 de Outubro de 2025 ascende a 1.400. Esta é uma prova concreta de que Israel nunca cessou a sua violência. Além disso, o número total de vítimas em Gaza chega às 74.000, massacradas, muitas vezes com métodos proibidos pelas convenções internacionais, agravados pelas restrições impostas por Telavive, que incluem o bloqueio do fornecimento de alimentos, medicamentos e até água potável. Isto levou a emergências sanitárias, que parecem ser mais instrumentos de extermínio em massa. Na Cisjordânia, a situação não é melhor. Nos últimos três anos, as ações violentas dos colonos, muitas vezes apoiadas pelo exército israelita, resultaram em 1.200 mortes, com ataques e incursões cada vez mais violentos contra propriedades palestinianas. Israel apoia estas ações, contestando a decisão do Tribunal Internacional de Justiça. Apesar destas provas claras, a União Europeia perdeu até agora a oportunidade de sancionar Israel de forma adequada, especificamente para impedir as ações dos colonos e a construção do colonato E1. Isto inclui a proibição do comércio com colonatos ilegais e sanções contra instituições financeiras e prestadores de serviços necessários para a construção dos colonatos. A reunião dos 27 ministros dos Negócios Estrangeiros da UE terá lugar no dia 12 de outubro. Esta deve ser uma oportunidade para restaurar a dignidade da União Europeia e tentar ser a protagonista internacional que deve ser. É tempo de demonstrar algo para proteger a população civil, não só em Gaza e na Cisjordânia, mas também como ponto de partida para o respeito pelos ditames institucionais que devem ser de Bruxelas.
Бездействие Европейского союза перед лицом действий Израиля
В Израиле наступил важный крайний срок: помимо выборов, правительство Тель-Авива должно заключить контракты на строительство поселения E1 в центральной части Западного берега, с явной целью нарушить территориальную целостность Палестины и окончательно похоронить возможность решения проблемы на основе принципа двух государств. Поселение E1 является явно незаконным согласно международному праву и предусматривает строительство 3400 домов на земле, принадлежащей бедуинским деревням. Намерение еврейского государства подорвать единственный способ окончательного урегулирования израильско-палестинского конфликта очевидно. Учитывая выжидательную тактику, которую Нетаньяху последовательно применял в предыдущие годы, когда соглашение казалось возможным, интерпретация поведения премьер-министра теперь приобретает совершенно иной характер и предполагает другой план: тот, который сейчас воплощается в жизнь. Несмотря на отдельные и нескоординированные осуждения со стороны ряда государств, включая Италию, Францию, Германию, Великобританию, Канаду и другие, отсутствует скоординированная реакция на самом высоком уровне — то есть, со стороны европейских стран, возглавляемая Европейским союзом. Брюссель, среди своих институциональных обязательств, обязан принимать меры против нарушений международного права в соответствии с договорами, подписанными его членами. Несмотря на неоднократные призывы, подписанные высокопоставленными представителями ЕС, действия остаются заблокированными, и наибольшая ответственность лежит прежде всего на двух государствах: Германии и Италии. Их остракизм препятствует совместным действиям, которые, по сути, подрывают европейские ценности, основателями которых являются эти две страны. Берлин продолжает лицемерно отказываться выступать против Израиля за его ответственность за Холокост, что позволяет Тель-Авиву продолжать свой план геноцида палестинцев. Для Италии, однако, это удобный выбор — избежать противостояния Трампу, самому ярому стороннику еврейского государства и его зверств. Тем временем израильское насилие продолжается беспрепятственно: ситуация в Газе особенно плачевна, а число палестинцев, убитых с момента прекращения огня 11 октября 2025 года, составляет 1400 человек. Это конкретное доказательство того, что Израиль никогда не прекращал своего насилия. Более того, общее число жертв в Газе составляет 74 000 человек, убитых в результате массовых расправ, часто методами, запрещенными международными конвенциями, что усугубляется ограничениями, введенными Тель-Авивом, которые включают блокирование поставок продовольствия, медикаментов и даже питьевой воды. Это привело к чрезвычайным ситуациям в сфере санитарии, которые, по-видимому, являются еще одним инструментом массового истребления. На Западном берегу ситуация не лучше. За последние три года насильственные действия поселенцев, часто поддерживаемые израильской армией, привели к гибели 1200 человек, при этом участились нападения и рейды на палестинскую собственность. Израиль поддерживает эти действия, игнорируя решение Международного суда. Несмотря на эти очевидные доказательства, Европейский союз до сих пор упустил возможность адекватно санкционировать Израиль, в частности, предотвратить действия поселенцев и строительство поселения E1. Это включает в себя запрет на торговлю с незаконными поселениями и санкции против финансовых учреждений и поставщиков услуг, необходимых для строительства поселений. Встреча 27 министров иностранных дел ЕС состоится 12 октября. Это должно стать возможностью восстановить достоинство Европейского союза и попытаться стать тем международным деятелем, которым он должен быть. Пришло время продемонстрировать меры по защите гражданского населения не только в Газе и на Западном берегу, но и заложить основу для соблюдения институциональных требований, которые должны быть со стороны Брюсселя.
面對以色列的行動,歐盟的無所作為
以色列面臨一個重要的最後期限:除了選舉之外,特拉維夫政府預計還將授予位於約旦河西岸中部名為E1的定居點建設合同,其明確目的是破壞巴勒斯坦領土的連續性,並徹底扼殺兩國方案的可能性。 E1定居點顯然違反國際法,計劃在貝都因村莊的土地上建造3400套住房。以色列意圖破壞解決以巴衝突的唯一途徑,這一點顯而易見。考慮到內塔尼亞胡過去幾年在看似有可能達成協議時一貫採取的觀望策略,如今對這位總理行為的解讀呈現出截然不同的面貌,也揭示了其正在逐步實現的計劃。儘管包括義大利、法國、德國、英國、加拿大等在內的多個國家各自獨立地譴責了相關行為,但歐盟層面——即歐洲各國——缺乏協調一致的行動。布魯塞爾的機構義務之一是根據其成員國簽署的條約,對違反國際法的行為採取行動。儘管歐盟高層官員多次聯名呼籲採取行動,但相關行動仍受阻,而最大的責任主要落在德國和義大利這兩個國家身上。它們的孤立阻礙了聯合行動,實際上損害了歐洲價值觀,而這兩個國家正是這些價值觀的創造者。柏林繼續虛偽地選擇不譴責以色列對大屠殺的責任,這使得特拉維夫得以繼續實施其對巴勒斯坦人的種族滅絕計畫。然而,對義大利而言,這是一種方便的選擇,可以避免與川普——這個猶太國家及其暴行的最大支持者——對抗。同時,以色列的暴力行徑仍在持續:加薩局勢尤為嚴峻,自2025年10月11日停火以來,已有1,400名巴勒斯坦人喪生。這確鑿地證明,以色列從未停止其暴力行徑。此外,加薩地帶的受害者總數已達74,000人,他們遭到屠殺,而屠殺手段往往違反國際公約。特拉維夫實施的限制措施,包括封鎖食品、醫療用品甚至飲用水供應,加劇了加薩的困境。這導致了嚴重的衛生危機,而這些危機似乎也是大規模種族滅絕的另一個手段。西岸的情況也好不到哪裡去。過去三年裡,定居者的暴力行動(通常得到以色列軍隊的支持)已造成1200人死亡,針對巴勒斯坦人財產的攻擊和搶劫也日益頻繁。以色列公然違反國際法院的裁決,支持這些行動。儘管證據確鑿,歐盟至今仍錯失了對以色列實施充分制裁的機會,尤其是在阻止定居者行動和E1定居點建設方面。這包括禁止與非法定居點進行貿易,以及製裁為定居點建設提供必要的金融機構和服務提供者。 27個歐盟成員國的外長將於10月12日舉行會議。這必須成為歐盟重塑尊嚴、努力成為其應有的國際主角的機會。現在是時候展現出保護平民的決心了,這不僅關乎加薩和西岸的民眾,也關乎尊重布魯塞爾必須遵守的製度性準則。
イスラエルの行動に対する欧州連合の無策
イスラエルには重要な期限が迫っている。選挙に加え、テルアビブ政府はヨルダン川西岸中央部にE1と呼ばれる入植地の建設契約を締結するとみられており、その明確な目的はパレスチナの領土的連続性を断ち切り、二国家解決の可能性を完全に葬り去ることにある。E1入植地は国際法上明らかに違法であり、ベドウィンの村の土地に3,400戸の住宅を建設する計画だ。イスラエルとパレスチナの紛争を最終的に解決する唯一の手段を弱体化させようとするユダヤ国家の意図は明白である。ネタニヤフ首相が過去数年間、合意の可能性が高まった際に一貫して用いてきた様子見の戦術を考慮すると、首相の現在の行動の解釈は全く異なる様相を呈し、今まさに具体化しつつある別の計画を示唆している。イタリア、フランス、ドイツ、イギリス、カナダなど複数の国が個別に、かつ連携を欠いた非難を表明しているにもかかわらず、欠けているのは最高レベル、すなわち欧州連合主導による欧州諸国の協調行動である。ブリュッセルは、加盟国が署名した条約に基づき、国際法違反に対して行動する義務を負っている。EU高官による度重なる訴えにもかかわらず、行動は依然として阻まれており、最大の責任は主にドイツとイタリアの2カ国にある。両国の孤立は共同行動を妨げ、事実上、両国が創設国である欧州の価値観を損なうものである。ベルリンは、ホロコーストに対するイスラエルの責任を追及しないという偽善的な選択を続けており、テルアビブがパレスチナ人虐殺計画を推し進めることを許している。しかし、イタリアにとっては、ユダヤ国家とその残虐行為の最大の支持者であるトランプ大統領に反対することを避けるための都合の良い選択となっている。一方、イスラエルの暴力は衰えることなく続いており、ガザ地区の状況は特に深刻で、2025年10月11日の停戦以来、殺害されたパレスチナ人の数は1,400人に達している。これは、イスラエルが暴力を止めたことがないという具体的な証拠である。さらに、ガザ地区の犠牲者総数は74,000人に達し、虐殺されている。虐殺は国際条約で禁止されている方法によるものが多く、テルアビブが課した制限、すなわち食料、医療物資、さらには飲料水供給の遮断によって悪化している。これにより衛生上の緊急事態が発生しており、これは大量虐殺のさらなる手段となっているようだ。ヨルダン川西岸地区でも状況は変わらない。過去3年間、イスラエル軍の支援を受けた入植者の暴力行為により1,200人が死亡し、パレスチナ人の財産に対する攻撃や襲撃はますます激化している。イスラエルは国際司法裁判所の判決を無視してこれらの行為を支持している。こうした明白な証拠があるにもかかわらず、欧州連合はこれまでイスラエルに対する適切な制裁、特に入植者の活動やE1入植地の建設を阻止する機会を逃してきた。これには、違法入植地との貿易禁止や、入植地建設に必要な金融機関やサービス提供者に対する制裁が含まれる。10月12日には、EU加盟27カ国の外相会合が開催される。これは、欧州連合の尊厳を回復し、本来あるべき国際的な主役としての役割を果たすための機会となるはずだ。ガザ地区やヨルダン川西岸地区だけでなく、市民を守るための行動を示すべき時であり、ブリュッセルが主導すべき制度的規範を尊重するための出発点となるべき時でもある。
جمود الاتحاد الأوروبي في مواجهة التحركات الإسرائيلية
هناك موعد نهائي هام في إسرائيل: فبالإضافة إلى الانتخابات، من المتوقع أن تمنح حكومة تل أبيب عقود بناء مستوطنة "إي 1" في وسط الضفة الغربية، بهدف واضح هو قطع استمرارية الأراضي الفلسطينية ودفن إمكانية حل الدولتين نهائياً. مستوطنة "إي 1" غير قانونية بموجب القانون الدولي، وتتضمن بناء 3400 منزل على أراضٍ تابعة لقرى بدوية. إن نية الدولة اليهودية تقويض الوسيلة الوحيدة لحل الصراع الإسرائيلي الفلسطيني بشكل نهائي واضحة. وبالنظر إلى تكتيك الترقب الذي اتبعه نتنياهو باستمرار في السنوات السابقة، عندما بدا التوصل إلى اتفاق ممكناً، فإن تفسير سلوك رئيس الوزراء الآن يتخذ منحىً مختلفاً تماماً وخطة مختلفة: تلك التي تتجسد الآن. وعلى الرغم من الإدانة الفردية وغير المنسقة من عدة دول، بما في ذلك إيطاليا وفرنسا وألمانيا والمملكة المتحدة وكندا وغيرها، إلا أن ما كان مفقوداً هو عمل منسق على أعلى مستوى - أي بالنسبة للدول الأوروبية، بقيادة الاتحاد الأوروبي. يقع على عاتق بروكسل، ضمن التزاماتها المؤسسية، واجب التحرك ضد انتهاكات القانون الدولي، وفقًا للمعاهدات التي وقعتها الدول الأعضاء. ورغم النداءات المتكررة التي وقّعها مسؤولون رفيعو المستوى في الاتحاد الأوروبي، لا يزال العمل معطلاً، وتقع المسؤولية الأكبر بالدرجة الأولى على عاتق دولتين: ألمانيا وإيطاليا. إن عزلتهما تمنع أي عمل مشترك، الأمر الذي يقوض، في الواقع، القيم الأوروبية التي تُعدّ الدولتان من مؤسسيها. وتواصل برلين خيارها المنافق بعدم الوقوف في وجه إسرائيل لتحملها مسؤولية المحرقة، مما يسمح لتل أبيب بمواصلة خطتها لإبادة الفلسطينيين. أما بالنسبة لإيطاليا، فهذا خيار ملائم، لتجنب معارضة ترامب، الداعم الأكبر للدولة اليهودية وجرائمها. في غضون ذلك، يستمر العنف الإسرائيلي دون هوادة: فالوضع في غزة كارثي بشكل خاص، ويبلغ عدد الفلسطينيين الذين قُتلوا منذ وقف إطلاق النار في 11 أكتوبر/تشرين الأول 2025، 1400 قتيل. وهذا دليل قاطع على أن إسرائيل لم تتوقف عن عنفها قط. علاوة على ذلك، بلغ إجمالي عدد الضحايا في غزة 74 ألف قتيل، سقطوا في مجازر، غالباً بأساليب محظورة بموجب الاتفاقيات الدولية، وتفاقم الوضع بسبب القيود التي فرضتها تل أبيب، والتي تشمل منع وصول الإمدادات الغذائية والطبية، وحتى مياه الشرب. وقد أدى ذلك إلى أزمات صحية، تبدو وكأنها أدوات أخرى للإبادة الجماعية. أما في الضفة الغربية، فالوضع ليس أفضل حالاً. فعلى مدى السنوات الثلاث الماضية، أسفرت أعمال الاستيطان العنيفة، التي غالباً ما يدعمها الجيش الإسرائيلي، عن 1200 قتيل، مع تزايد حدة الهجمات والمداهمات على الممتلكات الفلسطينية. وتدعم إسرائيل هذه الأعمال في تحدٍّ لقرار محكمة العدل الدولية. ورغم هذه الأدلة الواضحة، فوّت الاتحاد الأوروبي حتى الآن فرصة فرض عقوبات كافية على إسرائيل، وتحديداً لمنع أعمال الاستيطان وبناء مستوطنة E1. ويشمل ذلك حظر التجارة مع المستوطنات غير الشرعية، وفرض عقوبات على المؤسسات المالية ومقدمي الخدمات اللازمة لبناء المستوطنات. وسيعقد اجتماع وزراء خارجية الدول الـ 27 الأعضاء في الاتحاد الأوروبي في 12 أكتوبر/تشرين الأول. يجب أن تكون هذه فرصة لاستعادة كرامة الاتحاد الأوروبي ومحاولة أن يكون الفاعل الدولي الذي ينبغي أن يكون عليه. لقد حان الوقت لإظهار شيء يحمي السكان المدنيين، ليس فقط في غزة والضفة الغربية، بل أيضاً كنقطة انطلاق لاحترام التوجيهات المؤسسية التي يجب أن تصدر عن بروكسل.